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la musica come oppio dei popoli? Torna “Privilege” di Peter Watkins

11 aprile 2010 - di enrico pozzi

Dopo più di 40 anni è possibile vedere di nuovo Privilege di Peter Watkins. Uscito in Inghilterra nel 1967,  ebbe vita brevissima nelle sale cinematografiche, e da decenni giravano solo edizioni pirata in vhs, di pessima qualità visiva e sonora.

Il film racconta l’intreccio tra potere, costruzione del consenso, star system e musica pop. Il potere è un’Inghilterra bipartisan dove Laburisti e Conservatori governano insieme, senza opposizione alcuna. La loro dittatura dolcemente totalitaria mira ad eliminare il desiderio e la pensabilità del dissenso attraverso l’uso intelligente di tutte le forme possibili di deviazione, controllo morbido e manipolazione delle tensioni sociali e delle sofferenze individuali. La star è Steven Shorter, un performer musicale che gode di un immenso seguito di pubblico, ed è oggetto di un fanatico culto sociale della personalità che accomuna trasversalmente le classi sociali e le generazioni, ma soprattutto la “classe pericolosa” di quegli anni – i giovani – e il suo segmento isterico per definizione: le giovanni donne. La performance principe di Shorter è un rito da teatro della crudeltà: ammanettata, vittimizzata da un gruppo di poliziotti, la star chiede disperatamente al pubblico di liberarlo. L’aggressività collettiva viene deviata su un finto bersaglio, la ‘liberazione’ diventa la conquista della libertà per un finta vittima, e la rivolta contro l’autorità si esprime nello spazio innocuo di un concerto pop. Il risultato è una catarsi tranquillizzante, che depotenzia ogni rivolta reale contro poteri veri.

Dopo verrà il capovolgimento pedagogico: il “set me free” invocato da Shorter al pubblico (liberatemi per liberarvi) si inverte in un rito di pentimento e di espiazione. La star diventa l’incarnazione positiva dei valori, delle norme e dei simboli del sistema sociale. Colpevole redento dalla Croce, ora è il leader del movimento della Croce, il capo del risanamento morale del gruppo: guida religiosa e (apparentemente) politica di una crociata contro il Male, guaritore che allontana le patologie pericolose del conflitto e del dissenso.

 

 

Il rito di espiazione

 

L'estasi

  


La star/re taumaturgo guarisce gli ammalati

il goebbelsiano Ministro della propaganda

 

la Potenza investe la star/capo carismatico sul palcoscenico dello spettacolo

 

 

il divo divino benedice salutando, saluta benedicendo

 

Shorter è un leader carismatico al centro di cerimonie sociali che sono adorazioni religiose da parte di una folla regredita. Nella sua immensa popolarità si condensa la dimensione sacra del potere, ma senza la potenza (weberianamente: una Herrschaft priva di Macht). La sua trascendenza divina è quella del divo, della star, modalità postmoderna del potere, letterale messa in scena degli arcana imperii del potere reale che la star e le sue performance rendono invisibili per come li rendono visibili. E i concerti di Shorter diventano esplicite cerimonie politiche, dove preti e guardiani di varie istituzioni governano le masse di (giovani) seguaci su uno sfondo di croci di fuoco e secondo le coreografie consolidate dei totalitarismi del XX secolo (la Norimberga di Leni Riefenstahl, le piazze mussoliniane, le radure polpotiane, gli stadi maoisti, i vialoni delle parate staliniane ecc ecc ecc). Shorter non è altro che l’inconsapevole burattino nelle mani di chi vuole obbedienza, quella vera, il consenso spontaneo. Sempre Max Weber: l’obbedienza che consiste nell’assumere la volontà altrui come proprio spontaneo desiderio.

Il bersaglio di Watkins sono ovviamente i Beatles, nuovo oppio della società inglese e dei suoi gruppi potenzialmente capaci di ribellione: i giovani, le classi popolari. I Beatles come forse involontario strumento di manipolazione psicologica delle masse. I Beatles come battistrada e antesignani morbidi della Thatcher e della sconfitta dei minatori gallesi. I Beatles che un potere grato accoglierà tra i suoi Lord, stile Sir Paul McCartney.

Banale, e facilmente cospiratorio. La forza inquietante del film sta altrove, nei riti di massa che rappresenta e nelle dinamiche star/folla che decodifica: identificazione, colpa, espiazione, il touch and go della depressione e della sua gestione paranoica. Lo psicoanalista Roger Money Kyrle le aveva colte in azione nei discorsi di Hitler e di Goebbels cui avea assistito. Questi riti di massa sono gli stessi per Shorter, per i Beatles, per Woodstock, per la musica più indie e alternativa come per quella più ‘venduta’ e melensa. Mai dissacranti, sempre solo consacranti, e dunque sempre regressivi, pre-critici, catartici: fiere dell’emozione agita che dura il tempo di un concerto o di un rave party, e poi l’inversione della festa finisce, ognuno conforme al suo posto, le acque dell’ordine sociale si richiudono quiete.

C’è nella situazione-tipo della musica pop – il concerto – la convergenza di due dimensioni reazionarie. La prima è la transe: come ogni atto o cerimonia musicale, e ancora di più nel concerto pop, tutto converge verso un unico scopo: la costruzione sociale della transe di gruppo come estasi all’unisono, perdita collettiva e organizzata dei confini dell’io nel “sentimento oceanico” (Freud, Psicologia delle masse e analisi dell’Io). Ovvero il sociale nella sua forma più primitiva e incapace di un progetto che vada oltre l’istante, un progetto politico. La seconda è il Capo: tutta la dinamica si condensa nella identificazione panica con un individuo, la star sulla scena. Attraverso questo individuo la massa diventa temporaneamente gruppo, e vive vicariamente, ciascuno a suo modo, la gratificazione immaginaria di bisogni reali (sempre Freud e il suo straordinario libretto del 1921).

Watkins ci fa vedere quello che non è politicamente corretto dire. Una folla è sempre reazionaria. Ogni gruppo vive sempre sulla folie à plusieurs. Ogni cultura, visione del mondo o ideologia è il precipitato di una organizzazione paranoidea della realtà: un delirio di cui nessuno può fare a meno, un delirio funzionale (non sempre…) agli obiettivi del gruppo stesso, ma non per questo meno delirio. Ogni entità sociale è a suo modo una formazione ‘sacra’ e dunque il luogo di una modalità alienata dell’esistenza. Certo non tutte le entità sociali nella stessa misura, ma in tutte la possibilità di intravedere la realtà dietro il velo della sua costruzione sociale appartiene solo al singolo individuo marginale o alla minoranza non integrata.

Il film fu un disastro. Non venne quasi distribuito, soprattutto in Inghilterra. L’ostracismo di chiunque nello UK scriveva di cinema e non fu praticamente totale (molto meglio i critici USA). Watkins fu accusato di isteria, di misantropia, di ridicolo, di incapacità tecnica, di aver mischiato stile cinematografico e stile televisivo (il Rossellini televisivo non aveva insegnato nulla ai critici inglesi?), di aver usato attori capre ( e non era proprio così che dovevano essere: totalmente ‘blank’, schermi vuoti e neutri per le proiezioni del gruppo?), di aver offeso l’Inghilterra. Durissimo il commento sulla rivista del British Film Institute, ironicamente lo stesso che adesso ha prodotto finalmente la masterizzazione dvd:

What hangs around Watkins’ neck is sheer lack of professionalism: his film is a mass of poor scripting, inept acting, and directionless, irrelevant camerawork and editing … the television-vérité style that Watkins has clung to so obsessively throughout his short career has now reached its ultimate condemnation … Everything in ‘Privilege’ goes wrong, and one can do little but catalogue the failures … For The War Game the technique was just about as hollow, but the film’s subject gave it the compulsive fascination of a nightmare; with Privilege, the result is mere farce.’ (British Film Institute Monthly Film Bulletin).

Un’altra riflessione, ancora meno corretta. La tensione verso la transe non è forse costitutiva di gran parte del discorso musicale? C’è nel linguaggio musicale una temo irrimediabile vocazione confusiva, una aspirazione alla perdita dell’io, una obliterazione della capacità critica che forse appartiene solo al logos. Tra linguaggio musicale e linguaggio verbale esiste la stessa relazione simmetrica che si ha tra l’orecchio e l’occhio. L’orecchio non ha confine, accoglie direttamente e immediatamente dentro se stesso e dentro il corpo/Io ciò che ascolta. L’orecchio annulla la distanza, porta ‘dentro’ di noi il suono, cioè la realtà. L’occhio mette necessariamente a distanza, stabilisce un confine, ci separa, trasforma in ‘oggetto’ distinto dal soggetto tutto ciò che guarda. Può anche accogliere o ‘divorare’ pezzi di realtà, ma lo deve fare tra virgolette, metaforicamente, perché la realtà che gli entra dentro letteralmente lo acceca.

In questo sta la potenza del setting psicoanalitico classico: negarsi lo sguardo, ma usare l’orecchio come un occhio capace al tempo stesso di accogliere dentro e di tenere a distanza ciò che accade tra l’analizzando e l’analista. L’orecchio come terzo occhio, ma purtroppo questa immagine è consumata. Potremmo dire meglio: l’orecchio come una pelle invisibile, che crea forme di passaggio osmotico tra il dentro e il fuori senza mai rinunciare a porsi come separazione e confine. Ma tutto questo è ormai lontano da Watkins… In attesa di un Manifesto Musicoclastico.

NOTA: Per saperne di più sul film e sul suo antecedente The War game, c’è una bellissima rivista di cinema on line: http://www.brightlightsfilm.com/49/privilege.php. Il sito personale di Peter Watkins riproduce molti frammenti di recensioni: http://pwatkins.mnsi.net/privilege.htm. In Italia, solo la gloriosa Ombre rosse lo prese un po’ sul serio.

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