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la mucillagine e Veltroni

20 dicembre 2007

mucillagine

Dunque siamo una mucillagine. I Rapporti annuali del Censis valgono per le metafore sintetiche delle prime pagine. Il resto è quasi sempre già noto, disorganico e deludente. Anche le metafore lo sono spesso. Ma questa volta la metafora lavora bene: mucillagine, poltiglia. Una società depressa e sfatta che cerca disperatamente un progetto, una visione e un leader per ritrovare consistenza.
 
Il capocomico ha finito il suo ciclo carismatico. Per qualche anno era stato carisma autentico, ma al servizio della politica come teatro, senza progetto e senza coraggio. Gli rimangono balbettii populisti e qualche finto guizzo tipo Partito delle Libertà. Ma il blob se lo è inghiottito in fretta.
 
Prodi è il suo specchio inverso: zero capacità di trasmettere passione, zero carisma, la melina al centro campo come vocazione profonda.
 
Veltroni invece è la rivincita della politica come professione. Parla con Fini come ce se la intende tra professionisti.  Parla col capocomico perché Berlusconi blobbato si crede politico, e così perde il poco d’anima carismatica
che gli rimaneva. Fa finta di rimescolare le carte, tra destra e sinistra, tra welfare e animal spirits, tra l’inglese e l’italiano, tra Zapatero e il pastore tedesco. Fa lezioni sulla politica che uno legge con la matita in mano, e che finisce senza averla mai usata. Si fa scrivere un progetto politico che al confronto il duetto Giddens-Blair “makes an everlasting impression”. E sopratutto media, su tutto e tutti e ogni cosa, sempre, per non perdere mai il consenso di nessuno, salvo che dei tassinari. Agenzie su chi eviterà ad Alitalia la sacrosanta bancarotta. Bisogna scegliere tra Air France/KLM e AirOne/Intesa? “La cosa che mi piacerebbe di più è che le proposte di Air France e AirOne si incrociassero”, sichiara il Ventroni con mirabile sintesi di se stesso.
 
Roma è il suo specchio. Una città sempre più fondale di scena, degradata e ingaglioffita nella sua sostanza quotidiana. Il problema non è se funziona peggio o meglio di prima (la risposta vera è che funziona male come prima), se è più pulita o più sporca (è sporca come prima), se ci sono più o meno buche per le strade per le strade ecc. Dopo decenni di DC simil-sbardella, dopo la parentesi berlinguerian-martirologica di Petroselli, è arrivato Rutelli, all’insegna di “Torpignattara val bene una messa”, o anche due, più qualche concessione edilizia… Proprio lo stile e il messaggio più consoni all’anima peggiore e quasi eterna della città.
 
Dopo Rutelli ci sarebbe voluto un Bassolino della prima ora, capace di un colpo di reni di identità, di etica e di valori che riuscì a mobilitare trasversalmente Napoli. I napoletani ritrovarono per qualche anno la sensazione di valere, che Napoli ne valeva la pena, che dignità, rispetto delle regole della vita comune e slancio economico potevano andare di pari passo. Così per un po’ si sono anche fermati ai semafori rossi.
 
Veltroni è stato incapace di questo slancio etico e di identità. Festival, notti bianche, spettacolo, messe in scena, circo e pane (in quest’ordine): è stato questo il messaggio di identità ‘modernizzante’ percepito dai romani. Sfavillio povero da confini dell’Impero, coorti di cortigiani, il sostegno del generone e del generino soliti di questa città,  la comunicazione come surrogato della realtà.
 
I romani hanno capito al volo. Passano sempre più col rosso, compresi i mezzi pubblici. Viaggiano in auto e in moto sui marciapiedi. Bloccano, anche con le auto del comune e della polizia municipale, le strisce pedonali, gli angoli degli incroci, i passaggi per i disabili e tutto ciò che fa risparmiare qualche euro delle strisce blu. Insultano per un nulla.  Esercitano prepotenze continue. Fregano ai ristoranti e sui taxi. Comprano tutti appassionatamente ai suk dei marciapiedi della mafia del contraffatto, e soprattutto nei quartieri della piccola borghesia finto-benestante.
 
Città lumpenbourgeoise per eccellenza. Città marcia senza grandezza, senza neanche la vitalità del’invidualismo animalesco. Ma è marcia perché nessuno le propone valori, norme, una identità forte e un progetto vero come fondamenta di una sua nuova compattezza sociale. Appena la norma arriva convinta e ha un senso forte, la città la accoglie con sollievo profondo, perché ha fame di valori: non si fuma più – ripeto: più – nei ristoranti e nei luoghi pubblici (ma si fuma negli uffici comunali…).
 
Roma soffre di una disgregazione sociale e di una anomia che sono una richiesta dolorosa indirizzata a chi dovrebbe goverarla, e che non sia il pastore tedesco.  Ma l’identità etica e la capacità di incarnare la forza di un contratto sociale sono proprio la parte vuota di Veltroni, a meno che non ci si dia a esotismi africani. In questo senso Roma è la verifica provata e lo specchio del veltronismo.
 
Veltroni è corrivo al consenso. Non è contrario, naturalmente, alla necessità teorica dell’etica e dei valori come moltiplicatore di un  progetto politico. Solo che non è roba sua. A meno che non si convinca che gli è politicamente utile, e che costituisce un supplemento d’immagine. Allora saprà anche trovare le parole – le parole – per offrire al paese l’afflato etico come ulteriore ciuffo kennediano di se stesso.
 
Non sono sicuro che questo paese affamato di identità vere se ne possa contentare. Anche le mucillagini sono esigenti. 
 
 
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