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Da non leggere. Massimo Recalcati su 9 artisti (incolpevoli)

14 maggio 2017

Compro un libro di Massimo Recalcati, Il mistero delle cose. Nove ritratti di artisti  (Feltrinelli, 2016). Diffido, ma c’è un capitolo su Burri, e non resisto.Tono subito enfatico, credendosi intenso, ma tant’è: me l’aspettavo.

Capito su queste righe: “la pratica dell’arte costeggia l’abisso del reale, è una rotazione intorno all’impossibile, al mistero assoluto della vita e della morte. E’ un modo per circoscrivere e per custodire l’assoluto innominabile“.

Ohibò. Da una vita cerco di educare me stesso e i miei studenti a non scrivere e soprattutto a non ‘pensare’ così. Da una vita evito i colleghi psicoanalisti afflitti dal “mal franzese”, il roboante decadentismo.

Ho chiuso il libro. 29 euro buttati. (enrico pozzi)

 

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In memoria di Vito Acconci, morto ieri a New York

29 aprile 2017 - di enrico pozzi

E’ morto ieri a New York Vito Acconci, 77 anni, poeta, video e body artist, performer, architetto, instancabile sperimentatore.

Il più grande.

Solo gli Azionisti viennesi reggono il confronto. La maggior parte degli altri fanno figura di stanchi imitatori, macchiettisti, o puri e semplici gigioni.

Ero a New York nel gennaio 1972, alla Sonnabend Gallery di Chelsea, mentre era in corso Seedbed: nudo, sotto un falso pavimento, Acconci si masturbava senza fine blaterando in un microfono fantasie sessuali sui visitatori. Indimenticabile messa in scena e in atto di un desiderio tanto illimitato quanto inutile.

Il video qui: 

Vito Acconci, Seedbed, 1972

(continua…)

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Perché Jack lo Squartatore doveva essere un Ebreo? La risposta di Sander Gilman

22 settembre 2016

1888, a Whitechapel, un quartiere povero e malfamato di Londra. Tra il 31 agosto e il 9 novembre, un serial killer uccide, sventra e mutila sessualmente almeno 5 prostitute. In un messaggio si firma Jack the Ripper. Malgrado indagini imponenti, non verrà identificato. Nell’opinione pubblica e nelle rappresentazioni sociali dilaga però la certezza che sia un Ebreo.
Un grande storico della medicina e del corpo, Sander Gilman, esplora il lavorio dell’immaginario collettivo intorno a questo collegamento tra la Puttana, l’Ebreo e il serial killer sessuale.
Pubblicato sulla rivista IL CORPO, n. 4/15. A novembre ne ILCORPOEDIZIONI la traduzione dell’intero libro di Gilman, Il corpo dell’Ebreo.

http://www.ilcorpo.com/it/rivista/dicembre-2015_56.htm

 

Il cadavere mutilato di Mary Jane Kelly, uccisa il 9 novembre 1888

L’immagine ‘ebrea’ di Jack lo squartatore, "Illustrated Police News", settembre 1888

 

 

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Ingeborg Bachmann e il confine. Frammenti nel n. 4/15 de IL CORPO

24 maggio 2016

 

Il confine attraversa tutto ciò che Ingeborg Bachmann ha scritto ed è stata.  Confine tra le parole e il mondo. Confine tra le persone, i generi, i corpi, le lingue. Confine tra gli spazi, le appartenenze geografiche, le identità molteplici. Confine al tempo stesso insuperabile e irrinunciabile. Pelle, e come la pelle involucro dell’io, diaframma e contatto, sintesi tra ferita e corazza,  pronto ad accogliere  – spesso, ad accogliere il niente – e destinato a bruciare.  Non basta essere Ondina, ‘liquido’ alter ego della Bachmann, per potersi esimere dal confine, e salvarsi dal fuoco. L’acqua non può spegnere nulla, perché è solo «un confine umido tra me e me».

Tracce del confine ovunque. Nei frammenti proposti qui. Ma anche in molti racconti del Trentesimo anno, in Malina, nelle pagine sul Muro di Berlino,  in In cerca di frasi vere, nella corrispondenza con Paul Celan e con Hans Werner Henze, in altre corripondenze private – oltre 800 lettere, frammenti ecc – non ancora rese accessibili, se lo saranno mai.  E poi ancora in quasi tutto il resto della sua scrittura.

Luogo geometrico di questo confine: il rapporto con il tedesco, lingua-madre, rinnegata senza fine, tradita, tradotta, spesso odiata, eppure così irrimediabile, ferita che non accetta rimedio o cura.

http://www.ilcorpo.com/it/rivista/dicembre-2015_56.htm

Da Invocazione all’Orsa Maggiore, V (tr. di Luigi Reitani, rivista)

Perché nulla ci separi, è d’obbligo il distacco;
nell’aria uguale si sente il taglio uguale.
Dell’aria son solo i confini,
di notte il vento a passi li rimargina.

Ma noi vogliamo parlare di confini,
e siano i confini pur in ogni parola:
per nostalgia li attraverseremo
e saremo in armonia con ogni luogo.

 

Ingeborg BACHMANN, 1959

 

 

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Joan Snyder, ovvero il travaglio estetico dell’identità sessuale

5 aprile 2016 - di enrico pozzi

Joan Snyder è una pittrice newyorchese affermata, e largamente sopravvalutata. I suoi «stroke paintings» degli inizi degli anni 70 furono considerati una innovazione potente, la rivisitazione decostruzionista della pittura astratta. A me sono sempre sembrati sì e no  ’carini’. Recitanti, rassicuranti, adatti ai salotti di una borghesia ‘illuminata’ in cerca di qualche prudente brivido (estetico).

Il Metropolitan ha acquisito il cubo di cemento del vecchio Whitney ideato da Breuer sulla Madison Avenue e l’ha trasformato nel sua sezione di arte contemporanea. Giro per il 4° piano, la mostra Unfinished, e capito su Heart On. Non riesco a staccarmi. Tanto cerebralismo curatoriale nelle sale precedenti, e ora questa ‘cosa’ che sa di pancia, di corpo, (continua…)

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In memoria di un furto d’anima, e della morte di Verlaine

9 marzo 2016 - di enrico pozzi

In memoria di Verlaine posseduto da Rimbaud.

La vocazione all’annuncio mortuario che caratterizza twitter mi ha ricordato che 120 anni fa è morto Paul Verlaine. Poeta, ma non grande poeta. Lieve, dolce, a volte dolciastro, così implacabilmente musicale, come il Rilke peggiore. La sua immediatezza facile – chi lo ama direbbe: ingannevolmente immediata e facile – fece scegliere due suoi versi come segnale dall’Inghilterra ai partigiani francesi che stava per avvenire lo sbarco di Normandia: Les sanglots longs des violons de l’automne / Blessent mon coeur d’une langueur monotone. Già, un languore monotono.

Gli nuoce la vicinanza e la relazione con Rimbaud, così tanto più grande. Alla fine è Rimbaud che lo salva nella memoria della poesia, il povero “vierge folle” della Saison en enfer, un ritratto così terribile e potente da rendere Verlaine grandioso malgrado se stesso, immortale per contiguità.

Ed è sempre Rimbaud a salvare poeticamente Verlaine anche dopo aver scelto da tempo il silenzio della poesia. Nel 1889 giunse a Verlaine la notizia (falsa) della morte del suo ex giovane amico (morirà due anni dopo, nel 1891). Ne uscì Laeti et errabundi, straordinaria poesia d’amore che nega la morte. All’imbolsito stanco e così adulto Verlaine scoppia la pelle dell’Io, fino ai versi incontenibili della parte finale: 

                                    Mort, vous, 
Toi, dieu parmi les demi-dieux! 
Ceux qui le disent sont des fous. 
Mort, mon grand péché radieux 

Tout ce passé brûlant encore 
Dans mes veines et ma cervelle 
Et qui rayonne et qui fulgore 
Sur ma ferveur toujours nouvelle!

Mort tout ce triomphe inouï 
Retentissant sans frein ni fin 
Sur I’air jamais évanoui 
Que bat mon coeur qui fut divin!

Da leggere di corsa, in pericoloso ricordo di Eros che fu.

Magari con l’aiuto di chi meglio di chiunque altro ha saputo reinventare la flânerie fanciullesca e maledetta attraverso le ‘zone’ della Metropoli: Wojnarowicz/Rimbaud a Manhattan, come Verlaine/Rimbaud a Londra: http://www.ilcorpo.com/…/rimbaud-flaneur-a-new-york-via-wo…/ 

 

 

 

 

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Di chi è il corpo? Utero in affitto, thinkpol, immacolata concezione e altro ancora

8 dicembre 2015 - di enrico pozzi

Il giorno dell’immacolata concezione mi pare quello giusto per discutere razionalmente di utero in affitto, o della più ‘igienica’  “maternità surrogata”.

Imperversa la thinkpol orwelliana, la polizia del pensiero. Basta niente, e ci si ritrova omofobi, o criptofemministi, o lgbt onorari, o patriacalfamilisti, o crociati antigender, o body snatcher o innamorati-dell’onnipotenza-dell’amore, o legge-e-ordine-contro-l’amore ecc… Subito etichette. Di pensiero senza etichette: poco, percepito con fastidio. Però proviamoci, a costo di riuscire complicati e noiosi.

Tanto per acquietare subito i poliziotti del pensiero: non intendo schierarmi pro o contro l’utero in affitto. (continua…)

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Manhattan Transfer 2015: MOMA, impronte di una mostra

8 dicembre 2015 - di Cristina Cenci

Soldati, uomini spettri e artisti sciamani, chiamati a commemorarli. Opere macerie estratte dalla collezione del MOMA e rivitalizzate da un setting interpretativo che trasforma le sale bianche del museo in un campo di battaglia. Le pareti diventano fantasmi animati di lame, volti ragni, carne ridotta a geometria di morte. 

Soldier, Spectre, Shaman: The Figure and the Second World War è la mostra. Le immagini che seguono raccontano la sua impronta, le ombre dei fantasmi che mette in scena.  

Shadow of Lee Mullican, Presence, 1955

Shadow of Lynn Chadwick, Inner Eye, 1952

Shadow of Lynn Chadwick, Inner Eye, 1952

Shadow of Maria Martins, The Impossible III, 1946

Shadow of David Hare, Figure waiting in cold, 1951

Unknown Shadow

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Manhattan Transfer 2015. Al nuovo Whitney, museo senza qualità. Poi al Rubin, per fortuna

2 dicembre 2015

La cosa più bella è la camminata lungo la High Line, la vecchia linea ferroviaria merci nel West Side di Manhattan ora recuperata come parco pubblico.

Alla fine il nuovo Whitney, ideato da Renzo Piano. Mi aspetto almeno l’ombra del Beaubourg, e trovo una nave/scatolone grigia e senza vita, banale fuori e dentro. (continua…)

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Rimbaud flâneur a New York, via Wojnarowicz

25 ottobre 2015 - di enrico pozzi

Il 20 ottobre 1854, 161 anni fa, nasceva a Charleville Arthur Rimbaud, il più grande poeta dell’età contemporanea. Leggerlo è stata ed è un’esperienza fondamentale della mia vita.

Le parole su di lui sono tutte consumate: il Voyant, il «poète maudit», l’addio definitivo alla poesia a 20 anni, i mille mestieri in giro per il mondo, il mercante d’armi e d’altro in Africa, la morte a 35 anni ecc ecc: tutto il falpalà eroico-negativo che rassicura i filistei. Allora meglio il diciottenne in fuga a Londra con Paul Verlaine (che per lui lascia la moglie). Sopravvivono rifugiati nelle case degli esuli della Comune di Parigi, si amano, si odiano, si feriscono a rivoltellate: una «Saison en enfer». Ironicamente, dimentichiamo i battelli ebbri, le vocali e le illuminazioni. Dedichiamoci all’Album Zutique, agli Stupra, al Sonnet du Trou du Cul: roba seria, parola antiestetica che viene dal profondo del corpo, e dunque iperestetica.

Il più intenso monumento a Rimbaud lo ha costruito David Wojnarowicz, un prostituto attivo per qualche anno a Times Square, (continua…)

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