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50 anni di Arman a Roma. Manca la puzza delle cose.

18 maggio 2017

Mostra di Arman a Palazzo Cipolla, in via del Corso, a Roma.

Avevo visto cose sue al MoMA, a una mostra su Pierre Restany e il Nouveau Réalisme a Milano, poi un paio di opere alla Benesse Foundation di Naoshima, nello stupendo spazio ascetico progettato da Tadao Ando. Vado pieno di aspettative.

Prima dura prova: sulla parete il testo introduttivo di Emanuele Francesco Maria Emanuele, banchiere in discesa, che si definisce “discendente da una delle più illustri ed antiche casate storiche della Spagna e dell’Italia Meridionale”. Non mi risulta, ma sopravvivo.

Scopro poi che il curatore è Germano Celant. Altro momento difficile. Ma più avanti ci sono le opere, 50 anni di opere.

I violini, scomposti e fatti a pezzi “à la mode cubiste” di Braque e Picasso. Le serie: di macchine da scrivere, di sveglie e orologi, di scarpe, ecc. Gli oggetti tranciati, a ricordo delle loro funzioni ormai impossibili: letti, poltrone, televisori…

Gli assemblages, la cifra stilistica principale di Arman: chiavi inglesi che diventano capigliature gorgoniche, pinze che sono un banco di feroci pesci argentati…. Le “poubelles”, cioè i cesti della spazzatura, pieni di immondizie e di resti. Più belle e nuove le sculture che reificano in istanti separati di un evento il tempo eleatico che scorre senza scorrere, variante originale delle sculture futuriste e del Boccioni delle Forme uniche della continuità nello spazio: una serie di biciclette tutte eguali scompone nell’aria il semicerchio di una bicicletta che cade a terra senza mai riuscire a toccare terra, sempre la freccia “Qui vibre, vole, et qui ne vole pas!” del Cimetière marin di P. Valéry.

Intelligente, a volte interessante. Ma sono uscito su Via del Corso deluso, cercando di capire perché lo ero. Apparentemente era la rivincita delle cose, e della loro pregnanza di cose, eppure…

Una sola associazione insistente: guardando le “Poubelles” mi sono sorpreso a cercar di capire come erano fatte, in che modo si evitavano la puzza e la putrefazione dei contenuti: uno strato di collante trasparente sopra e intorno, il vuoto d’aria, igienico, a proteggere il visitatore e l’opera dal marciume e dal tempo. A Parigi in una installazione celebre di molti anni fa, Arman aveva riempito di rifiuti veri una galleria d’arte, e la puzza era spaventosa.

Ecco cosa mancava, la puzza. Opere a volte efficaci, però depurate. Testa senza la pancia, pensieri senza la cloaca matrice di ogni pensiero. Cose, ma non c’era la puzza delle cose. Da anni ormai la cerco, come nostalgia della presenza della realtà. (enrico pozzi)

Violino - scultura multipla in bronzo dorato (1972)

 

Réveils, 1960

 

Stegosaurus Plierus, Assemblage di chiavi inglesi in bronzo, 1978

 

Poubelle, 1959

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