Questo sito utilizza i cookies. Maggiori info

  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • Tumblr
  • FriendFeed

Leggi ferree, postmoderno, élite ‘liquide’: la fine del partito politico secondo Revelli di enrico pozzi

Marco REVELLI, Finale di partito, Torino, Einaudi, 2013, pp. 137, 10€.

Un libro serio sul sintomo di un problema molto più serio. Il sintomo è la crisi dei partiti politici in Italia (e nelle società post-industriali). Il problema è la difficoltà di pensare la democrazia rappresentativa e le sue sorti prossime future.

Superiamo con qualche fatica l’abbondanza di aggettivi, le tante « svolte epocali », il « tragico » che abbonda, le mitografie tardo-Bachofen intorno ai « beni comuni » del Regno delle Madri (ma possibile che un intellettuale fine come Revelli prenda sul serio uno come Ugo Mattei?). Attraversiamo in apnea mentale l’afflato biblico-esodante, il pellegrinaggio-ordalia dei « referendum di giugno», quando « 27 milioni di italiani erano usciti di casa e si erano messi in marcia verso i seggi per affermare la loro volontà di difendere un bene comune come l’acqua e di  rifiutare un male universale come il nucleare » (p. 19). Soffriamo in silenzio quando la verifica empirica si affida ai sondaggi di Mannheimer (un po’ come citare Ferrarotti su Weber, Alberoni sui movimenti, Giddens sul futuro dello Stato…).

Superiamo tutto questo, e il resto. Rimane un ragionamento logicamente cogente, che si può sintetizzare così:

1. La « forma-partito » conosce una crisi radicale di legittimazione, di funzioni e di modelli.

2. Questa forma-partito è nata come modalità di azione politica congrua al fordismo come modalità produttiva e al modello burocratico weberiano come modalità organizzativa.

3. Anche contro la sua stessa volontà, la forma-partito è destinata/condannata a produrre oligarchie (« legge ferrea delle oligarchie » di Michels).

4. Il post fordismo svuota di senso e legittimità il modello weberiano e fordista nel sistema produttivo come nel sistema politico e sociale.

5. In questo sta non l’unica ma una delle cause più importanti – forse la più importante – della perdita di senso dei partiti politici in Italia e altrove.

6. Viene meno la legge ferrea di Michels, con il risultato di indebolire la legittimità strutturale, funzionale e sociale delle élite politiche ancorate alla forma-partito (distanza crescente e irrecuperabile).

7.  Questa crisi apre una situazione fluida delle élite simmetrica alla fluidità crescente del sociale.

8.  Questa crisi apre la strada a forme varie di populismo sociale e tecnologico con tonalità paranoiche (questo lo aggiungo io), ma anche a una terza età della democrazia dopo l’epoca parlamentarista e l’epoca dei partiti.

Vediamo se e quanto ciascuno di questi 8 punti è concettualmente rigoroso e empiricamente convalidato nel libro.

 

1. La crisi della forma-partito ha la pericolosa autoevidenza del sapere comune e del sentimento diffuso. Per Revelli, essa si esprime in varie forme:

1.1.  la gente non ci crede più. Revelli cita (pp. 29-33) sondaggi in vari paesi che segnalano un crollo omogeneo della fiducia verso i governi, le istituzioni rappresentative e statali, i partiti politici e le loro leadership.

Può darsi. Ma alcuni elementi di prudenza.

Le varie entità politiche che abbiamo menzionato non sono omogenee. Per semplicismo concettuale, molte delle indagini citate le confondono. Oppure lo fa la lettura di Revelli. La sfiducia verso il governo può stingere sulle istituzioni o sulle strutture rappresentative. O viceversa la sfiducia (secolare) verso le istituzioni può riverberarsi in presunzione negativa verso l’intera filiera della politica – dal partito fino al parlamento e al governo. O ancora posso esprimere sfiducia verso i rappresentati del popolo e le macchine dei partiti, ma conservare una forte fiducia nel governo e/o nel Presidente e/o nella nazione ecc. Tutte configurazioni diverse, e nella combinatoria potremmo aggiungerne altre, facili da identificare in concrete situazioni nazionali, ma che costruiscono intorno al partito politico e alla sua crisi significati diversi. 

Il secondo punto è più banale: una funzione fondamentale della politica, del partito politico e delle strutture di intermediazione consiste nel fare da parafulmine, imbrigliatore o traduttore ‘terzo’ all’immediatezza delle emozioni sociali, compreso il ‘rancore’ citato da Revelli. Nella crisi percepita dei partiti politici potremmo anche leggere l’esercizio di questa loro funzione primaria: dunque un loro successo funzionale benemerito e non una loro disfatta: quale partito politico italiano non ha detto prima o poi – da Bossi a Grillo, dalle varianti della sinistra a quelle della destra – che senza di esso il popolo avrebbe preso le armi, sarebbe esplosa una conflittualità sociale mortale per la società ecc ?  

Un’altra funzione è la selezione della classe politica: selezione dei peggiori, dice Revelli, e dunque fallimento del partito in un suo compito costitutivo. Ma su cosa si basa questa sua affermazione: trascrizione ‘colta’ di un flatus vocis di senso comune, oppure dato derivato da qualche insieme di indicatori attendibili? Per chi ricorda la classe dirigente prodotta dalla DC e dal Pci al livello centrale e territoriale, beh qualche perplessità viene.

Il terzo dubbio: i sondaggi sono quello che sono, registrano opinioni superficiali e stereotipe, non hanno voglia e tempo di usare strumenti proiettivi o narrativi complessi, e anche quando sono fatti benissimo non vanno oltre gli atteggiamenti. Ma gli atteggiamenti non sono i comportamenti, e funzionano da predittori incerti. È dunque ai comportamenti che bisogna rivolgersi.

1.2.  Revelli si concentra su due comportamenti-indice.

Il primo è la non partecipazione alla vita dei partiti, le sezioni chiuse, le bacheche abbandonate o in arretrato di mesi. Sono evidenze sotto gli occhi malinconici di tutti noi. Ma bastano a dimostrare? Per es., le primarie PD, con i loro 3 milioni di partecipanti, sono solo un evento residuale, una sorta di scimmiottamento patetico del voto elettorale? Revelli è costretto a sminuirle, con il consueto accompagnamento di « contessa e noto imprenditore locale » e con commenti successivi concettualmente a dir poco ‘fluidi’; i commenti, non le primarie o la società italiana…

Il secondo è la partecipazione elettorale. Revelli accumula microepisodi, alcuni divertenti altri inquietanti. Mi sarei aspettato macroanalisi e serie storiche territoriali,  sia per l’Italia che per altri paesi. Già, perché il trend che analizza non è secondo lui solo italiano ma delle società post-industriali, e questa dimensione trans-italiana nel suo libro è tanto logicamente necessaria quanto assente. Ora la non partecipazione elettorale è un fenomeno complesso e multivariato: il risultato è univoco, le sua ragioni no.  Si può non andare a votare per protesta, per rancore, per familismo amorale, per dissenso rispetto a politiche governative specifiche o rispetto al governo in quanto tale, per ragioni locali o nazionali, per rifiuto della democrazia, per rifiuto di un Parlamento-Scilipoti, per rifiuto verso un candidato di lista imposto e che non si vuole votare (io a Roma ho contribuito a eleggere Fassina, e l’ho fatto proprio di malavoglia), e anche contro un partito e contro il sistema dei partiti e contro il meccanismo della rappresentanza ecc ecc. Tutto questo diventa non voto. Ma quanto è contro un/i partiti, « fine partito »?  Come isolare questa variabile specifica? E se non è possibile farlo – non ci credo del tutto -, sarebbe stato onesto almeno indicare il problema e il dubbio.

 

2. Congruità tra forma-partito e fordismo, via Weber. Un punto cruciale del ragionamento di Revelli. Qui i miei dubbi crescono.

Il primo e più antipatico: l’ipotesi di un mirroring relativamente lineare tra forme di produzione, forme sociali e forme politiche fa tanto diamat.

Il secondo. Esiste una sola forma-partito, o in ogni caso una sua configurazione prevalente? O non si ha piuttosto una pluralità di configurazioni concrete con caratteristiche molto diverse? Revelli lavora concettualmente a partire da un tipo ideale che coincide con il modello astratto (e, aggiungo, ideologico) del Partito con la p maiuscola, il partito militante della tradizione socialista e comunista. Come per Michels, questo è per lui il vertice puro della forma-partito: per dimostrare l’anima fordista di questa ‘forma’, vengono utilizzati Trotckji e Gramsci, e non le riflessioni da altre sponde intorno al partito politico, che pure esistevano.

Il partito militante sembra corrispondere bene alla « burocrazia » weberiana. Forse più nella sua autorappresentazione che non nel suo funzionamento reale, come si constata facilmente quando si avvicina lo sguardo. Ma le forme-partito che non sono tenute insieme da un ethos militante? I partiti aggregazione mista di interessi di gruppo, di ceto più che di classe, di clientele, di identità territoriali, di appartenenze religiose trasversali, di reti di « carisma diffuso » (Shils): questi partiti pigliatutto, persona mixta, miscugli di roba sociale e simbolica diversa, non sono molto lontani dal modello weberiano-fordista? Non solo ora, nella presuntamente ‘liquida’ era post-fordista, ma da sempre. Se proprio vogliamo dimenticare l’Inghilterra, la Francia, gli USA ecc, e rimanere fermi all’Italia, cosa ne è dei partiti post-risorgimentali? E quel patchwork sociale e simbolico chiamato DC, cosa ha a che fare con il fordismo e con il potere burocratico weberiano? Per non parlare poi dei partiti-azienda, ironicamente i meno ‘fordisti’ in assoluto.

Scegliendo una autorappresentazione ‘politica’ di una configurazione-limite della forma-partito assunta arbitrariamente a tipo ideale, Revelli si concede in partenza ciò che invece dovrebbe dimostrare.

C’è poi il problema del carisma. È sicuramente una mia carenza, ma non ho mai capito bene che fine facciano nel tipo ideale di produzione fordista  le altre due grandi categorie weberiane: il potere tradizionale, e soprattutto quello carismatico. Sono residuali e tendenzialmente assenti? La potenza del pensiero di Weber stava nel tenerle tutte insieme. Al cuore dell’apparente trionfo burocratico stava sempre il male oscuro mai del tutto eliminabile della tradizione, e la speranza indicibile del sussulto carismatico capace di rompere la « gabbia d’acciaio ». Nel modello fordista la leadership è funzionale e non carismatica. Nel partito pseudo-fordista la leadership tende all’oligarchia, alla personalizzazione ristretta, a forme aurorali di carisma che diventano  poi potere carismatico in salsa burocratica. Il fordismo vuole obliterare la dialettica dei tre poteri weberiani. La forma-partito ‘fordista’ la insedia stabilmente  – come potrebbe non farlo? – al cuore della sua struttura, del suo funzionamento, del suo sistema simbolico. Ma se così è, esiste uno scarto forte tra fordismo e partito ‘fordista’, e le sorti del primo non possono esser tradotte in necessarie o probabili sorti del secondo.  A meno di sistematiche verifiche empiriche di cui non trovo traccia nel libro e nelle note. 

 

3.  Veniamo a Michels.

Poco da dire. La « legge ferrea dell’oligarchia » sa tanto di retro-Methodenstreit, però ha una cogenza sociologica invidiabile, se non ferrea almeno « bronzea ». Le pagine su Michels sono tra le più belle del libro, e giustamente riportano l’attenzione su una mente lucida e appassionata, depotenziata dai suoi interpreti. Michels ha lavorato proprio all’interno della dialettica weberiana burocrazia /tradizione /carisma, esprimendone la irrisolvibile tragicità sia nelle sue analisi che nella sua biografia intellettuale e umana. Mi è venuta voglia di mettere on line su questo sito la vecchissima ma ancora degna traduzione di Polledro del Zur Soziologie des Parteiwesens (1911). E di dedicare attenzione seria al Michels  di quegli anni (basti un dettaglio sulla non-serietà: la ristampa recente de La democrazia e la legge ferrea dell’oligarchia, testo luminoso del 1909, spaccia per Michels una foto di … Max Weber), e una attenzione empatica al Michels connesso al fascismo: deludente il contributo di Marandino citato a p. 62, e inspiegabilmente « importante » secondo Revelli. 

Il posto di Michels nella scuola elitista e la operativizzazione empirica aggiornata del concetto di oligarchia meriterebbero qualche sforzo. A quando un lavoro metodologicamente solido sulle reti delle élite nazionali, territoriali ecc nella società italiana. Quant’è più facile e riposante parlare di vaghi « poteri forti » e di « casta ».

 

4.  Arriva sulla scena il post-fordismo.

Qui confesso i miei limiti. Ho in testa solo alcune letture poco sistematiche, che mi invitano alla prudenza: la più recente è del … 2001 (A. Accornero, Dal fordismo al post-fordismo: il lavoro e i lavori, « Rivista trimestrale », gennaio-aprile 2001) . E ho domande più che risposte. La prima: quali sono gli indicatori del post-fordismo? Come posso misurare quanto, da quando, con quali tempi e con quali differenziazioni territoriali, di settori produttivi e di segmenti economici, il post fordismo si è andato affermando? Quanto sono cambiate effettivamente, nella loro realtà quotidiana e non nelle autorappresentazioni delle organizzazioni, le modalità del lavoro rispetto al tipo ideale weberiano? Quando è iniziato il processo?

Per quanto so, la critica teorica, empirica e operativa al modello di Weber viene da lontano, già da Mayo a Hawthorne. E l’affermarsi del cosiddetto postfordismo mi pare un fatto carsico, privo di salienze nette, salvo le solite storie sulla lean production, la Toyota ecc ecc. Mi piacerebbe molto avere dati numerici che mi dicano se e quanto si è avuto uno smantellamento dei grandi Behemoth organizzativi del fordismo, se proporzionalmente essi comprendono un numero molto minore di addetti e una percentuale di produzione industriale  e/o di prodotto lordo molto più bassa. Mi piacerebbe anche capire se  l’economia post-industriale ha effettivamente generato un settore dei servizi caratterizzato da un superamento reale, nelle prassi quotidiane reali, dei sistemi di competenze/ mansioni/ procedure/ linee formalizzate di decisione/ rapporti d’autorità ecc tipici dell’azienda fordista/weberiana. Oppure se in larga parte il postfordismo è un maquillage semantico di modi di fare e di essere in azienda che sono rimasti molto stabili in molte organizzazioni.

Un altro dubbio. Se guardo i tempi sociali e i tempi di vita, a me pare che il tempo parcellizzato, il tempo-spazio, del fordismo sia diventato il tempo sociale largamente prevalente nelle agende collettive e individuali di tutti i gruppi sociali e di tutte le età. Se ascolto e analizzo il discorso sociale spontaneo, mediatico, etico, politico, erotico ecc, le parole e le espressioni dell’orientamento razionale-economico allo scopo – il pivot della visione del mondo burocratico-fordista – abbiano invaso tutti gli aspetti dell’esistenza, da quelli più pubblici fino alle emozioni, agli affetti, agli spazi dell’intimità, alle vite dei corpi. Si gestisce una relazione, si amministra il proprio tempo, si investe in un amore, si organizza il piacere e il godimento, ecc. Economicismo, razionalità strumentale, misurabilità e misurazione di ogni aspetto dell’esistenza, quantità che vuole quantificare ogni qualità, valore d’uso di cui si calcola in valore di scambio se e quanto e quanto più è valore d’uso. Finito il fordismo? In rapida perdita di velocità il modello weberiano? Ma allora perché nel presunto post-fordismo ormai la « gabbia d’acciaio » sembra essersi impadronita dell’Io come non mai nel fordismo trionfante?

Rimane la questione dell’ «idraulico polacco», Baumann, la vera ‘casalinga di Voghera’ del postmoderno. Dilagano profluvi di liquidità sulle società postmoderne, tanto da esserne una caratteristica. E a Revelli questa liquidità piace tanto, a giudicare da quante volte la porta in scena, come cosa ovvia. Anche qui un dubbio. Dalle mie prime letture di sociologia, ho sempre diffidato dell’uso della copula nelle teorie del sociale. Sindrome neokantiana rinforzata dalla lettura di Simmel: per me « la società è » oppure « il sociale è » appartengono all’area del noumeno, all’ontologia sociale sulla quale solo gli audaci e gli scriteriati hanno da dire. Io so solo che di volta in volta vedo del sociale ciò che gli occhiali euristici da me scelti mi fanno vedere, come per la battaglia di Maratona in Simmel. Alcuni occhiali (magari durkheimiani ) mi faranno vedere la società come una cosa, e dunque pietrosa, fatta di strutture eteronome all’azione umana. Altri occhiali (magari tardiani) me la faranno vedere come il fluido inesausto interagire di atomi sociali. Con un po’ di ritardo sembra aver vinto Tarde (che Baumann non cita mai). Ma rimane il dubbio: se cambio occhiali, ecco che vedrò di nuovo le strutture sociali, le classi, gli aggregati compatti, le dinamiche eteronome, e tutte le altre rocciose modalità del sociale che magari stanno ancora lì, dove tutto sembra fluido. Chissà. Proviamo a cambiarli?

  

5.  Al di là dei miei dubbi, provo ad accettare l’ipotesi di lavoro di una affermazione progressiva del post-fordismo a spese del fordismo.

Il ragionamento di Revelli è semplice: se la forma-partito è il rispecchiamento politico-organizzativo del fordismo, la crisi del fordismo comporta necessariamente la crisi della forma-partito. Revelli non è fuori di testa, dunque non dice che la prima è la causa della seconda, ma solo che è una importante primaria concausa. Resta l’esito: il cambiamento delle modalità di organizzazione della produzione delegittima e rende obsoleto il partito che ha in mente Michels ( e Revelli…).

Tocca verificarlo. Dovremmo poter rintracciare una qualche analogia tra l’affermarsi del post-fordismo e la crisi dei partiti politici tradizionali. Dato che l’unico indicatore di crisi della forma-partito proposto dall’autore è l’astensione elettorale (vedi punto 2), dovremmo scoprire che l’indebolimento del fordismo procede abbastanza di pari passo con l’aumento dell’astensione. Diciamo che il problema di dimostrare questo ce lo doveva avere Revelli, ma non se ne trova traccia. Per quanto mi riguarda, c’ho provato per alcuni paesi: USA, Inghilterra, Italia. Purtroppo non dispongo di set di indicatori certi del post-fordismo vs fordismo, e il post-fordismo è un fenomeno carsico, sussultorio, privo di linee di tendenza chiare e di picchi o momenti esemplari, di inizi tendenziali e di sviluppi netti. Però almeno qualche movimento sincrono delle due curve dovrebbe emergere.

Non ci sono riuscito. Le curve dell’astensione variano, ma i loro picchi e avvallamenti  marcati sono spiegati tranquillamente dalle vicende politiche, economiche e sociali del periodo, senza far intervenire più o meno identificabili trasformazioni dei modi di produzione e delle loro superfetazioni ideologiche e valoriali. Detto in modo semplice: basta la politica a spiegare l’astensione politica. Si vedano per tutti le curve del voting turnout negli USA: senza invocare il rasoio di Ockham, agli alti e bassi degli ultimi decenni si possono attribuire abbastanza evidenti etichette collegate a dinamiche ed eventi della politica e della società. Se poi si va su periodi più lunghi, la diminuzione dei votanti inizia e si sviluppa ben prima del presunto avvento rampante del post-fordismo.

 

6/7. Come esito di questo ragionamento, Revelli  cita approvandola la apodittica affermazione di Inglehart: « la legge ferrea dell’oligarchia viene progressivamente abrogata » (p. 61).

Il ruolo delle élite politiche di fordista memoria sarebbe sostituito da una « partecipazione dal basso verso l’alto, che mira ad influire su specifiche decisioni politiche » (sempre Inglehart, cit. a p. 60), e che non sedimenta élite politiche in senso stretto, professionisti dell’azione politica. Tra questi professionisti e i cittadini si crea un vuoto di legittimazione che è perdita di credibilità politica, tecnica, sociale e umana.

Viene meno lo zoccolo dura di compattezza identitaria delle élite politiche. Con un doppio processo. Da un lato le élite politiche tradizionali entrano in una crisi forse irreversibile. Dall’altro, vengono sostituite da nuove élite fluide, disancorate da qualsiasi radicamento sociale o geografico che pure la vecchia forma-partito in qualche modo garantiva, cosmopolite, sempre più ricche e deresponsabilizzate della loro ricchezza, inutili ai governati e in fondo anche a se stesse. Élite da spettacolo più che da governo, destinate a una cittadinanza ritradottasi in audience.

Fluidità delle nuove élite come espressione e rispecchiamento della nuova fluidità delle nostre liquide società post-moderne, post-industriali, post-fordiste.

Ammettiamolo pure. Belle le pagine che Revelli dedica a queste élite. Alquanto savonarolesche. Speriamo allora che – almeno per l’Italia – qualcuno si decida a studiarle sul serio: modalità di selezione e cooptazione, forme di socializzazione di gruppo, profili sociodemografici, scolarizzazione, reti di relazioni, stili di vita, valori e sottoculture, atteggiamenti e comportamenti politici religiosi ecc. Una fatica che nessuno a mia conoscenza ha fatto finora: i sociologi politici italiani hanno altro per la testa, spesso veri e propri exercises in futilities. Così abbiamo solo i Paolo Sorrentino e i cafonal vari a darci di queste élite i ritratti che corrispondono di più a «l’age de la défiance», cosi rassicuranti e ovvi che quasi ci si dimentica che lì sta un potere spesso enorme sulle nostre vite.

Una serie di indagini empiriche – sociologiche, antropologiche, psicologico-sociali – sulle élite quasi post-fordiste del nostro paese avrebbe anche un importante vantaggio secondario: capire se è vero che ci sono, se effettivamente il ragionamento che sulla carta le dà moriture insieme alla « legge ferrea delle oligarchie » corrisponde ad una qualche realtà. Siamo sicuri che le presunte nuove modalità della politica dal basso non producano – dopo il loro stato nascente, quello di Weber non quello di Alberoni – nuove micro-macro oligarchie, non infilino in otri nuovi il vecchio vino delle oligarchie precedenti (come avvenne per larga parte delle élite sessantottine). Non potrebbe darsi che si constati piuttosto, empiricamente, la resilienza, la viscosità delle oligarchie e dei loro meccanismo formativi. Alla faccia di Inglehart, un’altra possibile vendetta postuma di Michels…

 

8. Il punto d‘arrivo della fine prossima dei partiti, e di Fine partito,  sarebbe per Revelli la terza fase della democrazia, appunto la « democrazia dopo i partiti ». Già, ma come?

I partiti non sono così propensi ad uscire di scena,  e tentano la strada della metamorfosi:

« Esattamente come l’impresa capitalistica ha mutato il proprio « paradigma » socio-produttivo nella transizione alla modernità post-industriale e post-fordista – assumendo una formale orizzontalità tecnico-operativa e accentuando la propria sostanziale verticalità nei meccanismi del comando e dell’agire strategico – allo stesso modo la forma organizzativa « partito » si è « dissipata » alla base , allentando il proprio radicamento territoriale e sociale, annacquando i propri legami identitari, e si è verticalizzata. Ha accentuato  il trasferimento « in alto » dei propri centri di comando. Ne ha rafforzato il grado di autonomia rispetto alla massa dei militanti e degli elettori. » (p. 104)

Sforzo paradossale perché genera una disseminazione orizzontale dei poteri che indebolisce i « centri di comando » e li rende gusci più vuoti,  dunque più arbitrari e illegittimi. Nascono

« altre forme di rappresentanza degli interessi e delle culture, reti più o meno lunghe di partecipazione parallela o alternativa, culture, soggettività, aggregazioni, che hanno complicato il « gioco ». Moltiplicato gli attori. Relativizzato i poteri. » (p. 140)

« Democrazia del pubblico » (Manin, ma tradurrei piuttosto con « dell’audience »). Personalizzazione accentuata e sempre più vacua (la persona del leader maximo, nazionale, territoriale ecc, secondo la logica del carisma diffuso, sostituisce il programma). Oppure populismi in salsa varia, con al vertice il delirio di una ritorno ‘tecnologico’ alla democrazia diretta tramite il web. A Revelli la democrazia diretta piace tantissimo, la terzietà non gli dice nulla, e la presentazione del Grillo&Casaleggio&Becchi-pensiero è fin troppo partecipe, ma rimane abbastanza lucido da coglierne alcuni limiti fondamentali, se non altro nella versione ‘rete’.

Viene poi la « démocratie de la défiance », per Ronsvallon la presa d’atto di una torsione paranoidea della partecipazione politica come controllo dal basso, per Revelli il possibile embrione positivo di un recupero di sovranità per chi di questa sovranità è stato espropriato dalle oligarchie prima, dalle élite ‘liquide’ poi.

Già, e poi? I libri devono pur finire prima o poi. Revelli qui si « permette » il « profetismo degli intellettuali » (p. 67)  da cui rifuggiva Weber, si concede « una licenza valutativa al quadro descrittivo » delineato secondo lui fino a quel momento (p.127). E qui io lettore cinico trasecolo; perché di licenze valutative mi era sembrato di trovarne decine e decine nelle 100 pp. precedenti.

Seguono 30 righe, le ultime 30 del libro, « profetiche ». Vorremmo citarle tutte. Sono dominate da tropi ovvi: il basso che è meglio dell’alto, l’orizzontale che è meglio del verticale, il diffuso meglio del concentrato. Aprono su riappropriazioni locali ma « dense » della vita. Costruiscono la rappresentazione simmetrica di élite « estenuate » e di nuovi « pubblici » « esigenti e partecipanti ». Valga l’ultimo paragrafo, che non riesco a trattenermi dal riprodurre:

« Come in una sorta di gigantesco gioco di vasi comunicanti la sovranità verticale che si era concentrata in alto [sott. n. t.] può rifluire in basso [sott. n. t.], nella massa positiva di micro-comunità interrelate che costituiscono quella che Ulrich Beck ha ch’amato la « sub-politica », non per sminuirne il valore ma per sottolinearne il carattere  « basilare ». Il suo muovere alla base della piramide, forte del fatto che le società sono capaci di meglio coordinarsi orizzontalmente, di auto-organizzarsi e di ricorrere in misura enormemente minore che  nel passato a (ingombranti)  « autorità tutelari » (pp. 127-128).

Tocqueville e la democrazia in America? Certo che no. Un santino, una « image d’Epinal » da « lendemains qui chantent ». Utopia, che come tutte le utopie porta in sé la certezza di distopie tragiche. Alla bestia michelsiana che è in me già pare di sentirle pullulare, queste nuove oligarchie dal basso,  e di annusare in loro il morphing invasivo di altre oligarchie per niente « estenuate ». Continuità di ceti, di gruppi, di stili, di razionalizzazioni, di esiti. Come senza fine è avvenuto.

 

 

  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • Tumblr
  • FriendFeed

Attualmente non sono presenti commenti per questo articolo.

Lascia un commento

Invia ad un amico

Usa il form sottostante per segnalare questo articolo via mail