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l'Uomo vitruviano

 

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Il museo senza qualità e Il Costruttore an-estetizzato. El Lissitzky al MART di Rovereto

26 marzo 2014 - di enrico pozzi

 

Domenica pomeriggio di sole al MART, Rovereto. 

Arrivo da lontano per vedere la mostra di El Lissitzky. Pubblicità a pagina intera sull’inserto Cultura del Sole 24 Ore, lanci redazionali e la foto del bacio russo dappertutto. La mia ragione è Il costruttore del 1924, forma/figura umana del costruttivismo russo. Non può non esserci.

Parcheggio facile e vuoto. La grande Cupola trasparente della simil-Piazza interna. Un muro poderoso sbarra la vista delle montagne, la cosa più bella che Rovereto ha da mostrare. L’altrimenti grande Mario Botta pensava alle cose sue quando ha fatto il progetto.

Entro nel Ristorante Caffè Le Arti, il ristoro del MART. Sono le 14.06. Un cartello all’ingresso della zona ristorante promette cucina regionale autentica e un menu a prezzo ragionevole. Tavoli deserti, vetrina del cibo vuota, completamente vuota. Tre giovani donne chacchieranno e telefonano a sinistra dietro il bancone. Provo a chiamare. Nessuna reazione. 

Ripieghiamo sul bar. Non c’è quasi nulla, e quel poco sul genere posto di ristoro da stazione di servizio. Altro che prodotti locali. L’addetta al bar è sola, parla con due ragazzi amici suoi, faticosamente dà loro due birre che i due commentano a lungo, e intanto telefona. Ci presta attenzione dopo 5-6 minuti. Le tre nullafacenti ma poderosamente chiachieranti del fu ristorante non vengono ad aiutarla: probabilmente loro sono addette al ristorante e dunque del bar non gliene importa niente. Riusciamo a ottenere due panini con speck. Intanto c’ è una esposizione di oggettini di una cooperativa. Anche graziose cose fatte con le capsule Nespresso schiacciate. Chiedo quanto costano. Non sono in vendita. Se proprio le voglio devo andare alla sede della cooperativa per disabili Guardini… Forse dopo sono aperti… Però lei dove stanno proprio non lo sa. No, il telefono non ce l’ha, e in ogni caso è charo che non gliene può fregare di meno. Penso: sembra il bar di un ministero romano in chiusura, questi devono essere tutti impiegati del comune o della Provincia, gente garantita.

Scappiamo ai tavolini fuori sotto la Cupola e mangiamo, cercando di immaginare i monti.

Accompagnamo la bambina al laboratorio del BabyMart. Finalmente attenzione e cortesia. Biglietto ‘famiglia’ da 22€ e marciamo verso El Lissitzky. Veniamo intercettati da una signora in bassa tenuta: perché non andate a vedere Radice? Ma purtroppo siamo venuti per El Lissitzky e siamo del genere ostinato, perciò giriamo a sinistra.

Capisco subito che è stato un grave errore. Nei grandi spazi bianchi oggetti che sembrano pochi e piccoli si perdono senza speranza di identità. Com’è buona usanza nella maggior parte dei musei italiani – in questo il MART è all’altezza della concorrenza – nessuna indicazione su da dove iniziare o sulla logica della mostra. Serendipity più labirinto educano la creatività del visitatore, vero? Vaghiamo. Divieto di foto. 6-7 persone in giro, i custodi più numerosi dei visitatori. 

Mi sale dentro la delusione, poi la rabbia. Ci sono cose interessanti, alcune anche difficili da trovare. La maggior parte dalla Galleria di Stato Tret’jakov di Mosca, altri oggetti – meno noti – dal Getty Research Institute a da collezioni private spagnole. Ma niente trasmette l’importanza e il significato di quello che sto vedendo. Sono di fronte a un vertice del costruttivismo novecentesco, in un discorso formale che investe la pittura, la fotografia, la progettazione architettonica, il disegno, la grafica e la tipografia, il collage ecc. Vagabondo in un corto circuito della dialettica dell’illuminismo, l’astrazione che si intreccia con la tragedia politica, la stupenda geometria delle forme che accompagna le geometrie arcaiche del potere carismatico e della religione civile del Capo, il progetto razionale di costruzione (estetica) delle rappresentazioni inserito negli esiti tragici della costruzione della realta sociale-politica-economica in base ad un delirio razionale, l’utopia che collabora alla distopia, l’innovazione che copre di glassa scintillante conservazioni senza speranza, la rottura formale dell’immaginario al servizio dei vertici allucinati della ragione burocratica.

Insomma la versione russa di una tragedia che è stata artistica e storica al tempo stessa, la tragedia su fronti diversi di una intera generazione creativa in Italia, Unione sovietica, Germania, Francia (che per fortuna ha avuto il primo surrealismo e l’inconscio), Spagna ecc.  La generazione che – estendendo Jakobson – ha «dissipato i suoi poeti ».

Questo è stato a modo suo El Lissitzky. Di questo nessuna traccia nella curatela della mostra. Piccola burocrazia da curatori, sine ira et studio. Non un segnale di tensione analitica o interpretativa, o di passione qualsivoglia. Banali frasette, e spesso neanche quelle. Di fronte a oggetti piccoli, poco appariscenti e ‘parlanti’, spesso  sovrabbondanti di ‘dettagli’ poco comprensibili per il visitatore di oggi, nessuna introduzione efficace, nessun commento capace di spiegare, nessuna contestualizzazione storica e politica degna di questo nome. Le fratture formali, le innovazioni tecniche e procedurali, ma anche le influenze di altri, le matrici più ampie, le lezioni apprese, i fili ambigui che si intrecciano in El Lissitzky quasi malgrado se stesso: niente, non c’è niente. Quello che vediamo è ridotto alla povertà di un’esperienza pseudoestetica senza radici né risonanze né complessità; proprio ciò che una curatela dovrebbe saper proporre. Qualche esempio? Niente  Tschichold, o i rayogrammi, o Moholy-Nagy, o la poesia dipinta delle avanguardie letterarie, o Rodčenko, o Majakovskij,  o  Ėjzenštejn, o …. o …. o ….

Stessa cosa per l’allestimento. Prevedibilmente quegli spazi ampi avrebbero ‘dissolto’ le ‘piccole’ cose di El Lissitzky. Occorreva ampliarle, moltiplicarle nello spazio, nelle dimensioni e nelle risonanze (a proposito: e la musica?). I dettagli dei collage e delle composizioni dovevano diventare accessibili agli occhi contemporanei, che non sanno più guardare il piccolo. Materiali di contorno intelligenti e dinamici avrebbero potuto ‘aumentare’ – come si usa dire adesso – questi frammenti di realtà. Così alla fine più che El Lissitzky rimane in testa Dziga Vertov e i suoi fotogrammi.

 

Il costruttore. Autoritratto (1924)

Un esempio: lo straordinario Il costruttore (Autoritratto) del 1924. pienamente individuo e totalmente astrazione, cranio e cerchio, corpo e geometria, qualità pura e quantità misurabile, occhio e lettera, passione e griglia cartesiana. Variante contemporanea insuperata dell’Uomo vitruviano di Leonardo, a questo selfie si applicano bene le parole che Leonardo ha scritto sopra e sotto il suo disegno:

« Vetruvio, architecto, mecte nella sua op(er)a d’architectura, che le misura dell’uomo sono della natura distribuite inqueste modo certe, che 4 digita è 1 palmo, et 4 palmi fa 1 pie, et 6 palmi fa un chubito, 4 cubits fa 1 uomo, he 4 chubits fa 1 passo, he 24 palmi fa 1 uomo, consequente misura sonne sua 96 digti. Settu aperte legate chettu chali de chapo 1/14 d’altezza capalga tento le bacia che colle lungedigta tuche la linea di somita del chapo, sappi che, ‘l centro dello stremita delle aperte membra sia l’ombelico. E lo spatie che si trova infra la gambe sia triangolo equalatero » 

« 24 palmi. Largo ape(r)te l’uomo nel è b(r)accia, quato è la sua altezza. Da ‘l nascemento de chapegli al fine d’sotto è il decimo dell’altezza del(l)’uomo. Dalds octo del mento alla som(m)ità di lanpe he l’octavo dell’altezza dell’uomo. D’al sopra del pecto alla som(m)ito del chapo sia il sexto dell’uomo. Alla sopra del pecto al nasciamento de capegli sia la sectima parte di tucte (de)ll’uomo. Da’lle tetto alds’opa del chapo fa la quarta parte dell’uomo. La maggiore larghezza delle spalli chontiene la quarta parte dell’uomo. D’al somità alla punto della mano fa la decima parte dell’uomo, questo somito al termine della aspalla sia la octava / parte desso’uomo, tucta la mano fa la decima parte dell’uomo. Il memb(r)o virile nascere nel mezzo dell’uomo. Il piè sia la sectima parte dell’uomo. Dals’octo del piè ald’octo del chinochio fa la quarte parte dell’uomo.Dals octo del chinochio al nascermeto del memb(r)o sia la quarte parte dell’uomo. Le parte che se trovano infra il mento del naso el nascermeto de chapegli equel de cigli ciascuno, uno spatie essimile all’ore(c)chio, terzo del volto » 

Con una sola fondamentale differenza: nel proprio Autoritratto El Lissitzky  non mette solo la mathesis universalis corporea dell’uomo leonardesco. Dentro, nascosta, c’è anche la dialettica dell’Illuminismo, nella doppia forma della speranza e della tragedia condensata dall’URSS pseudorivoluzionaria.

Proprio questa alla fine è la intollerabile carenza di questa mostra. El Lissitizky ha espresso vertici di innovazione creativa al servizio di un sistema politico progressivamente sprofondato in varianti smisurate di macelleria e di genocidio ideologico. Già per una mostra romana su Rodčenko avevo sottolineato il silenzio sulle foto di propaganda scattate nel primo grande Gulag staliniano, 150mila condannati ai lavori forzati, oltre 25mila morti: nessuna didascalia che spiegasse cos’era stato quel Canale  Mar Bianco-Mar Baltico, nome eponimo: Canale Stalin,  di cui Rodčenko ci raccontava visivamente  i lavoratori felici, tipo la foto Al lavoro con l’orchestra, 1933. E qui, quella partecipazione attiva e multiforme alla rappresentazione e alla messa in scena apologetiche della URSS en construction, dei padiglioni sovietici nelle Mostre internazionali di vario genere, di Lenin (passi, forse) e di Stalin, mentre intorno a lui amici e compagni morivano nei gulag, si suicidavano ecc. Abile navigatore, e d’altra parte perché mai avrebbe dovuto farsi martire? O essere meno bravo e creativo a proposito del “piccolo padre”? Ma, per chi ha allestito la mostra, sulle vuote pareti bianche, qualche accenno a tutto questo?

 

Rodčenko, Al lavoro con l'orchestra, 1933

 

Scendiamo al piano terra. Al Bookshop ben poco. Dal BabyMart la più piccola esce: ha impresso su grandi fogli la sua faccia piena di cacao. E’ l’unica felice. Per lei il Mart ha significato un’esperienza estetica immersiva, fatta di una molteplicità di piaceri: cognitivi, dei cinque sensi, emozionali, di apprendimento, del fare. Esperienza abbastanza totale, l’unica che possa attirare e far tornare a Rovereto piccola città di provincia il viaggiatore curioso. Il piccolo museo marginale vive e cresce non se è pieno di soldi, ma se è dannatamente intelligente e originale, ammalato di unicità e perfezione, dedito ai piaceri complessi e semplici compreso il merchandising, i libri e la cucina del Ristorante Caffè Belle Arti. Il MART e il suo an-estetizzato El Lissitzky  si tengono bene alla larga da questo modello di Museo. Il sottotitolo della mostra di El Lissitzky è L’esperienza della totalità. Ecco, appunto. 

 

MART, traccia di totalità

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