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Manhattan Transfer [1]. Occupy Wall Street

5 dicembre 2011 - di enrico pozzi

New York, 3 novembre 2011. 

Zuccotti Park

Ray Kachel arriva allo Zuccotti Park da Seattle. Ha  53 anni. Da 3  anni non lavora più. Progressivamente ha venduto tutto: i 3 Mac, la collezione di 1000 film, Final Cut Pro che gli serviva per il suo lavoro da montatore. Gli rimane solo il telefono per tweettare, e 300 dollari. Sente parlare di Zuccotti Park, decide di partire. 240 $ per il biglietto Seattle-New York in Greyhound. Scende dal pulman alle 5 del mattino, 6 ottobre, Port Authority Bus Terminal, 40a strada, con una sacca da marinaio, un telo e nient’altro. Raggiunge il Park. Il resto è la storia di quasi 2 mesi di occupazione e della comunità degli occupanti.

Ray Kachel. Foto di Wayne Lawrence, pubblicata nell'articolo di Packer.

L’ha scritta George Packer sul New Yorker in rete il 2 dicembre. Bell’esempio di giornalismo. La prospettiva di un individuo che diventa il punto di vista soggettivo-oggettivo di una narrazione. Narrazione che è racconto-analisi, analisi intensa perché racconto denso. L’interpretazione che non prende la scorciatoia pigra dei concetti ma si esprima nella struttura del racconto. La realtà che non è quella del ‘dato’ o della ‘verità’ documentaria, ma che è l’intreccio di percezioni multiple soggettive, di punti di vista che insieme costruiscono non la inumana realtà-noumeno, ma la umana realtà-fenomeno, composita e sempre provvisoria, correggibile, disponibile a trasformarsi e a modificare il suo senso. Contro l’equivoco del ‘realismo ad ogni costo’ o di scimiottamenti neorealisti, la lezione della sequenza iniziale di Roma città aperta di Rossellini, nella lettura tuttora insuperata di Pio Baldelli (Roberto Rossellini, Roma, 1972). Un articolo come questo è la migliore confutazione concreta della bufala della augmented reality: la realtà non ha bisogno di essere aumentata, ha solo bisogno di essere detta.

Il resto, attraverso gli occhi di Ray Kachel e di alcuni altri, è la storia di una pseudo-comunità che si mette in scena disperatamente come comunità mentre rimane un aggregato anomico alla ricerca di un qualche contratto sociale che lo tenga insieme.

Con il suo sguardo da bambino giunto a Babilonia,  Ray Kachel scopre microsolidarietà e il cocoon sociologico della coesione, viene introdotto alle funzioni sociali della reciprocità, dello scambio e del dono dato-ricevuto, apprende la necessità delle regole. Qualcuno gli dà un sacco a pelo ma deve lavorare nelle cucine. Altri lo aiutano a diventare parte del gruppo degli occupanti, ma deve prendersi cura di se stesso, lavarsi, asciugare i calzini e le scarpe fradice con le quali dorme da 4 giorni, darsi una dignità e una stima di sé senza le quali è impossibile la cooperazione ad una rivendicata dignità di gruppo. Partecipa sempre più alle discussioni, diventa amico di alcuni, vive praticamente senza soldi nel sociale senza moneta degli occupanti, dove anche il valore di scambio si camuffa da valore d’uso. Interagisce con il mondo esterno, am dall’interno, senza uscire fuori psicologicamente e fisicamente dai confini del gruppo: parlerà per un’ora ai passanti e ai curiosi, ma dal parco, senza uscirne.

Presto però è costretto a vedere altro.

La comunità non è il cristallo di gruppo (l’espressione è di Elias Canetti) che egli sperava. Già dalla prima notte si accorge che c’è un sottogruppo nel gruppo, gli irriducibili del suono di tamburi, anarchici e homeless che rullano di continuo i tamburi giorno e notte e si considerano i puri e duri della occupazione. Stanno in un angolo, non accettano nessuno, non condividono nulla.

Il problema delle regole e delle norme: non sono scritte, non  ci sono sanzioni vere se non quella estrema dell’ostracismo, non c’è autorità giudicante o forza esecutiva legittima, e spesso tocca alla odiata polizia esterna proteggere gli uni dalla violenza di altri. 

Il potere e la democrazia. Governa in teoria l’agorà, l’assemblea degli occupanti. Ma ogni assemblea dura ore e ore, si disperde nella logorrea, per luddismo antitecnologica rifiuta i megafoni e pratica un impossibile “megafono umano” per far sentire a tutti le parole di chi parla, il bocca a a bocca della frase ripetuta uccide la comunicazione e la discussione. L’assemblea trova difficilissimo arrivare a decisioni condivise, è dominata da aspiranti leaderini che si bloccano in veti incrociati. Il quasi movimento si bolscevizza in correnti organizzate, che si riuniscono separatamente in comitati e gruppi di discussione chiusi, dove Ray Kachel, quando prova a partecipare, è guardato con sospetto, costretto a spiegare perché vuole stare lì, e di fatto mandato via. Emerge una sottoclasse di intellettuali, che pensa per gli altri e per questo si autoinveste di un potere del discorso, subito potere anche ‘politico’, i chierici maiali più eguali dei tutti eguali. 

La solidarietà fragile. Il cocoon della cooperazione comunitaria tra eguali fiduciosi per  Ray  finisce presto. Una sera gli rubano praticamente tutto. Solo la rete di qualche rapporto individuale gli consente di rimediare un sacco a pelo e sopravvivere. Il sociale alternativo del “noi siamo il 99%” contro l’1% dei ladri e vampiri del capitalismo finanziario scopre i vampiri al proprio interno. 

La storia di Ray diventa un Bildungsroman di socializzazione a Babilonia e allo zoon politikon, la narrazione di un apprendistato sociale e politico intorno ai limiti e paradossi della comunità Geneinschaft, e alla necessità della società Geellschaft. Nello spazio di due mesi, Ray Kachel percorre in modo inconsapevole la strada che va al Leviatano di Hobbes, e da Hobbes il sentiero stretto che porta al Contratto sociale di Rousseau.

 

Bachofen a Zuccotti Park. Madre Terra, geometrie e un divano

In questo romanzo di formazione si innestano di continuo i temi costitutivi dell’immaginario della polis che tenta di nascere.

Uno per tutti. Le autorità cittadine avevano a lungo proibito di piantare tende permanenti nel parco. La simpatia di una parte dei newyorchesi per l’occupazione aveva fatto fallire un primo ordine di sgombero, e, per evitare una bivaccopoli homeless troppo deteriorata, era stato autorizzato l’utilizzo di tende piccole in cui dormire. A quel punto il parco si era praticamente riempito quasi per l’intera superficie con un sistema di tende che avevano ciascuna diritto a una quantità più o meno prestabilita di spazio. Poi un giorno un amico di xxx trascina nello spazio delle tende un divano buttato via per la strada. Si apre una discussione violenta. Di chi è e per chi è quel divano? Perché un divano che ruba spazio prezioso alle tende? Tra l’altro su quel divano, dicono alcuni, vengono a ubriacarsi e a fare sesso alcuni occupanti e homeless estranei all’occupazione. Il divano è un corpo estraneo usato dagli stranieri. La discussione degenera, un giorno l’amico di xxx prende a pugni un vicino che lo stava contestando con forza, e viene arrestato dalla polizia. 

Piccolo episodio, ma con lo spessore di un dramma di fondazione. Le città, cioè le comunità o le utopie,  nascono imponendo segni e geometrie alla nuda terra. Già Bachofen aveva descritto l’attività del contadino e dell’agrimensore, che costruiscono confini, calcolano gli spazi e imprimono segni quantitativi nel corpo qualitativo della Madre Terra: il primo trionfo del patriarcato e l’inizio della fine per il presunto matriarcato originario delle società umane. Nel 1897, a Skagway, Alaska, questo conflitto tra principio paterno-virile e principio materno si era espresso in un episodio esemplare. La corsa all’oro avevo portato a Skagway e nella vicina Dyea molte decine di migliaia di persone pronte a partire da lì per il Klondike attraverso 800 km di percorsi di drammatica difficoltà. Un aggregato di poche case era diventato nel giro di alcune settimane una città di 10mila abitanti dove passavano almeno 1000 cercatori ogni settimana.

Si scontrarono subito due logiche. Da un lato Soapy Smith, capo di una rete di banditi, di truffatori e di corrotti, che voleva mantenere l’anomia della città e l’eliminazione di ogni regola per proseguire nello sfruttamento violento dei cercatori di passaggio. Dall’altro Frank Reid, di mestiere geometra, che voleva dare forma e struttura a Skagway organizzandone gli spazi, e rompendone in questo modo l’anomia già nella mappa delle strade: primo passo verso il nomos, il diritto, la norma, l’ordine dei confini. La cosa si risolse con uno scontro armato tra i due eroi eponimi, Morirono tutti e due, ma Skagway perse la logica disordinata del piacere e trovò (quasi) la geometria della norma. Così il racconto, quasi-fatto che funziona da mito di fondazione. Tuttora le due tombe coesistono nel cimitero di Skagway. Monumentale e centrale quella di Reid

Non diverso, e non meno intriso di mito e immaginario politico, lo scontro violento intorno al divano. L’intrusione del divano anomico del piacere privato nel tentativo disperato di geometrizzare la terra  del Parco in sembianti di case e sentieri. Dal caos all’inizio ordinato di una polis nuova che si pretende alternativa.

Paranoia

In realtà solo a tratti l’accozzaglia eterogenea di persone, linguaggi, parole d’ordine e visioni del mondo che popola il parco riesce a diventare quasi un gruppo. La disgregazione sociale incombe sulla comunità intermittente. Per fortuna c’è il Nemico. “We are the 99 percent”. Il Nemico è quell’1 per cento, la ridicola minoranza che si nutre del sangue e della vita del 99 percento. Come tutti i Nemici delle pseudo-comunità paranoidee, è misterioso, invisibile, compatto, lungimirante, organizzato, cospiratorio, potentissimo. 1% è Uno, l’Uno, entità irriducibile alle sue componenti, unitaria per definizione: nelle elaborazioni degli occupanti, nucleo dell’atomo, immensa forza concentrata.

Ma qui a Zuccotti Park , il Nemico esce dall’ombra in cui si protegge. Visibile, reso visibile dall’esistenza di Noi al cuore del suo territorio. Noi rivela Loro. Il Parco si definisce come controspazio al raso del suolo che rende evidenti i palazzi e i grattacieli di Wall Street, li impone alla percezione. Stando nel Parco, non si puà mai dimenticare questo Nemico che incombe, incubo di cui saremmo succubi e sudditi ciechi senza la comunità di Occupy Wall Street. I Palazzi, e i Poliziotti ovunque intorno a Noi, e il Sindaco miliardario, che minaccia di distruzione il simbolo del 99 percento, e la gente che passa e critica,  e persino – nel racconto della nostra Alice metropolitana, tre Russi, servi ormai degli Americani dell’1 percento.

Bloomberg e le autorità cittadine minacciano varie volte l’evacuazione del Parco, e ogni volta non lo fanno: una vittoria per la comunità degli occupanti, la verifica che hanno risvegliato il 99 percento, e che Babilonia è con loro contro il Nemico.

Non è così semplice. La stanchezza, il disagio, i conflitti interna, la disgregazione strisciante, l’inesistenza di un progetto reale, la consapevolezza della incapacità di una strategia: la comunità non può non sentire che di fatto non esiste come soggetto sociale. Quando arrivano gi elicotteri e gli altoparlanti, quando la polizia in tenuta antisommossa ordina l’evacuazione immediata del Parco e inizia la distruzione delle baracche e delle tende,  Ray Kachel  mette insieme in un fagotto il quasi nulla che è suo e fugge verso il FDR Drive, si nasconde tra i cespugli di un altro parchetto, e si prepara ad affrontare da solo Babilonia. Per fortuna, il Nemico ha distrutto la comunità che quasi non c’era, e in questo modo la ha confermata come comunità vera, dato che ha dovuto distruggerla. C’è del sollievo nel racconto di  Ray Kachel. Il Nemico gli ha regalato il possibile ricordo ‘vero’ di ciò che altrimenti sarebbe stato lo sgretolarsi di un’esperienza verso il buco nero di un altro fallimento. 

L’eterno dono del Nemico: regalare identità e esistenza paranoidea al sociale e ai suoi individui.

 

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