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Quando lo East Village puzzava ed era vivo – finalmente una mostra del fotografo Peter Hujar

18 gennaio 2014 - di enrico pozzi

Dopo anni di indifferenza, finalmente alla Fraenkel Gallery di San Francisco una mostra importante per le foto di Peter Hujar, la prima abbastanza completa dopo le retrospettive del 2005 al Moma PS1 (Brooklyn), e allo Institute for Contemporary Arts (Londra) nel 2007.

Morto di Aids a 53 anni, Peter Hujar è stato uno dei grandi protagonisti della vita artistica dello East Village newyorchese negli anni ’70 e ’80. Mentore di alcuni, conosciuto da tutti, amato e/o odiato da molti, ha costruito un universo iconico forse unico in quel periodo per rigore formale e tematico. Corpi: soprattutto di uomini del popolo gay del Village e dell’arcipelago della cultura queer. Spazi: i pier degradati e i grandi edifici abbandonati dove si condensavano l’erotismo del cruising, la logica della performance o installazione provvisoria e le ricerche formali di una street art ancora senza divi, anonima per vocazione profonda. Animali: apparizioni innaturali di entità ‘naturali’. Trasversale a questi temi un bianco/nero senza compromessi – mai una foto a colori nell’opera di Hujar -, curato con attenzione ossessiva in fase di stampa e con risultati di insolita purezza nella crescente sciatteria dei bianconeri contemporanei. 

Il fil rouge: un’aura algida che penetra ogni cosa rappresentata. Perinde ac cadaver: anche i corpi più sessuali, anche le masturbazioni e le erezioni trasmettono l’autismo della tomba, mai il piacere, il godimento e la relazione erotica. Il vertice di Hujar sta nelle sue foto di morti e di morituri, dove anche i più apparentemente vivi e vitali sembrano solo epitaffi iconici. Tel qu’en lui-même enfin l’Eternité le change. Il corpo che si predispone e mette in scena per l’eternità quando sembra ancora ben vivo o quando effettivamente sta per morire: questo è il topos formale di Hujar, la costante e lo stenogramma latente del suo stile.

Una delle sue foto più potenti è Candy Darling on her death bed (1974). Candy Darling, alias James Lawrence Slattery, notissimo transessuale coinvolto nella Factory di Warhol, in Flesh (1968) e Women in revolt di Morissey, cantato da Lou Reed dei Velvet Underground, morì a 29 anni. Hujar lo fotografò pochi giorni prima della sua morte, perfettamente truccato e vestito da Candy Darling, e gli mise accanto una rosa dal lungo gambo, mortuaria ma in fiore: un quasi cadavere che imitava perfettamente la pienezza di vita che stava perdendo per sempre. Lo stesso stilema di morte, spesso nella forma-archetipo della Figura giacente, declinata in serie di corpi sepolcrali e ormai quasi privi di individualità, immagini da coperchio di sarcofago.

 

Candy Darling sul letto di morte - 1973

Hujar viveva in povertà assoluta, ai limiti della sopravvivenza fisica, in condizioni spesso estreme. Dominato da una violenza autodistruttiva mascherata come rifiuto di qualsiasi compromesso con ciò che avrebbe potuto farlo vivere: gli amici più danarosi, i collezionisti d’arte, le gallerie, ma anche semplicemente rifiuto di qualsiasi accommodamento con la realtà. Un solo volume fotografico da vivo, Portraits in Life and Death (1976), esce con la prefazione di Susan Sontag. Per il resto, la sua fonte reale di vita era il suo potere carismatico su coloro che incontrava e legava a sé in un rapporto di impossessamento psicologico talvolta, ma non sempre, anche erotico: discepoli trasgressivi appagati dai riconoscimenti che elargiva e ritraeva capricciosamente. Nan Goldin, furbetta, lo usò quanto bastava, salvo dedicargli un ‘coccodrillo’ post mortem nel 1994: “He was a magician, he hypnotized his subjects. He never forced exposure, he seduced people to want to reveal all to him. [...] He taught so much to me and everyone who knew him…we went through periods of trying to work in each other’s style. I think it changed both of us.”

L’episodio più importante della vita di Hujar fu il rapporto intenso con David Wojnarowicz, l’altro protagonista autentico dell’East Village di quegli anni: fu il suo mentore artistico, amico, talvolta intermittente amante, in un legame tra più anziano e più giovane fatto di una fedeltà carsica indifferente al va-e-vieni degli affetti di ciascuno. Wojnarowicz lo assistette fino alla morte, e lo portò dentro di sé fino alla propria morte, sempre per Aids, a 38 anni. La storia del loro rapporto, e insieme l’unico vero ritratto di Peter Hujar fino ai suoi ultimi momenti, sta tutta nella bella biografia che Cynthia Carr ha dedicato a Wojnarowicz, e per suo tramite a tutta la queer culture del downtown e allo East Village pre-gentrification (Fire in the Belly: The Life and Times of David Wojnarowicz, 2012, in particolare il cap. 9). 

 

David Wojnarowicz fotografato da Peter Hujar

 

Hujar morto fotografato da David Wojnarowicz

Tutto l’archivio di Peter Hujar è ora nella mani di una mega galleria di New York, Pace/MacGill, una macchina da guerra commerciale che lavora in collegamento appunto con la Fraenkel Gallery di San Francisco. Copyright su tutto, ma almeno ora c’è questa mostra (http://fraenkelgallery.com/exhibitions/love-lust), con un catalogo di qualità decente. Da vedere, anche perché i furbetti della Fraenkel l’hanno accoppiata a 9 foto della Goldin, un volano commerciale sicuro. Con un vantaggio per il visitatore: constatare la pochezza gigiona della seconda quando ha accanto la tensione, la potenza e il rigore delle immagini di Hujar.

Autoritratto in piedi, 1980. L'immagine scelta per la copertina del catalogo della mostra

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