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Dialettica dell’Illuminismo. I bambini si adottano con la testa o anche con la pancia?j

10 maggio 2010 - di enrico pozzi

Apparentemente, la Procura della Corte di Cassazione pensa che i bambini si adottano con la testa, cioè con un processo razionale all’insegna del politically correct. Lo raccontano La Repubblica e Il Corriere della sera del 29 aprile.

Stando alla notizia, il PG della Cassazione ha espresso un parere decisamente contrario al consentire l’adozione di bambini alle coppie che chiedono a priori di non sentirsi proporre un bambino di colore o di altra etnia. Il problema era stato sollevato dall’AiBi – Amici dei Bambini – contro il comportamento del Tribunale dei minori di Catania, colpevole di aver accettato la richiesta di adozione di una coppia che aveva dichiarato di non volere un bambino di colore (vedi la discussione sul forum dell’AiBi: http://www.amicideibambini.net/forum/forum_posts.asp?TID=2289&PN=2).

Cito alcune reazioni dai due quotidiani, sempre sperando che siano veritiere (chi di noi, intervistato, non si è ritrovato a vedersi attribuire aborti di pensiero al posto delle frasi dette?).  Melita Cavallo, presidente del Tribunale dei minori di Roma, condanna il “razzismo dei giudici di Catania”. Antonino Napoli, Osservatorio sui diritti dei minori: “Adottare un bambino è un atto d’amore non una scelta da supermercato” (immagino che sia anche fieramente opposto all’amniocentesi, alle ecografie avanzate e ad ogni verifica delle congruità genetiche dei padri e delle madri, dato che sono forme di eugenetica attiva pronte a far secco il bambino “atto d’amore” se può essere malato o imperfetto). Anna Oliverio Ferraris, prezzemolosa presenza mediatica ovunque si parli di età evolutiva:

«Quando si parla di adozioni si deve per forza mettere al centro il bambino e non i genitori. Il bambino non può essere considerato un possesso per il genitore.  In più adesso viviamo in una società multietnica e questo pronunciamento della Cassazione è assolutamente in linea con i nostri tempi».

Avevo incontrato il problema già qualche anno fa. Da anni imperversa tra i cosiddetti scienziati sociali italiani un personaggio di grande ignoranza e di proporzionale sicumera che è riuscita ad accreditarsi come studiosa dell’infanzia. Durante una seduta di tesi di laurea, la suddetta aveva fatto una grande tirata contro una candidata che aveva raccontato nella sua tesi sotto forma di storia di vita le sue vicissitudini interiori di madre adottiva rispetto ad un bambino di altra etnia. Le accuse? vedi le citazioni sopra. Ricordo la mia indignazione di fronte a quella scena. Per il brutale esercizio di piacevole potere avvolto in alti principi e sublimi enunciati, come fanno i sadici. Ma anche per la rozzezza della visione del rapporto genitore figlio che veniva espressa. Anni di lavoro d’analisi con genitori di figli adottivi, o di figli adottivi, mi hanno permesso di capire meglio quanto rozza era quella rozzezza e crudele quel sadismo.

Provo a spiegarmi. Un proprio figlio che nasce da una pancia con la quale si è avuto a che fare, o che ci appartiene, è già la condensazione fluida di numerosissime variabili e componenti: amore o odio per un’altra persona, caso, verifica della propria identità sessuale, paura della propria morte, rifiuto dell’invecchiamento, rivalità, obbedienza o ribellione contro un modello familiare reale o fantasmatico, bisogno di eredi o di forza lavoro gratuita, un oggetto su cui esercitare sembianti di potere, strumento per legare un altro a sé, dolore della solitudine, trastullo o specchio narcisistico, oggetto di identificazione positiva, risarcimento, bambino divino, ansia di status e/o di ruolo, rafforzamento numerico del proprio gruppo minacciato (nazione, etnia, popolo, aggregato religioso ecc), uno strumento di soddisfazione sessuale, e così via. Ovvero un coacervo inestricabile e largamente inconscio di ragioni, calcoli, emozioni e affetti contraddittori che rendono fragile, precario e sospeso a un filo ogni rapporto genitore-infante. Ma che lo rendono anche così articolato, ricco, pregno.

Per fortuna dell’infante, imponenti apparati normativi, valoriali e immaginari vincolano il genitore a far sopravvivere il bambino che ce l’ha fatta a nascere (buona parte muoiono prima). I sistemi sociali cercano di evitare la propria fine facendo nascere la generazione successiva. Da bravi rappresentanti del versante artificiale della cultura, non si fidano della ‘natura’ e della presunta spinta biologica a riprodursi. E dunque stimolano (con le rappresentazioni erotiche, la pornografia, gli imperativi di ruolo genere e status ecc). Impediscono (con tutte le norme e sanzioni che costringono a far nascere, e che sanzionano l’eliminazione di chi è nato). Valorizzano (le rappresentazioni sociali dell’infanzia, della bellezza e straordinarietà del bambino, dell’amore materno ‘naturale’ – sui padri si è più prudenti). Producono le configurazioni affettive canoniche (i sentimenti opportuni, le emozioni adeguate, la tenerezza…). Proteggono, con il welfare e la grande macchina sociale che sempre più sottrae il bambino alla sola potestas e controllo dei suoi genitori, e lo trasferisce altrove, nel peer group, nelle altre agenzie di socializzazione, nella scuola.

Questo grande apparato sociale non basta a difendere il bambino dalle contraddizioni di cui è l’incarnazione al tempo stesso incauta e densissima. Occorre altro, qualcosa che renda la sua esistenza ovvia, e dunque indiscutibile e non negoziabile. Qualcosa che traduca in ricchezza densa il coacervo affettivo e sociale detto ‘bambino’. Nel nostro immaginario, l’ovvietà è data dal legame di sangue e di pancia che esiste tra il bambino e almeno uno dei suoi genitori. La madre, più raramente una coppia, è il contenitore di cui il bambino è il contenuto. Questa potentissima realtà, e soprattutto rappresentazione di una realtà, vincola l’infante e il genitore con una forza metonimica che attenua, respinge nell’inconscio e a volte risolve le contraddizioni pericolose condensate nel figlio. Il persistente legame naturale tra il contenitore (genitore biologico) e il contenuto (il figlio) rende più difficile al contenitore distruggere il contenuto perché in questo modo rischia di distruggere  anche aspetti cruciali del contenitore, cioè di se stesso.

Nell’adozione questa ovvietà non è data. Il processo psichico e sociale che porta un individuo o una coppia a voler adottare un bambino non può aggrapparsi al vincolo di sangue, che anzi deve temere come un nemico. Non può neanche rifugiarsi quasi interamente nell’inconscio, come fanno i genitori ‘naturali’, perché l’artificialità di quello che ha in mente la costringe a pensare tutto, a pesare i vari aspetti, a portarli allo scoperto. Le coppie che vogliono adottare un bambino parlano tanto, analizzano, valutano, razionalizzano: con se stesse, con gli altri, con i controllori del sistema sociale. Lo fanno in parte, e ora sempre più, anche le coppie che chiamerò per brevità ‘naturali’, ma alla fine possono anche smettere di pensare, perché a loro è socialmente e psicologicamente consentito. Le coppie che entrano nel processo di adozione devono rendere conto, portare alla superficie e tradurre in parole i loro sentimenti, speranze, aspettative, desideri, progetti. Vengono esaminate, valutate, sorvegliate, consigliate, criticate da agenti del sociale. Intorno e sopra hanno Tribunali in senso stretto che decidono se far nascere o meno il loro figlio, quando, come, e chi sarà.

Tutto questo costruisce e fa crescere una camera gestatoria psicologica e sociale per il possibile bambino futuro, ma una camera senza tempi o scadenze predefinite, senza certezza di esito, senza crescita progressiva di un rapporto, senza un legame garantito da un cordone ombelicale. Una camera per molti aspetti obbligatoriamente trasparente a terzi, tenuta insieme da un reticolo di norme, influenzata da logiche amministrative che riguardano non solo il processo di adozione ma lo stesso rapporto col bambino adottato, prima e dopo la sua adozione-nascita. Mancano quasi tutti i fattori che a priori ancorano affettivamente il bambino e i suoi genitori, consentendo l’identificazione e l’affiliazione reciproche (la pancia). Prevalgono invece – devono prevalere se si vuole attenere l’adozione – tonalità e dinamiche più razionali e di testa. Per dirla in un altro modo: il bambino ‘naturale’ nasce nell’ambito prevalente di un patto, il bambino adottato diventa figlio tramite e all’ombra prevalente di un contratto.

Il contratto deve riempirsi quanto più possibile di tutto ciò che popola il rapporto con un figlio venuto dalla pancia. Non è scontato, e ogni genitore adottivo lo fa a modo suo, secondo ciò di cui dispone nel profondo della propria personalità. In alcuni prevarrà un amore riparativo verso un essere umano danneggiato, in altri l’identificazione, o il bisogno di non morire del tutto, o l’attrazione erotizzata, o il riempimento della propria esistenza, o il completamento della propria identità, o il sentirsi finalmente in modo pieno femmina-madre e maschio-padre, o la fine della solitudine, o l’evitare che la coppia si disgreghi, ecc. Una cosa è certa: soprattutto nella fase iniziale va facilitato tutto ciò che consente un investimento emozionale e affettivo positivo verso questo bambino non garantito dalla pancia, va aiutato tutto ciò che surroga la pancia. Poi sarà spesso – non sempre … – la presenza del bambino, la sua concreta esistenza, a generare forme via via più dense di rapporto e di vincolo potente genitore-figlio.

Nel labirinto affettivo di ciascuno, per alcuni conterà che il bambino abbia una storia traumatica, per altri che sia malato o danneggiato fisicamente o mentalmente, per altri ancora che sia maschio o femmina o biondo o bruno o bello o brutto o italiano o straniero o bianco giallo nero o piccolo o grandicello … Ciascuno a suo modo, ciascuno secondo le sue possibilità affettive, sulla base dei fantasmi che alla pancia di ciascuno parlano in modi che potranno tradursi in affetto, attenzione, empatia, magari poi anche quella cosa poliforma chamata amore faute de mieux.

In tutto questo il politically correct non ha spazio. I modelli astratti dell’eguaglianza formale di ogni essere umano in quanto tale non servono a nulla, salvo che ad acquietare la falsa coscienza sociale in una società ormai permeata da un atteggiamento eugenetico non dichiarato. Non si può imporre a nessuno di amare un bambino solo in nome della carità, della giustizia, del salvataggio della vittima innocente. Né si può tentar di inchiodare solo il genitore adottivo alla regola del caso: amerai come un figlio chiunque il caso (o la roulette delle procedure di adozione) ti affidi, in quanto si tratta di un essere umano. L’adozione riuscita  è un’alchimia sottile governata dalla flessibilità, dalla attenzione a ciò che in buona quella coppia è in grado di reggere traducendolo in possibilità d’amore, lontani da ogni imperativo categorico o da ogni santità delle emozioni pure. Se un pregiudizio aiuta a voler bene, ci si rassegni ad accettare quel pregiudizio.

Il resto – i procuratori della Cassazione, quelli che dicono “il bambino non può essere un possesso del genitore” (quale bambino non lo è un bel po’?), quelli vogliono realizzare giudizialmente la società multietnica nel rapporto tra genitori e figli, quelli che confondono stereotipo e pregiudizio, quelli che parlano di “supermercato” se mi sento di poter voler bene più facilmente a questo piuttosto che a quel bambino – il resto è chiacchiera da utopisti: quegli esseri che vogliono costruire a forza  le realtà umane in base a modelli razionali, e possono esercitare con tranquillità una ferocia serena.

Il PG della Cassazione di sicuro non lo sa, e neanche le Oliverio Ferraris di questo mondo. Allora diciamoglielo: essi esprimono la dialettica dell’illuminismo, la luce sinistra della ragione applicata alla storia e alla società, di cui abbiamo apprezzato nel secolo scorso lo splendore abbagliante.

PS Alla fine la posizione più matura è stata espressa da Giovanardi, sottosegretario di stato con la delega alle adozioni e Presidente della Commissione per le adozioni internazionali. Esistono e vanno applicati i vincoli dei trattati internazionali sottoscritti dall’Italia, che prescrivono in molti casi l’irrilevanza della definizione etnica del bambino da adottare. E contemporaneamente  ”bisogna stare attenti comunque quando si verifica la capacità di una coppia di gestire le proprie differenze con quelle del bambino. È importante: ci sono coppie che sanno reggerle e coppie che non sono in grado”. Il limite della norma da un lato, e dall’altro la presa d’atto della realtà affettiva complessa – umana, troppo umana – implicata da una adozione. Certo. E controvoglia per la prima volta mi trovo d’accordo con un rappresentante di questo governo.

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