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Complotto al potere. Un titolo sbagliato per un breve utile saggio sul complottismo

15 novembre 2021 - di enrico pozzi

Donatella DI CESARE, Il complotto al potere, Torino, 2021, Einaudi

Ben venga questo breve saggio della filosofa Donatella Di Cesare sul complotto e sul complottismo. Il tema del complotto è stato ed è un protagonista delle nostre vicende politiche, sociali, economiche, e ora anche biomediche, eppure i contributi teorici italiani di un qualche peso sono pochissimi, marginali e in alcuni casi anche viziati da accuse di plagio.

Al centro del pamphlet sta il rapporto tra complotto e democrazia. Qui il complotto non conta come possibile evento reale, ma come narrazione sociale diffusa. Nei nostri paesi a regime politico democratico, aree crescenti di cittadini vedono complotti reali o probabili in alcuni aspetti ed eventi importanti della vita pubblica o naturale. La pandemia. I vaccini. Le chiusure di spazi sociali, le mascherine, i divieti di assembramento e la didattica a distanza. L’immigrazione di massa. Il riscaldamento globale. I risultati di una elezione. I terremoti, gli incendi, gli uragani e le catastrofi ecologiche. Il costo dell’energia e del riscaldamento. Le scie chimiche. Le crisi demografiche e la fine degli spermatozoi. La scomparsa di alcuni prodotti e generi di consumo. L’identità sessuale o di genere… ecc ecc ecc

Sempre più spesso questi complotti sono appropriati da movimenti politici e sociali, e a volte li producono. I populismi vivono di complotti e di svelamenti. Hanno trasparenza da esigere e vaste zone d’ombra da illuminare. Identificano potenti protagonisti nascosti e reti occulte annidate in tutti gli aspetti-chiave della realtà. Stanno dalla parte del 99% contro le élite abusive dell’1%. Sono il popolo delle vittime contro le micro-consorterie dei perpetratori.

I complotti segnalano ed esprimono questo venir meno della rappresentatività democratica, lo sfiduciamento brutale delle sue procedure e istituzioni. A un livello più profondo, denunciano una condivisa collettiva crisi di significato, l’impotenza politica, cognitiva, emotiva e di comportamenti di fronte ad una realtà percepita come incontrollabile, incomprensibile e portatrice di angoscia.  

Nelle prime pagine Di Cesare scrive: «Fenomeno dei margini, ma tutt’altro che marginale, il complottismo coinvolge coloro che si sentono vittime del caos presente e del futuro angoscioso, condannati ad una frustrante impotenza, ridotti a semplici comparse nei ‘giochi della politica’» [4]. Conclude quasi con le stesse parole 101 pagine dopo: «Non si può non riconoscere che il complottismo nasce dalla paura e dall’isolamento del cittadino che si sente escluso dallo spazio pubblico. Dove la polis è divenuta inaccessibile, dove la comunità interpretativa è frantumata, va in frantumi anche la verità comune e si aggira lo spettro del complotto».

Tra questi due paragrafi si snoda un percorso articolato. L’avvio è incerto: una fragile definizione di complotto rispetto a congiura e cospirazione. Poi il complotto come sforzo per dare senso a ciò di cui non si coglie il senso. Il paradosso del potere ‘democratico’, cioè del popolo, che appunto perché di tutti si presenta come un potere inafferrabile, collocato in un «luogo vuoto» (Lefort). Il complotto come conseguente sforzo di ridare un luogo preciso al potere, rendendolo di nuovo situabile e identificabile. La critica a chi affronta il complotto in base a criteri di verità e falsità. Il problema delle élite nei complotti e i paradossi dei populismi che devono rispondere alle (presunte) élite reinventando al popolo un «comunità di origine e di destino. Non più démos ma éthnos» (81). In filigrana, l’unica risposta possibile al complottismo: una politica capace di restituire senso, progetto e coinvolgimento alla «folla solitaria» (Riesman) delle democrazie.

Qualche osservazione. Di Cesare usa la parola ‘potere’ in modo simmetrico al complottismo. Il cosiddetto ‘potere’ è in realtà un variegato arcipelago di poteri micro e macro, locali e generali, diffusi e accentrati, alti e bassi, legittimati e non legittimati; un fluido intergioco dinamico, negoziale e conflittuale di interessi, visioni del mondo, simboli, valori, gruppi e sottogruppi, leader concorrenti, istituzioni convergenti e in lotta. Visto come molteplicità di poteri differenziati in un sistema in equilibrio precario, il ‘potere’ ridiventa accessibile all’azione di soggetti politici che vogliano sfruttare le sue contraddizioni interne reali o potenziali per indebolirne la potenza e produrne la trasformazione. Al contrario il potere/Potere, totalità indifferenziata, sfero aristotelico della politica, rimane impenetrabile, sempre segreto. La sua compattezza lo nega alla conoscenza e all’azione esterna. Ciò che è dentro può solo essere immaginato, e appartiene in partenza all’immaginario della politica: quasi sempre, il complotto. Erede forse di alcuni pessimi maestri – per es. la metafisica del potere di Foucault da lui spacciata per microfisiche – Di Cesare cede alla tentazione di una ontologizzazione dei poteri come Potere che ogni complottista, e molti populisti, condividerebbero.

Una seconda osservazione. Nel saggio prevale il complotto visto dal basso, come visione che in basso – nel ventre – si alimenta visceralmente e trova sia forza che autoevidenza rispetto a ciò che sta in alto. Ma il complotto, l’invenzione del complotto, è fin troppo spesso una strategia consapevole e razionale di alcuni detentori di poteri nel quadro di uno scontro di potere. Detentori abili, capaci di far scendere senso mito e simbolo a loro funzionali verso le masse anomiche e angosciate della folla solitaria. Gestori di rappresentazioni sociali gravide di emozioni e ‘spiegazioni’ in grado di restituire significato all’esperienza impaurita di gruppi estesi di ‘popolo’. Seduttori verso forme di azione capaci di controbilanciare il vissuto di impotenza. Questa discesa dei complotti verso gli aspiranti complottisti come pura arma politica, non l’abbiamo trovata sul serio in queste pagine.

Qui interviene la paranoia. Di Cesare critica il notissimo scritto di Hofstadter sullo stile paranoideo nella politica nord-americana, e gli contrappone Prophets of deceit di Leo Löwenthal e Guterman. Sono affezionato al saggio di Hofstadter: sono stato il primo a tradurlo molti anni fa, nel dicembre 1994, in un fascicolo della rivista IL CORPO (I,3) dedicato in buona parte al pensiero paranoico. Ma anche The Prophets of Deceit è bello e utile! Il problema è un altro. Di Cesare vede nell’uso del termine ‘paranoia’ per il complottismo il pericolo di una definizione psicopatologica del complotto, e dunque di una descrizione in termini di delirio vs realtà, falso vs vero. Non è così. ‘Paranoia’ in questo caso rimanda a due livelli: la struttura logica del discorso complottista (la sua ‘epistemologia’ direbbe Jameson), e le sue dinamiche emozionali. Il discorso paranoico – il suo dispositivo conoscitivo – è implacabilmente logico e totale. Nel mondo della paranoia non esiste il caso o l’evento sine causa. Tout se tient. Ogni cosa ha un senso, ogni segno è un indizio o un segnale. Le procedure di pensiero sono sillogistiche, deduttive anche quando si fingono induttive. La falsificazione è impossibile. Come sa bene chi ha dovuto affrontare pazienti paranoici, ogni tentativo di incrinare il sistema paranoideo lo conferma e diventa una ulteriore prova della sua verità, ovvero del complotto.

Su un altro livello, la paranoia è un comportamento psichico con caratteristiche e dinamiche emotive profonde che possono essere ripercorse e capite: il bisogno assoluto di un Nemico, la costruzione della sua onnipotenza distruttiva, la presenza di una rete di complici e di alleati, la pervasività dell’assedio paranoideo, la conseguente necessità di misure difensive all’altezza dell’attacco che si sta subendo, l’espulsione dello Straniero variamente inteso, preservare la purezza del Noi contro il Loro, la coesione dell’Uno contro la minaccia disgregante del Molteplice. E tutto ciò segue percorsi mentali ed emotivi più o meno consci, ma riconoscibili: la psicologia profonda del complottismo, la sua matrice psichica.

Nel saggio di Di Cesare, il complottismo è una vicenda tra grandi entità – lo Stato, il ‘popolo’ o parti di esso. Ma il complottismo scende per i rami del sociale. Troviamo complotti nelle organizzazioni complesse – che siano anche università o associazioni psicoanalitiche…; nelle aziende e nei luoghi di lavori, in borghi isolati, nei piccoli gruppi di amici, nelle famiglie e nelle coppie. Il complottismo abita i microcosmi. Vive e prospera in brodi di coltura diffusi che facilitano la fioritura dei grandi complotti, come del resto la diffusione di grandi complotti facilita e alimenta i piccoli complotti privati. Per anni si è parlato del cultic milieu per spiegare la nascita di movimenti di setta e neocarismatici. Allo stesso modo, si può parlare di paranoid milieu, o di società, gruppi sociali e periodi che producono una stabile o transitoria propensione al pensiero complottista.

Quando Di Cesare espelle la paranoia dalla sua analisi, è tutto questo che in qualche modo tiene fuori. Butta via il bambino con l’acqua del bagno, dove il bambino è sia il sistema logico del pensiero complottista, sia la sua matrice psicologica ed emozionale prevalentemente inconscia.   Alla struttura cognitiva, discorsiva e semantica del complotto Di Cesare non presta attenzione. Se possibile, ne presta ancora meno alla sua psicologia. Poche parole su Freud, qualche riga in più sugli archetipi junghiani, Moscovici citato in bibliografia ma non utilizzato. Niente sull’intreccio francofortese tra psicoanalisi e marxismo nell’analisi del potere paranoico, Adorno e la personalità autoritaria, il lungo dibattito sulla psicologia paranoidea trasversale alle classi sociali, la «pseudo conservative revolt» (sempre Hofstadter), il piccolo e tuttora utilissimo volume curato da Daniel Bell sulla New American Right (1955), o ancora lo Erich Fromm della Escape from Freedom o il Wilhelm Reich della Massenpsychologie des Faschismus.

Eppure alla fine Di Cesare recupera d’istinto il nucleo psicologico-sociale del complottismo attraverso il risentimento come suo humus profondo e ventre generativo. Quello che non hanno potuto i francofortesi o gli scienziati politici liberal nord-americani ha potuto invece Max Scheler! Il rancore delle «classi risentite» rimane inspiegato, ma viene almeno riconosciuto come un motore primario del bisogno di complotti.

Quanto altro si potrebbe aggiungere, per chiederne conto all’autrice. Per es. il paradosso apparente del potere come anonimo «luogo vuoto” produttore di complotti e complottismo proprio quando mai come ora i nostri sistemi sociali e politici hanno riempito di persone e volti e incarnazioni visibili del potere ogni macro e micro-spazio della comunicazione sociale. Oppure la fame di Nemico e dello Straniero come Nemico in cui siamo immersi. Oppure ancora un dubbio più nichilistico: se la coazione a classificare che è inerente alla nostra attività conoscitiva non comporti l’inevitabilità dello stereotipo, dunque del pregiudizio come sua faccia ‘sporca’, e dunque l’ineluttabilità del Nemico e del Male nella carneficina della Storia.

Ma conviene – sì, conviene – fermarci qui. E dire che questo breve saggio di Donatella Di Cesare vale la pena di essere letto. [enrico pozzi]

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