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Facebook e il perturbante delle origini

8 novembre 2012 - di Cristina Cenci

Un rituale di annullamento del tempo

“Molti ex compagni di scuola mi hanno trovato e contattato, ma al di là delle sommarie informazioni sulle proprie vite odierne, non è successo nulla. Invece dopo qualche settimana una mia carissima amica, con la quale per vari motivi, avevamo interrotto i rapporti otto anni fa, ha trovato attraverso facebook, il coraggio per chiedermi scusa per i suoi errori del passato e riavvicinarsi a me. Penso sia una bella vittoria per un “semplice” sito internet. Io e la mia amica abbiamo ripreso a vederci, abbiamo chiarito le nostre incomprensioni e ci confidiamo nuovamente, come otto anni fa. Grazie facebook!”

Migliaia di racconti simili potrebbero essere raccolti tra gli adepti di Facebook. Mi viene in mente il comportamento di un paziente ossessivo descritto in un saggio di molti anni da Elvio Fachinelli, La freccia ferma. Tre tentativi di annullare il tempo.

Un piccolo industriale di quarantacinque anni ha appuntamento con un avvocato. L’appuntamento è fissato alle 18:30 e l’industriale chiede di spostarlo di un’ora per poter andare dallo psicoanalista. La richiesta viene accolta ma a quel punto l’uomo scopre un nuovo problema. I documenti che deve mostrare all’avvocato sono sotto il supplemento di un quotidiano che non può leggere perché esce anche la domenica e nel suo mondo personale “lavorare la domenica è peccato”. È ugualmente “peccato mortale” per lui toccare il supplemento. Potrebbe aspettare la moglie e farlo fare a lei, ma la donna rientra dopo le 19:30 e non se la sente di spostare ancora una volta l’appuntamento. Alla fine trova una soluzione:

 « Bisogna dunque che si decida a estrarre da solo i documenti e ad andare dall’avvocato. Dopo, farà l’ “annullamento”. L’ “annullamento” consiste in questo: rifarà in senso inverso tutte le azioni che ha compiuto dal momento in cui ha estratto i documenti da sotto il settimanale. Uscito dallo studio dell’avvocato, scenderà le scale voltato all’insù, farà retromarcia con la macchina, fino a casa sua, salirà le scale di casa sua guardando all’ingiù. Finalmente arriverà allo scaffale da dove ha preso i documenti e ve li riporrà, esattamente nella posizione in cui si trovavano prima e con un gesto inverso a quello con cui li ha presi. A quel punto l’azione peccaminosa sarà stata « annullata » (E. Fachinelli 1979:10).

Salvator Dalì, La persistenza della memoria

Centrata su una logica di inversione, la tecnica temporale del paziente ossessivo  mira a “annullare il tempo”, a “rendere non accaduto” un evento critico per il soggetto. Fachinelli paragona il procedimento descritto a modalità culturali di annullamento del tempo come la reiterazione di un mito delle origini e il culto degli antenati.

Chi usa Facebook fa meno fatica del paziente ossessivo e ottiene lo stesso risultato: annulla il tempo, tornando indietro, recuperando pezzi, persone, progetti, del suo passato. La concezione lineare del tempo dominante nella  contemporaneità è crudele, non lascia speranza: ogni atto è irreversibile, non si può tornare indietro. Facebook riapre la possibilità del tempo ciclico e dell’eterno ritorno: il passato non è passato per sempre, può tornare, può ripetersi. La promessa di Facebook è potente quanto quella dei profeti, se non di più: è possibile tornare alle origini, è possibile rinascere, annullando la storia e le sue cicatrici.  Si ritrova un’amica che ci aveva tradito dopo 8 anni, il trauma del conflitto è risolto, come se non ci fosse stato e ci si sente otto anni di meno. Oppure si è quarantenni, appena separati, con un figlio piccolo? Da Facebook arriva la salvezza;  “F. mi cerca, estate 1990…. In un colpo solo, anche solo per pochi istanti, 19 anni vengono cancellati”,  l’immaginazione si perde in una spiaggia lontana che  può tornare a salvare il presente.

La potenza di Facebook è difficile da battere: annulla il tempo, consente al passato di reincarnarsi nel presente, promette la rigenerazione con la potenza mitica delle origini, della giovinezza, del tempo in cui tutto era possibile. Le maghe offrono futuro incerto…  Facebook la certezza del ritorno…. Le profezie possono non avverarsi, il passato si è già avverato, basta solo ritrovarlo, basta annullare il tempo con un click quotidiano su una tastiera…..

La memoria tradita

Accendo il computer. Messaggio di Facebook: sei stata taggata nella foto di L. Ecco un frammento di passato  sbattuto in faccia in modo inaspettato e non cercato. E’ vero, avrei voluto fare l’archeologa, i frammenti mi piacciono, ma non i miei.

Messaggio privato di G. : “Hai visto la foto che L. ha pubblicato su Facebook? Siamo io, te e lei vent’anni fa sulla spiaggia. L. è sempre la stessa, noi siamo orribili, grassissime”. Io in realtà non mi vedo tanto male e nemmeno tanto grassa, poi qualcuno mi riconosce e i commenti sono sorprendenti, scopro di aver avuto una serie di fan di cui ignoravo l’esistenza.

Resta il fatto che un frammento di memoria si è staccato dalla mia biografia e ha preso vita indipendentemente da me, e non sono un personaggio pubblico, su cui altri si sentono autorizzati a scrivere, indagare, parlare.

René Magritte, La mémoire

E non è la madeleine di Proust. E’ un pezzo di memoria espropriata e offerta ad altri, un pezzo della mia biografia corporea che non mi appartiene più e che non gestisco. La reazione di estraniazione che spesso si ha nel rivedere vecchie foto, con un misto di “non riconoscersi” e di nostalgia per il passato, non è più un’esperienza di cui abbiamo il controllo. Può esserci imposta da altri. Non siamo più i detentori di ciò che vogliamo ricordare o dimenticare. Pezzi di noi possono vagare nella rete e noi magari lo ingnoriamo anche.

Viene da chiedersi, è possibile l’oblio ai tempi di Facebook e di Google? Sono ancora gli individui a costruire e gestire i percorsi della propria memoria e della propria autobiografia? Non si tratta di atti offensivi, di aggressioni evidenti, di comportamenti illeciti rispetto ai quali si può reagire con il conflitto, le norme, l’accusa. Sono gesti apparentemente normali e “autenticamente amicali”. Sono pezzi di memoria che un altro vuole esibire e che, a nostra insaputa, ci coinvolgono. Dovremmo cominciare a chiedere di firmare una liberatoria per ogni foto che ci facciamo al mare, in montagna, ad una cena, se non vogliamo diventare un’icona cliccabile e commentabile da decine o centinaia di persone, conosciute e sconosciute. Il second self sembrava nato all’insegna degli pseudonimi e degli avatar. Un’occasione unica per superare i  limiti dell’io socio-anagrafico e reinventarsi altre vite, altre identità, altri corpi, altri amori. Avevamo finalmente scoperto le potenzialità creatrici dell’opacità. Con Facebook sembrano tornare il controllo sociale del villaggio e la stregoneria come furto dell’Io. Un nuovo vodou si aggira tra di noi e i protagonisti sono i nostri migliori amici, più che i nostri nemici. 

Dal tempo del virtuale come tempo di sogni,  fantasie, miti, bugie…. passiamo alla memoria rubata, al sé tradito dalla roulette russa della trasparenza eterodiretta. Quanto durerà? Forse poco, visto che già nascono nuovi movimenti e social network che promettono segreto e invisibilità.

 

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  1. paolo

    va da sè che la memoria di noi tutti, spesso prima, ma di sicuro dopo scomparsi, è sempre stata alla mercè degli altri. Quindi il nostro oblio è tutt’altro che nelle nostre mani. Basti vedere il destino di qualunque scrittore o artista o altro che abbia lasciato testimonianza del suo passaggio. Molti dubito che sarebbero stati soddisfatti della pubblicazione di diari intimi, carteggi, foto ecc.
    In fin dei conti, attraverso fb, abbiamo l’occasione di vedere dal vivo, il nostro “passaggio” manipolato e fatto a pezzi dagli altri…
    ;)

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