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Sull’Informe, un utile intervento di sintesi di Alessandra Violi:

http://bit.ly/1n30FcF

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Un tempo gli psicoanalisti mangiavano il mondo… A proposito di un n. di Psychoanalysis in Europe su “L’Informe”

31 gennaio 2014 - di enrico pozzi

 

Un tempo gli psicoanalisti mangiavano il mondo. Ora leggono i Bollettini di psicoanalisi.

Dispiace dire questo partendo da una delle poche cose interessanti di matrice psicoanalitica che ho letto ultimamente. Per l’appunto un Bollettino della European Psychoanalytical Federation, il n. 67 di Psychoanalysis in Europe. Sono gli atti di un convegno della EPF a Basilea, 21-24 marzo 2013.

Il tema è bellissimo: Formlessness: Deformation, Transformation. La perdita della forma come campo, precondizione, strumento, procedura delle deformazioni che consentono le trasformazioni. Meglio: delle deformazioni che precedono le trasformazioni, continuano a sabotarle dall’interno come fessure costanti di perdita di forma, e diventano lo stadio successivo e sempre transitorio della trasformazione che insiste a deformarsi e introduce nuove trasformazioni possibili. 

 

Ben Miller, The Amorphous Blob of Human Experience

Siamo nel luogo geometrico del processo psicoanalitico, il suo punctum: il recupero della capacità almeno parziale di destrutturarsi/ristrutturarsi di continuo, l’esistere che recupera spazio vitale sull’essere. La persona che arriva e ti dice la più opaca delle frasi: io sono come sono. Ovvero, io sono pietra, forma pura, conclusa e senza tempo.  Tutta la potenza petrosa del verbo essere, messa lì a suggellare la morte-in-vita, il « Tel qu’en Lui-même enfin l’Eternité le change » di Mallarmé. Dopo viene lo sforzo di addolcire la pietra e portarla a desiderare di perder forma, correndo il rischio dell’informe verso la trasformazione. Una partita a volte ben pericolosa, con l’informe tentato di rinunciare per sempre ad ogni forma disperdendosi in uno stato liquido o gassoso del Sé. Oppure tentato di recuperare disperatamente forma, una qualsiasi, la più apparentemente solida, cristallo immobile nel suo essere senza esistere.

 

L'Informe come Terrore illimitato

Molti degli interventi sono all’altezza della posta in gioco. Rudi Vermote sulla zona indifferenziata del funzionamento psichico. L’informe in Winnicott anche alla luce di alcuni concetti bioniani (Jan Abram e Ronny Jaffè). La possibile fecondità euristica dell’après coup per cogliere e tradurre la trasformazione (Bernard Chervet, Paola Marion). La dialettica tra forma e informe nell’identità sessuale ibrida (Gigliola Fornari-Spoto). L’informe, il gruppo e il prender forma nel training (il sempre lucido René Kaes). L’altro prender forma – quello del prematuro – nel rapporto con la madre che sente di non aver saputo dare forma sufficiente (Maria Knott). Poi ancora tre interventi dedicati alla crisi finanziaria, alla percezione del  ’denaro’ come inafferrabile, delocalizzato, senza nome, liquido su scala mondiale, e alle complesse funzioni strutturanti del denaro nella relazione analitica: deboli Delaram Habibi-Kohlen e Rupert Martin e Anna Christopoulos; ben più efficace e interessante Francesco Castellet y Ballara, quando collega il denaro tra analizzando e analista nel campo semantico della vulnerabilità e del potere, luoghi di forme ‘dure’ e di perdita di forma. 

Tutto bene dunque, se non fosse per la sensazione di asfissiante autarchia cognitiva che prende il lettore pagina dopo pagina. L’informe non è un concetto qualsiasi, ma un modo e moto dirompente che ha deformato e trasformato il pensiero, l’arte, la letteratura, la musica e tutte le altre grandi forme espressive di una parte importante del ’900. Di questo non vi è traccia nelle  oltre 200 pagine del Bollettino. Non che mi manchi qualche esercizio di psicoanalisi applicata alla creazione artistica: il peggio è già stato dato da tempo, anche se sembra che non ci sia limite al peggio. Piuttosto mi manca la freschezza dell’essere impregnati dalle molte dimensioni di ciò di cui si sta parlando, dall’onda lunga dei concetti e delle parole che si sta usando. Non ci sono risonanze  e reciprocità complesse. Anche pregevole, il pensiero muove in spazi angusti, non ‘parla’ con il fuori, si contenta della circolarità di rimandi sempre e solo interni alla tradizione psicoanalitica, e talvolta solo al suo talmud. E talvolta ancora neanche a quello: è mai possibile un intero fascicolo sull’informe senza che si parli mai di quel luogo di massima tensione tra la forma e la perdita di forma che è la pelle? C’è una volta in bibliografia la solita Bick, ma Anzieu? e almeno il Freud dell’Io come essere di superfice? Niente.

La brevissima voce di Bataille in DOCUMENTS, 1929, 7

Ma lasciamo perdere la ‘dottrina’, come la chiamava e forse la chiama ancora un mio amico che ha bisogno di chiese, e andiamo extra moenia. Georges Bataille scrive nel 1929 la voce L’informe nel suo «Dictionnaire » della rivista Documents (n. 7, p. 382). Poche righe, ma un corto circuito: dirompenti e capaci di dare identità e filo conduttore ad una delle più importanti correnti teoriche dell’estetica contemporanea, collegata a movimenti artistici decisivi per decenni sulla scena occidentale, e proprio negli anni della psicoanalisi trionfante. Di Bataille non c’è traccia alcuna nel nostro Bollettino. Semplicemente non esiste, come non esistono i maggiori teorici post-Bataille dell’informe: Yve-Alain Bois e Rosalynd Krauss (L’Informe: Mode d’emploi, catalogo della mostra al Centre Pompidou, 1996, poi un libro), oppure Georges Didi-Hubermann. Assente qualsiasi riferimento alle correnti dell’arte informale o a qualcuno dei suoi protagonisti: avrebbe avuto più ricchezza euristica di qualche saggetto di scuola che rimbalza da una bibliografia all’altra. Niente Warburg, niente Benjamin dei Passages. Niente Leonardo da Vinci, con la sua riflessione sulla “macchia” nel Trattato della pittura. Niente musica, niente arti plastiche (dove pure la tensione tra forma e informe è in senso stretto tragica). Per fortuna sopravvive Francis Bacon grazie a Castellet y Ballara, ma nessun altro.

La letteratura non se la passa meglio. Cercando bene si rimedia faticosamente un E. Carrère (Un roman russe) di cui si sarebbe fatto tranquillamente a meno, e Sylvia Plath, e un S. Beckett. A volerlo includere a forza tra i letterati, Meister Eckart si merita una riga. Poi basta. E il resto, la interminabile riflessione e rappresentazione della perdita e riconquista della forma che percorre la grande letteratura e poesia dell’Occidente dall’età classica? Non degno di essere portato sulla scena mentale del pensiero dell’informe.

Quasi cancellata la filosofia, che pure all’informe e alla tensione tra forma e trasformazione ha dedicato un lavorio senza fine. Rudi Vermote cita Sant’Agostino, ma lo fa quasi per sbaglio e per qualcosa che c’entra poco; pensare che aveva a disposizione il vitale passaggio delle Confessioni (XII, 6, 6) sulla perdita di forma che ha percorso secoli di riflessione estetica. Rocha Barros chiama in causa frettolosamente Cassirer, poi la Langer e Peirce, ma ci fa poco. Qua e là affiorano per una volta Lyotard,  Locke e la Kristeva, ma sanno di appiccicato. 

Per non parlare delle scienze umane e sociali: i miti della genesi nelle varie religioni sono una rappresentazione potente del passaggio dal caos alla forma, e dei dilemmi del dare e prender forma. L’antropologia, la sociologia, la storia ecc hanno raccontato, descritto, analizzato le trasformazioni e le deformazioni, le molte modalità dell’informe nei sistemi sociali e nelle costruzioni culturali. Non ve ne è traccia. Almeno l’anomia di Durkheim avrebbe meritato l’onore della bandiera. Niente da fare.

Ancora più sorprendente, in questo consesso di psicoanalisti intelligenti, il ruolo marginale della riflessione estetica della psicoanalisi stessa. Si stenta a trovare la Milner. Tocca a Castellet y Ballara, a Rocha Barros e a Schellekes di salvare Meltzer. E gli altri, i non pochi altri degni di interesse su questo tema?

Ci si chiedeva un tempo: A quoi rêvent les jeunes filles. Parafrasando, dopo queste 230 pagine, ci si chiede, mi chiedo: ma cosa leggono, vedono, ascoltano, toccano, sognano gli psicoanalisti, non gli impiegati della psicoanalisi, quelli che leggono solo gli altri psicoanalisti, quelli per i quali vale la terribile frase di Kracauer sugli impiegati che « hanno la carnagione moralmente rosa ». Non loro, ma quelli bravi e appassionati, come molti dei colleghi che hanno partecipato a questo Bollettino.

L’esperienza estetica – in tutto il significato multidimensionale del termine – è stata a lungo un motore fondamentale della ricchezza, della potenza emotivo-euristica della psicoanalisi. Perché scompare anche là dove era ovvio che fosse al centro della scena? L’esperienza estetica ha popolato di informe, deformazioni e trasformazioni appassionate il pensiero e la pratica della psicoanalisi. Dov’è finita la sua spinta all’audacia delirante, al pensiero non rispettoso delle forme e dei confini, capace di divorare il mondo intero, tutte le forme del mondo, anche a costo di rutti e flatulenze? Nelle nostre autoinflitte corazze cognitive che ci imprigionano il ventre, e dunque la testa, non sento più lo spazio per un Tausk con la sua macchina influenzante; o per un Ernest Jones miracolosamente propenso a infischiarsene della filologia e della storia dell’arte per far partorire la madonna attraverso l’orecchio; o per un Bertram D. Lewin che legge le grotte di Lascaux come la rappresentazione dell’interno di un cranio popolato dalle sue immagini mentale, dal Denken in Bilden di Freud (B D Lewin, The Image and the Past, New York 1968).

Più di questo dopotutto bel Bollettino, mi parla il Dalì del metodo paranoico-critico e del delirio controllato intorno all’Angelus di Millet. Oppure il « cadavre exquis » di un Surrealismo che, a volte quasi da solo, mi porta ancora il vento – la corporea flatulenza – che la psicoanalisi è stata e può ancora essere per le forme igienizzate e petrose delle nostre vite.

P.S. Una volta ho scritto in un saggio « le identità stolide ». Il correttore di bozze me lo ha ripetutamente corretto in « le identità solide ». Alle fine ho vinto io, ma nel fondo aveva ragione lui: le identità stolide sono solide, le identità solide sono stolide. Mi è tornato in mente vedendo che nel Bollettino nessuno ha citato Jung e almeno il suo Simboli della trasformazione

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