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1921-2011. 90 anni dopo l’Italia ha ancora bisogno di quel cadavere

5 novembre 2011 - di enrico pozzi

Una società disgregata e carica di rancore recupera riti primitivi per ridarsi un sembiante di coesione.  

Il 29 ottobre un treno è partito da Aquileia ripetendo il percorso che nel 1921 aveva portato a Roma il cadavere anonimo di un soldato per seppellirlo nel monumento di Piazza Venezia.  Novanta anni prima sul treno c’erano i resti irriconoscibili di un corpo vero. Ora c’è solo una riproduzione del vagone funerario di allora più qualche oggetto di contorno e un altro paio di vagoni con una mostra. 

Nel 1921 l’Italia era appena uscita dai massacri di massa della 1a guerra, ed era lacerata da tensioni disgreganti. Sullo sfondo, un’Europa politica riscritta dal conflitto e dalle sue conseguenze rivoluzionarie. Come in quasi tutte le altre nazioni coinvolte nella carneficina, un rituale collettivo di espiazione e di sepoltura cercò di mettere una pietra tombale sulla massa dei morti. In questo modo i vivi speravano di sottrarsi alla invidia e rabbia dei morti, per riprendere a vivere. Il cosiddetto milite ignoto fu l’universale singolare al centro di questo uso politico e sociale del rito sacrificale: vittima individuale – un soldato specifico – ma anonima, e dunque portatrice di tutti i nomi possibili della massa dei morti; Body Natural in quanto cadavere di un individuo, ma Body Politic (sempre Kantorowicz, l’unico che permette di capire!) in quanto condensato metonimico di tutti i morti per la Patria. Cadavere costituito da una moltitudine di cadaveri, così come il Body Politic del Re nel frontespizio del Leviatano è costituito dai corpi dei suoi sudditi. Con una poderosa economia di investimenti sacrificali, un solo rito con una sola offerta votiva di una sola vittima stava per tutti gli innumerevoli riti singoli che l’espiazione nazionale avrebbe dovuto gestire.

Un rito sacrificale serve ad unificare i partecipanti attraverso la gestione condivisa e ritualizzata della vittima offerta in sacrificio. Il milite ignoto fu nel 1921 un tentativo per attenuare la crisi coesiva della società italiana, e per risolvere almeno in parte la violenza dei suoi conflitti interni attraverso una operazione simbolica tutta psicologico-sociale. Questa ricomposizione del Noi tramite il culto di un morto ebbe un successo molto breve. E’ vero che la commozione e la partecipazione corale coinvolsero anche aree sociali duramente estranee alla retorica di quella guerra, e la speranza di una pacificazione sociale e politica trovò un simbolo cui aggrapparsi.  Durò poco: presto il cadavere anonimo ridivenne – anche se mai del tutto – parte della bandiera del blocco conservatore e nazionalista.

Il funerale senza cadavere iniziato il 29 ottobre scorso sembra voler svolgere le stesse funzioni: tenere insieme la nazione, riaffermare la sua continuità e la sua origine sacrificale, aggregare intorno ad un simbolo, pacificare preventivamente un tessuto sociale che si teme sia carico di rabbia pronta ad esplodere. Ma non ci sono i 600mila morti e i milioni di feriti. Non c’è un corpo su quel treno che gira per l’Italia, versione povera delle Madonne pellegrine. Non c’è folla a seguirne le tappe, o 1500 corone di fiori a coprire il vagone-cenotafio. E non c’è stata folla al binario 29 della Stazione Termini, dove questo convoglio irreale ma senza immaginario si è parcheggiato definitivamente. 

Alla fine è rimasta la faccetta un po’ ridicola del Ministro della Difesa La Russa: quanto di meno sacrale si possa immaginare. O il penoso filmato ufficiale. O gli esercizi di bello scrivere giornalistico per riempire di retorica il vuoto di popolo. E la sensazione che, se l’Italia ha ancora bisogna di quel lontano cadavere, e di cadaveri, stiamo messi molto male.

Il Corriere della sera in prima linea per il funerale senza cadavere

 

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