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Entomologia dell’intellettuale: un divertente agghiacciante utile pamphlet di Luca Mastrantonio di enrico pozzi

Luca MASTRANTONIO, Intellettuali del piffero. Come rompere l’incantesimo dei professionisti dell’impegno, Venezia, Marsilio, 2013, 270 pp., 18€

Una delle occupazioni preferite dei chierici è scrivere pamphlet sul tradimento dei chierici. Luca Mastrantonio ha pensato bene di non fare eccezione. Ma per lo meno ha saputo trovare un equilibrio tra il divertente e l’agghiacciante.

Un conto è il contatto quotidiano, casuale e frammentario, con quanto giorni dopo giorno i nostri chierici vanno dichiarando, scrivendo, proclamando, insinuando, interpretando, canticchiando e zufolando. Altro conto è trovarsi un po’ di tutto questo raccolto insieme, da una pagina all’altra, senza respiro, in una sorta di cacofonia o cantilena che non dà tregua.

Si soffoca. Si cerca di ritradurre tutto in pettegolezzo colto, ma non ci si riesce. Quello che emerge è un ethos trasversale privo di etica, un uso perverso e improprio del saper dire, una ipertrofia incongrua di Ego spesso microscopici.

I prodi chierici si sentono singolarità forti, torri eburnee del pensiero che svettano sulla piana malarica abitata dai poveri cristi. Nel libro di Mastrantonio sono solo un blob che tutto inghiotte e trasforma in parole per poter su tutto parlare, e sentirsi così padroni verbali di una realtà sulla quale non hanno presa alcuna. Insisto: non un ceto, e non una casta, e neanche una corporazione, tutte entità sociologiche che presuppongono qualche struttura. No, solo una Cosa onnivora e informe, dunque pronta ad assumere ogni forma transitoriamente utile alla propria autoalimentazione e sopravvivenza sociale. Liquidi, come ci dice del mondo intero un loro degno rappresentante non italico, l’unico vero Idraulico Polacco che gira per l’Europa, Bauman.

Se non si è depressi, molte pagine sono esilaranti. C’è solo lo spaventoso imbarazzo della scelta. A p. 65, quello che a destra e a sinistra si è potuto dire di una robetta di Valter Veltroni, il memorabile La scoperta dell’alba (Rizzoli 2006), merita la citazione in chiaro:

« Parte Dacia Maraini (Corriere della sera) con paragoni tra Pirandello, Conrad e Tarkovskij, poi Giancarlo De Cataldo (Il Messaggero) con Borges, Nantas Salvalaggio (Il Tempo) con Shakespeare, e Andrea Camilleri (l’Unità) che si trastulla con Calvino per elogiare “la straordinaria qualità di Veltroni narratore”. Negli incontri pubblici, Adriano Sofri tira fuori Giacomo Leopardi, la Maraini (ancora lei) evoca Henry James, Sandro Veronesi cita Ian McEwan. Veltroni glissa, fa finta di niente, con affettata modestia a Concita De Gregorio nell’intervista di copertina del Venerdì di Repubblica svela: “non sono uno scrittore, sono uno che scrive”. »

Una perfetta sintesi del blob-ethos fatta di piaggeria, ignoranza, volgarità, speranza di microincarichi e microprebende, politicamente trasversale (all’interno del blob si recitano le differenze ideologiche e i conflitti ma il blob in quanto tale è trasversale). I lettori ne troveranno decine di altre con le stesse logiche.

I bersagli? Ognuno scelga i suoi preferiti. Per mia consolazione, Mastrantonio si accanisce un po’ di più su molti di quelli per i quali anch’io ho un occhio di riguardo.

Tanto per dirne qualcuno: il «clepto-filosofo» Umberto Galimberti, copiatore accanito degli altri e di se stesso, inutile al pensiero proprio e altrui, colto in flagrante ma non espulso a pedate fuori dall’università da Ca’ Foscari o dal Ministero. Qui Mastrantonio avrebbe potuto citare il memorabile libretto-tesi di laurea della figlia su Nietzsche, che il Galimberti fece pubblicare dalla sua casa editrice Feltrinelli, complice sciocca; o ancora la foto del Galimberti-pensoso che accompagnava la sua posta del cuore su riviste femminili; o ancora, gli indimenticabili dialoghi filosofici con Scalfari a paginone centrale su Repubblica. Per qualche esempio di recensioni di Galimberti a Scalfari nel solo 1995, da non perdere Il Corpo, II/4-5, dicembre 1995, pp. 39-43: « Cane non mangia cane: le recensioni a Scalfari »; ma c’è anche un breve estratto di quella di Vattimo, mai ultimo a nessuno: doppia pagina centrale su La Stampa, foto e ritratti di Giorello, Heidegger, Kant, e Vattimo stesso. 

 

Galimberti-pensoso

 

Oppure Piergiorgio Odifreddi, stanco gigione che annaspa dietro a ogni argomento che possa far accorgere della sua esistenza. Oppure Marco Travaglio, sistematico cultore del pensiero paranoico – nello stile e nei contenuti – di cui qualcuno (Mastrantonio) ha finalmente il coraggio di dire che è di destra, un beneficato di Berlusconi al quale deve tutto. Oppure Corrado Augias copiatore vigoroso e galleggiatore perenne; incredibile che qualcuno gli dia ancora spazio e credito; ma galleggiatore fortunato, ora che un grillino imbecille gli ha bruciato un libro rifacendogli la verginità. Oppure il setoso Alessandro Baricco, scrittore inconsistente ma perfetto businessman che vende da tempo il povero Holden non più giovane a coorti di aspiranti pifferai e promesse di ghost writer a una elite politica-sociale-economica quasi analfabeta di ritorno. Oppure Antonio Trabucchi, di cui cosa dire dato che de mortuis nihil nisi bonum?

Oppure Toni Negri rossonero, rosso e nero, roso e nero, di cui però Mastrantonio avrebbe dovuto ricordare anche la collaborazione con il periodico Riparazione Mariana, la rivista delle suore di Rebibbia, mentre era in carcere proprio lì con la speranza di uscire per buona condotta, e le memorabili righe sulla “Vergine Maria”, il suo recitare (recitare, recitare sempre, con o senza passamontagna calato) l’Ave Maria: « gratto nella mia coscienza arrugginita … e in certi momenti duri della mia vita, nel pericolo fisico o nella disperazione, mi sono trovato a recitarla », con la Madonna che gli comunica « la sua grazia, la sua bellezza, la sua forza ». E per l’articolo sul Paternoster, si veda La Repubblica del 19 marzo 1999, p. 27. Si parva licet, Paris vaut bien une Messe. Oppure ancora l’ineffabile Gianni Vattimo, ineffabile ma assolutamente incapace di stare zitto nella speranza che qualcuno lo citi. Oppure il quasi marchese Paolo Flores d’Arcais, un quarto (solo un quarto) di Lafayette e tre quarti di IgnaciodeLoyola/Torquemada/falsa coscienza, ma sempre perinde ac cadaver come vuole la Regola.

Oppure. Oppure senza fine. Io avrei aggiunto anche Saviano a pieno titolo, ma qui Mastrantonio esita. Passi per il docufiction Gomorra, ma il Saviano successivo non merita particolare rispetto, dalle imbarazzanti presenze/rappresentazioni TV – leggere le trascrizioni per credere – fino a ZeroZeroZero: bene per una casa editrice inguaiata come la Feltrinelli, ma su quelle 400 pagine vale la stroncatura meditata di Christian Raimo (http://www.linkiesta.it/saviano-zero-zero-zero-recensione). Solo che Mastrantonio è di cuore tenero: questo fatto della vita sotto scorta lo porta a sussulti di prudenza accusatoria e a una deplorevole perdita di vis ironica… Va bene, perdoniamolo.

Qualche considerazione. Il chierico è semanticamente onnivoro. Non c’è segno o sistema di segni che sfugga al suo divoramento, e successiva espulsione corporea variamente elaborata. Anni fa, ho letto un apparentemente facile volumetto di Filippo Ceccarelli,  Il teatrone della politica. Ne ero uscito con una sensazione opprimente: la politica inghiotte tutto, niente di ciò che avviene, nessun segno o simbolo, nessun discorso, nessuna parola, nessun aspetto della realtà sfugge alla sua capacità di assorbimento e di riutilizzo. La politica è un metacontenitore illimitato. Diversamente dal politico, il chierico non ha potere reale, ed è ridotto a gestire l’unico potere surrogato un po’ miserando che gli rimane, quello sui segni e le parole. Parassita ogni discorso sociale, parla di tutto, di tutto si sente in grado di parlare, anche lui senza limiti, senza necessità di competenze reali, senza arrossire mai, senza sentirsi mai responsabile di ciò che dice, dichiara, firma, promette, copia, talvolta pensa. La Cosa, il blob di parole che rende claustrofobico il pamphlet di Mastrantonio.

Poi c’è la complicità. Cane non mangia cane, almeno non sul serio. Il copiatore Augias non è stato cacciato a pedate dal glorified tabloid (la definizione è del suo fondatore Scalfari) dove continua occupare lo spazio di sempre. Il popolo di Repubblica, condensato di piccola borghesia paraintellettuale di stato, non è insorto in massa per farlo cacciare. La Ca’ Foscari e il MIUR non hanno espulso con pubblico ludibrio il plagiatore accertato Galimberti, e gli studenti non hanno rumoreggiato per spedirlo a vogare pensosamente in Laguna: l’una e l’altra cosa sarebbero successe anche in una modesta università del Midwest profondo (sostituire Laguna con laghetto). Potrei continuare con una lunga lista di copiatori e ladri notori, sopravvissuti tranquillamente per decenni. Una rete di collusioni orizzontali (tra colleghi prof e colleghi chierici) e verticali (le strutture istituzionali di controllo, per es. sull’università) protegge in modo compatto la corporazione e i suoi mandarini, e si scatena contro i pochissimi che rompono la regola dell’omertà e del sorrisino. Una indifferenza etica e legale che scende per li rami, e – sempre il blob in azione – ingloba piano piano anche le vittime, anche i chierici giovani e gli aspiranti chierici, fino agli studenti che copiano e incollano le loro tesi di laurea. Provi Mastrantonio a indagare quanti dipartimenti nostrani hanno adottato i software piuttosto attendibili di identificazione dei plagi che usano le più importanti università e centri di ricerca Usa. Semplice: nessuno.

Adesso una annotazione seria. Mastrantonio non definisce cos’è un intellettuale, e chi è l’intellettuale oggetto del suo pamphlet. A occhi e croce si capisce che è il chierico  ‘letterato’ polimorfo. Niente chierici-scienziati ‘duri’, e niente scienziati sociali con qualche presunto sapere specifico ed empirico: psicologi, psicoanalisti, antropologi, sociologi, storici, ecc ecc. Girano un paio di sociologi, e basta: il gigionissimo Giuliano da Empoli, irrilevante persino quando sta zitto, e Luciano Gallino, al quale la veneranda età e l’essere ormai strafuori ruolo hanno regalato la scoperta della libertà, un improvviso furore politico e una vocazione tardo-marxiana di cui non v’è traccia nella sua operosa attività di sociologo prepensionamento. In sostanza Mastrantonio si è occupato di un segmento ristretto dell’ampia erbosa savana dei chierici: quelli ai quali la malasorte (per noi) e le cooptazioni incrociate del sistema intellettual-mediatico hanno offerto la possibilità di sentirsi opinion maker di borgo o di provincia (audience internazionale: zero). Mi creda Mastrantonio, anche gli altri, i chierici-formica, meritano la sua attenzione. Sono i sottufficiali del loro ceto, l’ultimo miglio, mai uomini ma sempre e solo Totò-marescialli, la nascosta spina dorsale del mondo dei chierici. Quelli che stanno sotto a quegli altri lassù, visibili e risuonanti e pubblicamente parlanti: ai quali ultimi si applica bene la fulminante definizione di Bourdieu in Homo academicus: “ la parte dominata della classe dominante”. Sarà per la prossima volta, vero?

P.S. Mi ero dimenticato di citare il divertente Indice dei nomi: icastico. E poi un’affinità elettiva: scopro che Mastrantonio si è beccato una denuncia dal clepto-filosofo Galimberti per aver scritto la Prefazione a F. Bucci, Umberto Galimberti e la mistificazione intellettuale, Roma, Coniglio, 2011. Beh, tempo addietro nella rubrica DA NON LEGGERE del sito www.ilcorpo.com avevo inserito il libro di Bucci tra quelli DA LEGGERE…. ( http://www.ilcorpo.com/ilcorpo/libri-da-non-leggere/page/2/ ). Sono soddisfazioni.

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