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Da leggere: Francesca Fini / Cyborg Fatale. Dieci anni di esplorazioni intermediali

28 settembre 2021 - di enrico pozzi

Francesca Fini / Cyborg Fatale (2011 – 2021), a cura di Bruno Di Marino, Milano 2021

Questo libro è la presa d’atto di una compulsione alla metamorfosi e all’anamorfosi tramite una creatività artistica avida di ogni mezzo possibile.

L’artista è Francesca Fini, 51 anni, romana. Cyborg Fatale copre gli ultimi 10 anni della sua attività. Viene da dire: della sua vita, tanto è totale e senza resti il percorso che viene raccontato.

La prima cosa che colpisce è la quantità di lavoro svolto. Chi abbia avuto a che fare con Francesca ha sentito la tonalità ascetica del suo modo di fare arte, la devozione a creare senza soste né stanchezze, letteralmente giorno e notte, con una attenzione ossessiva a ogni dettaglio anche minimo, sotto il segno di una autarchia che vuole gestire da sola tutta la scena. Anche quando altri vengono coinvolti, sembrano marginali, semplici protesi dell’artista alle quali si chiede di essere intuitivamente cooperative al suo disegno, e poco più. Il risultato è alle pp. 176-177: 23 azioni/performance, 22 azioni di video arte e digitali, 5 lungometraggi e mediometraggi, più ciò che qui manca all’elenco e che pure abbiamo visto. Tanto. Per esempio le sue belle performance durante l’Endecameron 18 (www.endecameron.it), Body Quake ecc.

da BODY QUAKE

La seconda cosa è la molteplicità dei mezzi, media, generi e strumenti usati. Nella sua Introduzione il curatore Bruno Di Marino definisce Francesca Fini una « artista intermediale ». Nella loro conversazione, lei precisa: « Mi considero un’artista intermediale, perché lavoro negli interstizi tra un medium e l’altro. […] mi riconosco molto in questa definizione, che è diversa da quella di artista interdisciplinare. Intermedia artist, nel senso di colui che si muovi negli interstizi tra i linguaggi, mi restituisce un’aura oscura e artigianale che rimanda all’alchimia, mentre il termine interdisciplinare è più accademico » (p. 14). Ampia cassetta non solo degli attrezzi ma dei generi, degli stili, delle identità, dei corpi. Documentario, animazione, videografica, video, narrazione, performance, installazione, pittura. Hardware di ogni tipo, spesso autoprodotto o ‘rimediato’ e risignificato in direzioni impreviste. Software avanzato ma anche a volte elementare. Pennelli, matite, colori, objets trouvés, microscopi da dermatologo. Mediatore di tutto ciò, il corpo di altri ma soprattutto il proprio, esposto come oggetto erotico e strumento cognitivo, ma anche smembrato, fatto superfice pura, supporto da usare come innesto di macchine, Cyborg ma fatale, dunque femme/donna, corpo di byte e cisti di apparati, in teoria la più densa delle forme e qui spesso caos informe che cerca senza sosta e creativamente altre forme che non siano quelle alla fine banali di un semplice corpo. La metamorfosi come vocazione primaria, ma anche come condanna che viene dalla impossibilità ormai di avere una sola forma/identità

La terza cosa è la capacità di pensiero. Francesca Fini è in grado di ‘dire’ e non solo di rappresentare le griglie teorico-estetiche sullo sfondo del suo lavoro creativo. Una qualità poco frequente: quanto volte mi sono augurato che artisti da me amati NON dicessero le loro riflessioni su ciò che andavano facendo, tanto erano inconsistenti o povere o retoriche o pretenziose. Nella conversazione con Di Marino si leggono frasi intelligenti e riferimenti densi alle matrici di ciò che  Fini è andata facendo, ma anche al possibile destino post cyberpunk che ci attende, o allo hacker come  stile creativo, variante contemporanea e prossimo-futura della eterna “querelle des anciens et des modernes” sul plagio e sul bricolage della imitazione.

Pensiero anche in un altro senso. Purtroppo non ho visto molte delle ‘cose’ e ‘azioni’ raccontate nel libro, ma in quelle che ho visto e che mi hanno preso più profondamente c’era pensiero, un tema storico-politico (per es. in Liszt  o in Paperwall), una elaborazione anche pensata di una vicenda affettiva primaria (per es. quando entra in scena la madre tra destino simbiotico e destino di separazione/nascita ), un come essere in qualche  modo donna ora, o il lock down come realizzazione della dissipatio humani generis psicotica, ecc.

 

da LISZT (2012)

 

Griglia di pensiero importante per controbilanciare quello che mi pare il pericolo maggiore nella ricerca artistica di Francesca Fini: il barocchismo tecnologico compiaciuto di se stesso. La sua grande abilità di artigianato digitale e di morphing dei segni e di se stessa come segno di tutti i segni a volte le prende la mano e indulge in un gioco solo appariscente e poco autentico (i software e le maschere possono fare troppo).

Il libro funziona bene. I vari registri e media del lavoro creativo di Francesca Fini sono affrontati separatamente, magari classificando a forza in una modalità opere tutte transmediali, ma purtroppo questo è il destino di ogni classificazione. Le introduzioni introducono sul serio, e a me sono piaciute soprattutto quelle di Bruno Di Marino e di Adriano Aprà. Illuminante e densa, anche se un po’ troppo ‘scritta’, la Conversazione. Tutto molto curato, come potevo aspettarmelo da una artista così ‘totale’ e perfezionista. I testi raccontano bene. Le immagini risuonano con efficacia.

PUNK #7

Due sole note. Francesca Fini è una ascetica curatrice, senza gli insopportabili birignao di tanti curatori, ma di questo in Cyborg Fatale non c’è traccia. Avendola seguita all’opera per Endecameron 20, mi pare una mancanza. Poi, come ho già detto, non ho visto diverse delle opere/azioni presentate nel libro, e i lungo/mediometraggi. Nessuna descrizione vale lo sguardo. Ho cercato inutilmente, magari in Appendice, indicazioni semplici su dove è possibile vederle, e magari per alcune anche comprarle. Niente da fare. Sono andato sul sito: c’è lo Shop, ma a primo sguardo propone solo immagini still. Allora ho cercato sul web. Ricordavo che al castello di Rocca Sinibalda Francesca ci aveva parlato di Sedition: c’è qualcosa ma non quello che volevo io. E così solo qualche altra opera qua e là. Solo dopo una lunga ricerca sono arrivato alla sua WebTv (https://www.francescafini.com/webtv). Altri rischiano di fermarsi prima. (enrico pozzi)

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