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Grado zero del teatro. In memoria di Judith Malina, morta 3 giorni fa

13 aprile 2015 - di enrico pozzi

 

Non lo dimenticherò finché vivo.

1967, nel più improbabile dei luoghi, il Teatro Parioli, Roma, al cuore del quartiere piccolo-borghese che si pretendeva medioborghese. 21 anni. con quella che poco dopo sarebbe diventata la mia prima moglie.

Nessuna scena, solo fondali grezzi, travi, corde penzolanti, uno spazio senza vie d’uscita, Carceri piranesiani, luci senza grazia o pietà.

In programma l’Antigone di Brecht, via il Living Theater. Mai amato Brecht, al massimo sopportato, quel didascalico pedagogico greve di realtà. Ma c’era il Living. Dal 1966 la mia famiglia aveva affittato per Julian Beck e Judith Malina un appartamentino dietro Santa Maria in Trastevere. Era per 4, ci vivevano in 15. Ogni settimana qualche telefonata del Commissariato di zona, per impicci d’ogni genere. Ma adesso stavano per andarsene quasi tutti al Castello di Rocca sinibalda, ospiti, a far laboratorio, e lì ci sarebbe stato tanto spazio. 

Si parlava di loro nella Facoltà di Lettere e Filosofia occupata. Ero curioso, avido. A Berlino, Herbert Marcuse aveva già sancito “la fine dell’Utopia”, game over. In qualche modo l’enorme fiume di parole ‘alte’ e ideologiche che avvolgeva i più vivi di una generazione cominciava a sapere di morte, pensiero paranoico senza confini. Cercavo qualcosa, parole non consumate, forse gesti, di sicuro segni primitivi, corpi.

Il pubblico era quasi tutto in giacca, educato, nel buio. Lo ‘spettacolo’ non inizia. 15 minuti, 20, 30, 40. Poi inizia l’urlo. Non un grido, ma un urlo isolato e senza fine, ineducato, una voce sola e potente, da qualche parte laggiù nel Carcere d’invenzione, non da una gola ma da un ventre. Pian piano altre urla, a palcoscenico vuoto, un coro prima dell’umano e della storia, indifferente al senso e all’armonia, om senza pretesa di senso, potenza sonora del caos. Alcuni corpi praticamente nudi, donne e uomini, belli di forza non di bellezza, cominciano materializzarsi e invadono la scena a piccoli movimenti lenti, senza toccarsi o guardarsi, monadi sonore sparse sul palcoscenico, ognuna sola a se stessa. All’improvviso altri corpi nudi e urlanti scendono da dietro in mezzo alle poltrone, lentissimi, verso il palcoscenico ma restii ad arrivarci. Lo spazio intero del teatro è diventato una matrice carnale e sonora insieme, uno spazio-ventre regressivo, vicino alla origine. 

Il resto è stato Antigone, tableaux vivants, corpi-macchina e grandi macchine di corpi, pelle contro pelle, l’apollineo che mette in scena il dionisiaco, la voce del ventre che sfida il logos e il nomos della Legge di Creonte, la violenza del potere, il suo sadismo carico di desiderio, la carne morbida della vittima, il faustiano Regno delle Madri che si oppone alla legge del Padre e inghiotte senza fine l’Io nella forma-utero della sua danza, l’Io che cerca il confine della sua individualità e lo perde di continuo nel gruppo-massa di carne che lo avvolge.

Bello, ma per me la ‘verità’ è stata tutta in quel primo urlare corale di corpi sonori denso di carne e sesso e sconfinato addosso a noi, a me. In pochi minuti era saltato un paradigma, il ‘teatro’ era diventato qualcosa che non avevo mai ‘sentito’ che potesse essere, la perdita del limite, il dissolversi dell’Io abbandonatosi nel “sentimento oceanico” (Freud, Psicologia delle masse e analisi dell’Io). Diventare magma e folla, disperdersi. Il rito non come liturgia ma come transe ec-statica. 

Sono tornato nei giorni successivi a vedere altri ‘spettacoli’: da Les Bonnes di Genet, i Misteri. Poi negli anni ho inseguito le tracce nomadiche del Living, i suoi frammenti dispersi, un po’ ovunque. Spezzoni di filmati – The Brig di Jonas Mekas è l’unico compiuto. Apparizioni qua e là: la maschera straordinaria di Julian Beck  per es. il Tiresia nell’Edipo Re di Pasolini. Altri ‘spettacoli’: Frankenstein, Seven Meditations on Political Sadomasochism nel 1974 a New York. Paradise Now, diseguale, contenitore nel quale il Living metteva tutto di sé cercando di afferrare lo spirito dei tempi quando quei tempi erano già finiti; eppure indimenticabile. 

Grado zero del teatro. Quella sera al Parioli in qualche modo è venuta meno la mia possibilità di sperimentare ancora il teatro, di viverlo di nuovo in altri modi degni. Ho cercato con ostinazione, ma sempre deluso. Ingiustamente deluso, lo so. Qualche sprazzo di speranza ogni tanto: le 120 giornate di Sodoma di Giuliano Vasilicò al Beat 72 di Roma, visto in amore clandestino, com’era giusto. Kantor, forse. Per il resto, la noia, tanta. Il déjà vu, tantissimo.

In Paradise Now torna ossessiva una frasetta presa dalle ultime pagine di The Politics of Experience, di Ronald D. Laing. “I have seen the Bird of Paradise. I’ll never be the same again”. Elogio decadente della psicosi come follia in Laing. Richiamo al dolore nostalgico dell’Utopia, in Julian Beck e Judith Malina: chi è stato ferito dall’utopia non potrà mai rimarginare la ferita, è condannato a desiderare il Paradiso Ora. Magari come Giardino Incantato all’origine di tutte le favole possibile, “nei tempi antichi, quando desiderare serviva ancora a qualcosa”, come scrivono stupendamente i Fratelli Grimm nell’incipit della prima favola della loro raccolta. O magari, per sua ventura e sventura, come il Kubla Khan di Coleridge, Perché di rugiada e miele si è nutrito/E ha bevuto il latte del paradiso.

Per me solo grado zero, teatro che ha sancito, per me,  l’impossibilità di ulteriore teatro. Un altro modo per dire la fine dell’utopia, e il suo ricordo come faglia irriducibile della realtà. Questo è morto e non è morto con la morte di Judith Malina. Si usa dire: Riposi in pace. Ma questo serve solo a rassicurare i vivi che è possibile mettere una pietra tombale sul desiderio. E allora: che Judith Malina si agiti, inquieta, per sempre. (enrico pozzi)

Masse di corpi

Masse di corpi

 

Julian Beck e Judith Malina

 

Julian Beck in Antigone (da B. Brecht e Sofocle)

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