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In memoria di un furto d’anima, e della morte di Verlaine

9 marzo 2016 - di enrico pozzi

In memoria di Verlaine posseduto da Rimbaud.

La vocazione all’annuncio mortuario che caratterizza twitter mi ha ricordato che 120 anni fa è morto Paul Verlaine. Poeta, ma non grande poeta. Lieve, dolce, a volte dolciastro, così implacabilmente musicale, come il Rilke peggiore. La sua immediatezza facile – chi lo ama direbbe: ingannevolmente immediata e facile – fece scegliere due suoi versi come segnale dall’Inghilterra ai partigiani francesi che stava per avvenire lo sbarco di Normandia: Les sanglots longs des violons de l’automne / Blessent mon coeur d’une langueur monotone. Già, un languore monotono.

Gli nuoce la vicinanza e la relazione con Rimbaud, così tanto più grande. Alla fine è Rimbaud che lo salva nella memoria della poesia, il povero “vierge folle” della Saison en enfer, un ritratto così terribile e potente da rendere Verlaine grandioso malgrado se stesso, immortale per contiguità.

Ed è sempre Rimbaud a salvare poeticamente Verlaine anche dopo aver scelto da tempo il silenzio della poesia. Nel 1889 giunse a Verlaine la notizia (falsa) della morte del suo ex giovane amico (morirà due anni dopo, nel 1891). Ne uscì Laeti et errabundi, straordinaria poesia d’amore che nega la morte. All’imbolsito stanco e così adulto Verlaine scoppia la pelle dell’Io, fino ai versi incontenibili della parte finale: 

                                    Mort, vous, 
Toi, dieu parmi les demi-dieux! 
Ceux qui le disent sont des fous. 
Mort, mon grand péché radieux 

Tout ce passé brûlant encore 
Dans mes veines et ma cervelle 
Et qui rayonne et qui fulgore 
Sur ma ferveur toujours nouvelle!

Mort tout ce triomphe inouï 
Retentissant sans frein ni fin 
Sur I’air jamais évanoui 
Que bat mon coeur qui fut divin!

Da leggere di corsa, in pericoloso ricordo di Eros che fu.

Magari con l’aiuto di chi meglio di chiunque altro ha saputo reinventare la flânerie fanciullesca e maledetta attraverso le ‘zone’ della Metropoli: Wojnarowicz/Rimbaud a Manhattan, come Verlaine/Rimbaud a Londra: http://www.ilcorpo.com/…/rimbaud-flaneur-a-new-york-via-wo…/ 

 

 

 

 

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Di chi è il corpo? Utero in affitto, thinkpol, immacolata concezione e altro ancora

8 dicembre 2015 - di enrico pozzi

Il giorno dell’immacolata concezione mi pare quello giusto per discutere razionalmente di utero in affitto, o della più ‘igienica’  “maternità surrogata”.

Imperversa la thinkpol orwelliana, la polizia del pensiero. Basta niente, e ci si ritrova omofobi, o criptofemministi, o lgbt onorari, o patriacalfamilisti, o crociati antigender, o body snatcher o innamorati-dell’onnipotenza-dell’amore, o legge-e-ordine-contro-l’amore ecc… Subito etichette. Di pensiero senza etichette: poco, percepito con fastidio. Però proviamoci, a costo di riuscire complicati e noiosi.

Tanto per acquietare subito i poliziotti del pensiero: non intendo schierarmi pro o contro l’utero in affitto. (continua…)

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Manhattan Transfer 2015: MOMA, impronte di una mostra

8 dicembre 2015 - di Cristina Cenci

Soldati, uomini spettri e artisti sciamani, chiamati a commemorarli. Opere macerie estratte dalla collezione del MOMA e rivitalizzate da un setting interpretativo che trasforma le sale bianche del museo in un campo di battaglia. Le pareti diventano fantasmi animati di lame, volti ragni, carne ridotta a geometria di morte. 

Soldier, Spectre, Shaman: The Figure and the Second World War è la mostra. Le immagini che seguono raccontano la sua impronta, le ombre dei fantasmi che mette in scena.  

Shadow of Lee Mullican, Presence, 1955

Shadow of Lynn Chadwick, Inner Eye, 1952

Shadow of Lynn Chadwick, Inner Eye, 1952

Shadow of Maria Martins, The Impossible III, 1946

Shadow of David Hare, Figure waiting in cold, 1951

Unknown Shadow

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Manhattan Transfer 2015. Al nuovo Whitney, museo senza qualità. Poi al Rubin, per fortuna

2 dicembre 2015

La cosa più bella è la camminata lungo la High Line, la vecchia linea ferroviaria merci nel West Side di Manhattan ora recuperata come parco pubblico.

Alla fine il nuovo Whitney, ideato da Renzo Piano. Mi aspetto almeno l’ombra del Beaubourg, e trovo una nave/scatolone grigia e senza vita, banale fuori e dentro. (continua…)

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Rimbaud flâneur a New York, via Wojnarowicz

25 ottobre 2015 - di enrico pozzi

Il 20 ottobre 1854, 161 anni fa, nasceva a Charleville Arthur Rimbaud, il più grande poeta dell’età contemporanea. Leggerlo è stata ed è un’esperienza fondamentale della mia vita.

Le parole su di lui sono tutte consumate: il Voyant, il «poète maudit», l’addio definitivo alla poesia a 20 anni, i mille mestieri in giro per il mondo, il mercante d’armi e d’altro in Africa, la morte a 35 anni ecc ecc: tutto il falpalà eroico-negativo che rassicura i filistei. Allora meglio il diciottenne in fuga a Londra con Paul Verlaine (che per lui lascia la moglie). Sopravvivono rifugiati nelle case degli esuli della Comune di Parigi, si amano, si odiano, si feriscono a rivoltellate: una «Saison en enfer». Ironicamente, dimentichiamo i battelli ebbri, le vocali e le illuminazioni. Dedichiamoci all’Album Zutique, agli Stupra, al Sonnet du Trou du Cul: roba seria, parola antiestetica che viene dal profondo del corpo, e dunque iperestetica.

Il più intenso monumento a Rimbaud lo ha costruito David Wojnarowicz, un prostituto attivo per qualche anno a Times Square, (continua…)

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Il pensiero onirico del filosofo uxoricida. Cosa sognava Louis Althusser

29 settembre 2015

Louis Althusser, Des rȇves d’angoisse sans fin. Récits de rêves (1941-1967), a cura di O. Corpet e Y. Moulier-Boutang, Paris, Grasset, 2015, 20€.

     Mattino del 16 novembre 1980, Parigi, Rue d’Ulm, École Normale Supérieure. Il filosofo Louis Althusser, prestigioso docente della più prestigiosa delle Grandes Ecoles francesi, si precipita nel cortile. Ha strangolato la moglie, l’inseparabile Hélène Rytmann, che non ha opposto resistenza. Riconosciuto incapace di intendere e volere, evita il processo. Muore nel 1990.

     Althusser era stato forse il più interessante filosofo marxista degli anni 60-70, (continua…)

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Una bella collana. Ovvero, quanto sanno di storia della psichiatria gli psicoanalisti?

23 settembre 2015 - di enrico pozzi

Recensendo un volume utile sul caso Ellen West, ho scoperto nell’ultima pagina una collana che non conoscevo: Psicopatologia, dell’editore Fioriti, diretta da Mario Rossi Monti.

Quasi tutto da leggere: Schneider, Ballerini, Cargnello, Straus, Minkowski, lo stesso Rossi Monti. Molta scuola fenomenologica. Contributi italiani importanti e irreperibili: per es. Cargnello sul caso Ernst Wagner o su Binswanger. Alcuni classici della psichiatria ormai introvabili anche nei reprint, come Binet sulle alterazioni della personalità. Ovviamente molto sulla paranoia, come ci si può aspettare da Rossi Monti. Ricordo ancora l’emozione cognitiva intensa provata leggendo La conoscenza totale nel 1984, e da allora punto di partenza del mio interesse interminabile per il discorso paranoico e i suoi rapporti con le produzioni sociali raziocinanti, le ideologie, le pseudo-scienze, il potere, l’organizzazione razionale dei massacri. Così ecco finalmente in italiano Sérieux e Capgras sulla “folie lucide”, una lettura e rilettura sempre feconda. O la ristampa di La vergogna e il delirio. 

Una riflessione e una annotazione. Ho provato a parlare con colleghi psicoanalisti e psicoterapeuti spesso più giovani di questi testi e di altri classici della psichiatria che magari aspettano una versione italiana. Ne sanno poco e più spesso niente. Poi magari – i migliori – si districano agevolmente nei labirinti teorici di una psicoanalisi ormai quasi priva di centro, manovrano micromodelli concettuali spesso solipsistici, incapaci di senso comunicabile fuori dalle società psicoanalitiche. Sfugge loro il corpo a corpo complesso e carico di pathos euristico che ha caratterizzato la psichiatria della seconda metà dell’800 e del primo ’900: il tentativo di riconoscere, classificare e gestire stati-limite del comportamento psichico/somatico, lo sforzo per una evidence-based psychiatry, l’affinamento della capacità di descrivere (si leggano le straordinarie descrizioni cliniche di quegli anni!), la tensione verso procedure di cura, la produzione spesso sofferta di quel setting speciale di contenimento e conoscenza chiamato asilo/manicomio ecc. C’è in quella psichiatria una ricchezza dinamica capace di coinvolgere anche a distanza di un secolo. La condanna aristotelica della conoscenza dell’individuale vi si scontra con la insopprimibile presenza di individui e di narrazioni individuali da ‘conoscere’ in quanto tali, l’approccio genotipico si dibatte nella rete dei fenotipi. Ne risultano – certo non sempre –  tensione e pregnanza: vitalità. Non se ne può fare a meno.

L’annotazione: i volumi che ho visto sono carenti sul piano editoriale. L’impaginazione, le immagini, la cura dei testi segnalano disattenzione e talvolta sciatteria. Per rimanere al volume su Ellen West, nel solo saggio di Marta Rizzo ho contato oltre 20 errori, sviste e parole mancanti. Peccato. Questa psichiatria non lo merita. (enrico pozzi) 

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Finalmente una traduzione francese per la grande opera postuma di Ernesto de Martino

24 maggio 2015

A quanto pare, sarebbe in arrivo la traduzione francese di La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, uscito postumo a Torino nel 1977 da Einaudi  (nuova edizione a cura di Clara Gallini nel 2002).

Lo annuncia un seminario che si è svolto nel 2014-2015 a Parigi, nell’ambito dell’École des Hautes Études di Bd. Raspail, quella EHESS che dovrebbe anche pubblicare il testo. Organizzatori del seminario: Giordana Charuty, Daniel Fabre e Marcello Massenzio (non c’è bisogno di presentarli). Titolo:  Traduire De Martino: l’atelier conceptuel de l’anthropologie italienne. Bel titolo, più vicino alla nostalgia e alla speranza della self fulfilling prophecy che non alla realtà. Francamente nell’antropologia italiana di de Martino rimane ben poca traccia. Non tanto concettuale – questo qualcuno potrebbe anche crederlo il segno di una crescita teorica e di presenza della corporazione antropologica accademica, del che dubito – quanto di stile mentale, di pathos del pensare. C’è in de Martino una percezione tragica  (continua…)

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Il fuori/dentro del desiderio. Una vicenda erotica di gruppo

17 maggio 2015 - di enrico pozzi

P., 40 anni, dermatologa. Ha cancellato il sesso dalla sua vita. I rapporti col marito, la masturbazione, le fantasie, le parole. Nel gruppo d’analisi, si è consolidato il copione: tutti riescono a parlare di sessualità, a condizione che lei non ne parli. Vergine sacrificale garante del desiderio inesprimibile, permette ai compagni di esprimere desideri quasi indicibili.

La talpa scava e il copione perde efficacia. La spinta sessuale del gruppo diminuisce. Aumentano l’indifferenza, il disgusto e il rifiuto di ciascuno per il/i partner, con sconcerto poi con rassegnazione. In silenzio svaniscono gli amanti, le prostitute minorenni, i sogni. La sessualità di tutti si riversa via via nella vergine, la colma, e vi si perde. P diventa sovraccarica di sesso negato, (continua…)

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Jim Jones, suicidio collettivo, oicofobia, antropofobia, Finkielkraut, Ernesto De Martino, e Adriano Favole

20 aprile 2015 - di enrico pozzi

Jim Jones è stato il fondatore, il capo carismatico e il pifferaio paranoico del People’s Temple, la comunità religiosa californiana che si è suicidata in massa – 1012 morti – nella giungla della Guyana il 18 novembre 1978. La famiglia del Reverendo era atipica. 1 figlio dalla moglie Marceline e altri 8 adottati nel corso degli anni: Indiani Americani,  Asiatici, Neri, caucasici ecc. Jones la chiamava la “Rainbow Family”, la Famiglia Arcobaleno. 

Come il People’s Temple, la Famiglia Arcobaleno era il prolungamento fantasmatico dell’Io e del corpo del Capo. Il gruppo esisteva in quanto Io-folla di Jones, il contenuto cui il corpo del Reverendo serviva da pelle psichica e sociale insieme: Body Natural e Body Politic in una perfetta e mortifera incarnazione dei «due corpi del Re» (Kantorowicz). La Famiglia Arcobaleno conteneva in sé tutti i colori possibili della realtà, tutte le ‘etnie’ umane: una Famiglia-Mondo, stenogramma dell’umanità. Tramite la sua Rainbow Family, Jones perdeva il confine e i confini, diventata illimitato uomo-specie, incarnazione dell’universale, figura corporea di ogni possibile vivente, il luogo geometrico corporeo dell’onnipotenza divina: essere il padre di ogni vivente possibile, essere tutti, il tutto. (continua…)

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