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Michele Prospero, Il comico della politica. Nichilismo e aziendalismo nella comunicazione di Silvio Berlusconi, Ediesse, Roma 2010, 15€ (buttati).

 

 

 

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Un altro libro da non leggere per capire Berlusconi

8 maggio 2010 - di enrico pozzi

Le prime righe funzionano. Prospero constata che Berlusconi è “il più importante politico della Seconda Repubblica”. Studiare la sua comunicazione “può contribuire a cogliere alcune regolarità della politica postdemocratica al di là di comode semplificazioni”. La categoria di “politica postdemocratica” non si capisce cosa voglia dire ma mette curiosità. La rinuncia alle “comode semplificazioni”  apre alla speranza.

Qualche altra riga, e la speranza se ne va. Il primo segnale è la scrittura. Siamo tra Bouvard et Pécuchet e il Dictionnaire des idées réçues applicato allo stile. Digramma dopo digramma, il banale e il prevedibile da piccola borghesia al liceo classico. “Fugace comparsa”, “rapido oblio”, “arcani giochi”, “radicale passaggio d’epoca”, “avida partitocrazia”, “provocazioni disperate ma lucide”, “battute licenziose che si insinuano a raffica”, “comicità inaudita” che “prepara l’affondo dirompente”, “scheletrici concetti”, “fulgore figurativo sprigionato dalla metafora”, “effetti deflagranti” e così via  cinguettando senza fine.

Uno pensa: va be’, anche Vico scriveva male, non fare lo snobbetto e bada al contenuto.

Quale? Prospero ricorre al grande armamentario della retorica – Quintiliano e Perelman, passando per bignamini alla Mortara Garavelli – e cerca di applicarlo  alla comunicazione berlusconiana. Il suo punto d’attacco è il comico, inteso al tempo stesso come soggetto individuale e registro discorsivo, comportamento della persona Silvio e strategia politica.

In poche parole: Berlusconi fa il guitto perché la sua comicità denuncia e distrugge la “politica ammuffita”, i suoi rituali, i partiti e le istituzioni che la rappresentano. “Il comico rende il politico il luogo del nulla” (p. 27). Ancora più profondamente: il modo comico di Berlusconi è  congruo all’ethos civile della parte di società che in lui si riconosce. Esso esprime e produce simultaneamente la sintonia con la sua audience che fonda il suo successo politico. In ultimo le proprietà del discorso comico gli consentono di aggirare le difese residue della “gente” instaurando una vicinanza all’opposto della distanza del Palazzo:

Il comico svolge anche una funzione comunicativa di straordinario significato nella sua attitudine al tempo stesso nichilista (verso le forme) e rigenerante (grazie alla qualità del capo impolitico). L’impiego a fini retorici della barzelletta, il ricorso alle maniere del comico svolgono questa mansione precipua: portare il capo politico a ridosso dell’uditorio, renderlo uno qualunque da cui è vano proteggersi con precauzioni critiche (p. 27)

Solo che il comico è una cosa seria, un comportamento comunicativo tra i più complessi e sfuggenti, un corto circuito di linguaggio e di corpo, di cervello e pancia, di logos e eros, di seduzione e sadismo, di immaginario individuale e di inconscio sociale, di economia e di spreco ecc. Esso esige non una disciplina ma l’intreccio di approcci molteplici che si diverte ad eccedere tutti: antropologia, psicologia, sociologia, storia, psichiatria, retorica, semiotica, neurofisiologia, modelli della mente, modelli della creatività, letteratura. Il suo rapporto con le dinamiche del potere è all’insegna della contraddizione fluida: convoglia dissenso producendo consenso, genera consenso dando sfogo autorizzato al dissenso: ribellione senza rivolta, ma anche ribellione che può portare alla rivolta, in una infinita varietà di configurazioni intermedie.

Di questa ricchezza non c’è traccia o consapevolezza nel libro. Sul comico Prospero ha letto poco e niente, si e no Bergson. Cita il Freud del Motto di spirito, ma palesemente non c’ha capito nulla. La riflessione si avvolge in andirivieni e in ripetizioni confuse, senza una struttura, uno sviluppo riconoscibile e un esito su cui interrogarsi.  Le categorie usate oscillano tra la retorica classica e la filosofia politica altrettanto classica: punto di vista ironico rispetto alle solite strazianti analisi della comunicazione di moda ora, ma a) condotto senza alcuna profondità concettuale  b) ignaro di contaminazioni interdisciplinari feconde. Prospero pensa veramente di poter buttare lì “politica postdemocratica” senza aggiungere altro, introdurre altre possibili categorie e modelli della scienza politica che avrebbero potuto dare corpo a quella che rimane una semplice battuta concettuale? E a proposito di corpo, il capitolo sul Linguaggio del corpo è forse il più miserando del’intero libro, con Bachtin che neanche ce la fa ad arrivare in nota, Kantorowicz messo lì con tre righe, Belpoliti – sì, proprio Belpoliti! – citato accanto a Kantorowicz, e praticamente nient’altro!

Per non dire poi del fiero rifiuto di qualsiasi cosa suoni indagine empirica, non solo sua ma almeno di altri – e ce ne sono! – sul linguaggio, sul lessico e sulla comunicazione berlusconiana, sul suo uso dei media, sui modelli del rapporto tra media e leadership populiste ecc. Insegnare Scienza politica e Filosofia del diritto esime dal misurare? Croce sostituito simpaticamente con Galvano della Volpe, ma alla fine il risultato purtroppo cambia poco.

Il risultato lo si misura da frasi come queste:

Il lavoro retorico di Berlusconi, con il suo lessico deteriorato e le espressioni metaforiche sclerotizzate, mira a costruire  ecc ecc

oppure meglio ancora con:

I ceti economici che sostengono Berlusconi non a caso prediligono , in luogo del serioso comizio, il gioco, la fuga dalla responsabilità, un linguaggio tendenzialmente depoliticizzato. Il comico che demolisce la politica in parlamento come tempo perduto è al servizio del padrone che opera indisturbato (p. 42)

È piuttosto il dialetto impolitico rivolto al rapimento di un popolo di spettatori passivi e disincantati a riportare un successo irresistibile invadendo le stesse aule parlamentari con le cadenze di un eloquio a tratti volgare (p. 16).

Il consenso a Berlusconi frutto di lessico deteriorato e di metafore sclerotizzate. Gruppi sociali ‘pesanti’ che lo sostengono perché sono zuzzerelloni, rifuggono  dalle responsabilità e cercano un padrone. Una polis di poveretti passivi e disincantati che si lasciano possedere dal comico di turno. Altrettante stupidaggini indegne di uno scienziato sociale, con alla base la solita storia: il consenso all’avversario politico è frutto di manipolazione volgare, di perversione etica e valoriale, o di stortura psichica collettiva. Ognuno giudichi quanto questo aiuta a capire l’evento Berlusconi.

Leggo in apertura che Prospero dedica il lavoro a ” mio figlio Carlo, che ha voluto questo libro ‘militante’ “. Una preghiera al figlio: non allontani più il padre da più semplici affetti familiari…

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