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Roma, 1834-35. Microstoria-romanzo della possessione di Veronica Hamerani, anni 19

19 settembre 2021 - di enrico pozzi

Fernanda ALFIERI, Veronica e il diavolo. Storia di un esorcismo a Roma, Torino, Einaudi, 2021

Nel 1834 una giovane ragazza romana, Veronica Hamerani, di famiglia legata alla Chiesa, manifesta i sintomi di una possessione diabolica.

Per accidente, cercando altro, nell’Archivum Romanum Societatis Iesu, Fernanda Alfieri capita sul fascicolo Esorcisazione di Maria Antonina [in realtà Veronica] Hamerani, ritenuta ossessa (1834-1835). Il fascicolo raccoglie alcuni mesi di protocolli dell’osservazione partecipante degli esorcisti seduta dopo seduta, descrive il comportamento di Veronica, corpo, gesti, parole. Racconta le azioni di chi deve liberarla dal diavolo. Registra i diversi pareri e strategie, le risonanze esterne, i dubbi (è posseduta? sta recitando? è malata?), l’impotenza di fronte alla sua sofferenza, l’inefficacia delle procedure codificate messe in atto.

Di archivio in archivio, troverà poco dopo (Biblioteca Nazionale di Roma) i quaderni manoscritti del gesuita Francesco Manera, il suo diario dei primi mesi della vicenda di Veronica.

Da queste due fonti Fernanda Alfieri costruisce la microstoria di una possessione. La pluralità delle mani che scrivono, i personaggi molteplici che si affollano in e intorno a quella stanza, i loro punti di vista, obiettivi e logiche diverse: tutto questo confluisce in una sorta di diario etnografico, un journal de bord multidimensionale in cui si rappresenta “l’impresa di una guerra contro il maligno in corpo di donna” (p. 11).

C’è lei, Veronica, di cui seguiamo con trepidazione e a volte noia il dibattersi con sé stessa, sempre in attesa di un qualche evento o gesto risolutore che concluda. C’è la sua famiglia, dipendente per identità e sopravvivenza economica dal rapporto con la Chiesa: incisori di medaglie sacre, venditori di statuine e oggettini, per qualche tempo anche Zecca del Papa. Ci sono gli esorcisti, gesuiti appena riemersi dalla dispersione della Compagnia, ognuno portatore di percorsi labirintici per le vie del mondo e di sé stesso. Ci sono i loro superiori, bisognosi di dimostrare la forza e l’efficacia operativa della Compagnia a sé stessi, alla Chiesa e ai poteri terreni. E poi ancora gli amministratori ecclesiastici di questa città sacra, dove più che altrove il diavolo poteva cercare spazio e meno che altrove doveva trovarne. I medici malati di scientismo e gli scettici toccati dalla ideologia della Rivoluzione francese. Il Papato minacciato da contagi pericolosi. Gli Stati e le società europee percorsi sottopelle da febbri di cambiamento.

In tutto ciò, i corpi di maschi: fragili, degradati, esposti all’assalto continuo del Maligno, e costretti ad aver a che fare con la vitalità inconsulta e impudica di un corpo di giovane donna. Corpi dolenti, impauriti, diffidenti di sé stessi e di quest’altro corpo abitato dal diavolo.

Il microcosmo della casa e stanza di Veronica è la contrazione puntiforme di tutto ciò.  Molti fili diversi, persone, vicende piccole, grandi e grandissime vi si annodano in un microevento che è una matassa compatta di altri eventi. A guardarla da vicino e a volerla districare, questa matassa porta in sé, tramite questa ventenne romana, le dinamiche di un’epoca così come si vanno scrivendo a cascata nei ventri, nei corpi, nelle emozioni, nelle menti, nelle istituzioni, nelle logiche di potere locale e translocale, negli Stati e nazioni, nelle trasformazioni culturali e nelle categorie interpretative degli ultimi trenta o quaranta anni della storia europea.

Raccontata come lo ha fatto Fernanda Alfieri, la storia di Veronica diventa l’anamorfosi di un momento della realtà corporea, psicologica, sociale, religiosa, culturale e politica dei primi trent’anni dell’800.

E allora? Le microstorie oscillano tra due poli conoscitivi, l’idiografico e il nomotetico. In quanto idiografiche, possono essere nel migliore dei casi descrizioni dense (le thick descriptions) di eventi in quanto eventi, ovvero di situazioni narrate esasperando al massimo la loro irripetibile individualità, ciò che le rende quella situazione lì in quel momento lì con quelle persone lì a far avvenire quelle cose lì e solo quelle. L’idiografia mira all’unicità non riproducibile di un oggetto interamente plasmato dal tempo. In quanto nomotetiche, le microstorie prendono atto della condanna aristotelica dell’accidente – l’impossibilità di una sua conoscenza – e leggono o verificano o arricchiscono nell’evento ipotesi deduttive o induttive di ripetibilità, costanti, ‘leggi’. L’approccio idiografico insegue nell’oggetto le sue differenze, il particolare. L’approccio nomotetico cerca nell’evento ciò che esso ha in comune con altri eventi, l’universale.

E’ il dilemma diltheyano. Percorre tutte le scienze ‘umane’ o ‘sociali’, e sta al cuore di tutti i tentativi di conoscenza dell’individuale. Per quanto mi riguarda, l’ho incontrato in sociologia, quando mi sono occupato dell’uso sociologico delle biografie individuali o di gruppo. In psicologia quando ho cercato di capire la logica, l’epistemologia e la retorica del caso clinico psicoanalitico. Trasversalmente a vari approcci, quando ho cercato di render conto di un evento – per es. il suicidio collettivo di un gruppo religioso – come al tempo stesso ‘singolare’ e ‘universale’. Dietro a questi percorsi, ovviamente, il Weber del “tipo ideale” come vertice risolutivo del Methodenstreit, ma anche il tuttora troppo ignorato Sartre della Nausée, della Critique de la raison dialectique e dello Idiot de la famille, con la sua teorizzazione di un mai risolvibile o conclusivo va-et-vient tra il singolare e l’universale di una biografia.

Diciamolo in un altro modo. Il racconto di un evento attento quasi unicamente alla sua anche complessa e multidimensionale individualità diventa una variante più o meno riuscita di couleur locale o di romanzo. Un racconto attento soprattutto al tipo ideale, alla griglia interpretativa universalizzante e alle ipotesi ‘legali’ generali riduce l’evento al suo scheletro e ne fa un esempio o una fattispecie di altro, carne smorta.

Fernanda Alfieri ha scelto la couleur locale. Ho letto con curiosità, a volte con piacere, a volte con irritazione, il suo romanzo, e mi sono chiesto pagina dopo pagina cosa aggiungeva alla mia conoscenza di quell’evento. Conoscenza, cioè griglia conoscitiva, insieme di ipotesi più generali su Veronica, sulla sua possessione e sulla possessione, sulla competizione corporativa tra gesuiti/esorcisti e ‘medici’ o tra religione e scienza nella Roma di quel periodo, sulle procedure codificate dell’esorcismo, sulle dinamiche politico/culturali di un Papato braccato dalla modernità e dalla Rivoluzione, sulla gestione della devianza, sulla condizione femminile di allora, sulla costruzione sociale dei corpi casti (delle giovani donne, dei preti) ecc. Altri racconti ‘storici’ di possessioni in contesti diversi mi hanno dato tutto ciò. Non questo. Veronica e il diavolo esprime concretamente la condanna aristotelica della possibilità di conoscere l’accidente, e il problema di una teoria dell’evento e di questo evento non si manifesta mai.

Non un solo termine astratto. Non un riferimento diretto o indiretto a quello che altri – veramente molti – hanno potuto dire intorno a episodi simili. O quello che può venire da altre discipline, epoche o culture. Conta il romanzo come storia, la narrazione puntiforme che si appaga di sé stessa salvo giocare con leggerezza ironica sulla solita trama del manoscritto trovato per caso (l’esergo di Hazard). Con una ricerca documentale spasmodica del dettaglio ‘vero’ – quanta meteorologia e simili nel libro, quante microprecisioni appunto da couleur locale storica, geografica, toponomastica, edilizia, alimentare, fisiologica, a volte sessuale. Tanto lavoro rigoroso, un apparato imponente di fonti, e alla fine per il lettore non un precipitato di idee ma un piacere volatile, se non si è irritati dalla strategia immersiva dell’autrice (mettere sé stessa e il proprio corpo nel racconto) e dai tanti proprio tanti aggettivi.

In realtà qualcosa rimane. In primo luogo la resistenza potente di una giovane donna contro la congerie di poteri maschili che le si abbattono addosso, corpo e anima, per impadronirsene e ricondurla ciascuno alla propria ragione. Inconsapevoli astuzie da vittima tra le molte varianti di diavoli esterni e interni cui rende conto e che gioca gli uni contro gli altri. In secondo luogo, pagina dopo pagina, l’orrore degradato dei corpi maschili, nessuno escluso, che si affannano nel racconto. Corpi senza speranza né bellezza né godimento, rosi nella carne. E questo è l’infratesto che giustifica il testo.

In ogni caso, da leggere. [enrico pozzi]

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