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La Scozia è solo una invenzione? Lo storico Hugh Trevor-Roper in bilico tra mito e identità di enrico pozzi

Hugh TREVOR-ROPER, The Invention of Scotland. Myth and History, New Haven, Yale University Press, 2008

Da un lato le poche nazioni per bene: non hanno miti e non ne hanno bisogno per essere nazione. Dall’altro le molte nazioni ‘voyou’: esigono miti per esistere e sono condannate a produrli senza fine. L’Inghilterra anglosassone, il meno mitopoietico dei popoli. I Celti e la Scozia, con la loro infinita produzione di miti, alla quale i poveri anglosassoni si devono aggrappare quando hanno bisogno di mito. L’Inghilterra, condannata allo spirito critico, alla realtà, alla luce, alla verità e al pragmatismo. La Scozia, vincolata all’immaginario, alla fantasia, alle nebbie, alla falsificazione, all’illusione e alla narrazione. La prima diventa l’identità che è. La seconda inventa l’identità che altrimenti non ha, e diventa questa invenzione.

Hugh Trevor-Roper organizza intorno a questa trama cognitiva la sua invenzione di come la Scozia ha inventato se stessa. I suoi fulcri: a) la mitologia politica della antica Costituzione della Scozia, durata dal 16mo al 18mo secolo;  b) la mitologia letteraria del grande Omero celtico Ossian, durata solo 60 anni ma di immensa portata internazionale; c) la mitologia sartoriale del vestirsi alla ‘scozzese’ (il kilt, il tartan), iniziata intorno al 1820 e tuttora ben florida.

 Scende in campo la accecante luce illuminista.

 La presunta Costituzione è un non senso storico costruito a suon di dabbenaggini e di collusioni autorevoli (ad es. Boezio). Il suo mito politico delle origini emerge dalla falsificazione più o meno consapevole delle vicende dei popoli che si sono contesi l’egemonia etnico-politica su quella parte del mondo.

La vicenda dell’Omero celtico porta al bardo Ossian, presunto autore di un poema epico di 9mila versi oralmente trasmesso e alla fine recuperato, trascritto e tradotto  da James Macpherson. Un falso complicato ma pur sempre un falso: Macpherson se lo è per gran parte scritto da solo, interpolando qua e là pezzetti di materiali poetici e vari di fonti diverse. Che poi ci abbia creduto mezzo mondo colto, in Inghilterra e in Europa, è un’altra storia. Ma quel poco di poesia autentica che sopravvive nei Canti di Ossian è irlandese. Quei beceri incolti  - Trevor dixit – della Scozia altomedievale e in particolare delle Highlands non erano proprio in grado di produrre epica di qualità, ammesso e non concesso che in Ossian si nascondesse qualità.

Non se la passano meglio i tartan e i kilt. Trevor-Roper ricostruisce l’abbigliamento tipico delle Highlands e in parte delle Lowlands. Dura gerarchia sociale: agli strati sociali inferiori spettava il belted plaid, un plaid lungo stretto alla vita da un cordone o una cintura, adatto anche come coperta notturna. Sopra a loro si aveva diritto ai trews, pantaloni aderenti di lana, e a un plaid più corto, inadatti per la brughiera o per le notti all’addiaccio. In un caso come nell’altro, nessuna variazione significativa di colore da un clan all’altro o tra aree geografiche. Poi le vicissitudini legate alla doppia sconfitta Giacobita contro gli Hanoveriani nel 1715 e a Culloden (1745) sfociano nella affermazione progressiva del kilt e del tartan in segni distintivi dell’aristocrazia scozzese, tranquillamente ignorati dal resto della popolazione, molto più comodo nell’abbigliamento inglese imposto dalla repressione antigiacobita. Due impostori con la tipica sensibilità estrema degli impostori verso l’immaginario – i fratelli Sobieski – inventarono e codificarono nel 1842 il sistema dei tartan e dei kilt collegato ai diversi clan. Ancorato alla struttura clanica, il nuovo codice sartoriale diventa ovvio, originario, segnale di appartenenza, e moda trionfante. Non le radici medievali della Scotia perennis, ma un abile marketing di metà Ottocento, supportato dall’esercito inglese (i Black Watch).

Il volume è postumo. Un paio di capitoli erano già stati inclusi da Trevor-Roper nel classico storiografico The Invention of Tradition (a cura di E. Hobsbawm e T. Ranger, Cambridge, 1983; tr. it. L’invenzione della tradizione, Torino, Einaudi 1987). Il resto è un lavoro di ricostruzione del curatore a partire da due set di materiali scritti rinvenuti dopo la morte. Viene da dire: per fortuna. Con qualche sciatteria stilistica, i capitoli ritrovati sono tra le cose migliori del baronetto-storico.

L’illuminista fiammeggiante, proteso  a scovare la Verità dietro le manipolazioni, mistificazioni, falsificazioni: implacabile, ironico. Ma anche – eterna dialettica dell’illuminismo – la sua incontrollabile attrazione verso questi imbroglioni, millantatori, falsari, ma pur sempre avventurieri capaci di rischio.

 

James Macpherson, l’autore dei Canti di Ossian

 

François Gérard, Ossian, 1801

 

I fratellini Sobieski sono in fondo piccola roba, degna di poche pagine. Diverso il caso di James Macpherson/Ossian. Trevor-Roper insegue per oltre 100 pagine la storia del presunto ritrovamento e trascrizione/traduzione del poema dell’Omero scozzese, le reti di complicità intorno alla veridicità del testo, le ondate di certezze e di dubbi, le strategie di manipolazione delle testimonianze, l’elusione delle verifiche, l’alternanza dei giudizi estetici. “Vérité en deça des Pyrénées, erreur au-delà” (Pascal), dove basta sostituire ai Pirenei il fiume Tweed. La Scozia crede, l’Inghilterra sempre meno, ma con cambiamento improvvisi di schieramento. Le menti migliori dell’Illuminismo scozzese sostengono la realtà del poema di Ossian, ma David Hume dubita abbastanza presto mentre il grande Adam Ferguson rimarrà un true believer fino alla fine. A sud, dalle parti di Londra, Walpole, Gray e tanti altri si schierano inizialmente con Macpherson. Il Dr. Johnson entra in guerra da par suo, con ostinata ferocia. Walpole inizia a cedere, ma il più importante storico inglese di quel periodo, Gibbon, va dalla parte dei macphersoniani, e così via.

Analoga confusione intorno alle presunte fonti. Macpherson si è inventato tutto oppure ha effettivamente costruito un testo in parte suo e in parte con interpolazioni di manoscritti antichi effettivamente ritrovati? Chi aveva questi eventuali ur-testi ? Da dove venivano? Perché, pur avendoli probabilmente visti e usati, Macpherson non è in grado di dare altri dettagli o di localizzarli? Altri personaggi si affollano, spesso già morti o prossimi alla fine, lungo il discrimine della conoscenza vera del gaelico, già allora privilegio di pochi e soprattutto nelle parti più remote della Scozia. A complicare il quadro, entrano in scena gli studiosi irlandesi. Denunciano gli errori geografici e storici dei canti di Ossian, ambientati necessariamente in Irlanda. Ottengono un risultato prevalente: ricompattare per qualche tempo a difesa della Scozia e di Ossian tutto ciò che in Inghilterra – e non erano pochi – aveva in disgustato rifiuto l’Irlanda e gli Irlandesi.

Un lavoro da detective appassionato, quello di Trevor-Roper. Il disprezzo per il testo è affermato di continuo: insopportabile, illeggibile, mortalmente noioso, privo di qualità poetica ecc. Ma ricostruire dettagliatamente la vicenda dei canti di Ossian e il relativo dibattito è solo un pretesto. Al baronetto-storico – piena di baronetti, questa vicenda –  interessa la simmetria tra l’avventuriero letterario e l’avventuriero tout-court – politico, imprenditoriale, imperiale – , dove il primo è solo una delle modalità del secondo. Dopo Ossian il viaggio in Florida per costruirsi una fortuna personale e un ruolo politico come segretario del Governatore. Poi ancora la «Macpherson mafia», la lunga complicità con John Macpherson (il figlio di un reverendo dell’isola di Skye che aveva aiutato in qualche modo la produzione di Ossian): James garantiva le coperture politiche a Londra mentre il giovane John partiva per l’India, vi brigava aggressivamente, tramava con un Rajah locale, rubava tutto il possibile, scalzava per poco tempo il Governatore Generale, tornava in Inghilterra per farsi eleggere in Parlamento e veniva poi espulso da Westminster per un’altra vicenda di corruzione in madrepatria ecc. Sempre dividendo naturalmente i proventi con il nostro letterato …

Eccoci al vero protagonista del libro: Hugh Trevor-Roper, Regio Professore di Storia a Oxford, nominato baronetto dalla Thatcher, espressione dell’ovvietà di ruolo e di tratto dell’Establishment inglese. Eppure sottilmente attratto dal disordine, da coloro che ingannano quello stesso Establishment e lo manipolano per i loro bisogni. Coloro che mostrano la sua vacuità e inconsistenza profonda diventandone indegnamente parte attraverso una adeguata messa in scena di se stessi secondo le sue forme e simboli. 

Gente come il grande traditore Kim Philby: Trevor-Roper lo aveva conosciuto quando aveva lavorato per l’Intelligence inglese, lo stimava, lo trova un «gradevole conversatore» (tipica riflessione snobistica in quel contesto) e gli rimase in realtà amico anche dopo la fuga a Mosca (si veda lo scambio di lettere riprodotto nella New York Review of Books: Blair Worden, «Two Letters on Treason», 9 gennaio 2014, ma anche il lungo articolo su Encounter, poi libro, che scrisse su Philby).

Oppure come Sir Edmund Backhouse (1873-1944), Baronetto anche lui, accreditato sinologo, raccoglitore di una importante collezione di manoscritti e volumi sulla Cina donata alla Bodleian Library di Oxford, profondo conoscitore di un periodo importante della storia cinese, agente segreto del Governo di Sua Maestà,  ecc ecc. In realtà imbroglione assoluto, truffatore, sistematico inventore di descrizioni storiche basate su documenti inventati o inesistenti, autore di memorie pornografiche sulle sue frequentazioni dei bordelli omosessuali di Pechino, donatore di documenti per larga parte falsi, trafficante di armi senza armi da vendere e così via (Hermit of Peking: The Hidden Life of Sir Edmund Blackhouse, London 1976; tr. it., L’eremita di Pechino, Milano, Adelphi, 1981)[1].

Aspirante agente segreto ridotto a fare il professore,  avventuriero incapace di diventarlo, e dunque costretto a studiarli, Trevor-Roper finì vittima a sua volta di avventurieri, cioè della sua zona d’ombra: garantì la veridicità dei cosiddetti “diari di Hitler”, rivelatisi dopo qualche settimana un falso rozzo…

Ma torniamo alla Scozia. Qui non abbiamo a che fare con le dinamiche inconsce di uno storico, ma con i suoi limiti teorici.

Trevor-Roper lavora su segmenti di strutture simboliche  (‘miti’) di una comunità estesa. Le domande sono molte e importanti. Che rapporto esiste tra queste strutture simboliche e questa comunità? La creano? La fondano? La confermano? La Scozia precede ed esige Ossian o il kilt? Produce una domanda simbolica che in qualche modo qualcosa viene a colmare? Oppure molecole di sociale producono ‘miti’ che diventano generativi di nuova identità della comunità per l’intreccio di una serie di fattori: mix di caratteristiche intrinseche, modalità di diffusione sociale, circostanze storiche e sociali facilitanti, dinamiche simboliche più ampie, attori politici o religiosi dinamici che se ne appropriano? Cosa implica il titolo «L’invenzione della Scozia» ? La Scozia viene inventata, ovvero prima di questa invenzione non esisteva? O se esisteva che identità aveva? L’identità della Scozia che si afferma nella fase finale di questo saggio – la metà dell’Ottocento – è nuova, oppure è antica e trova forme espressive nuove? Quali gruppi, filiere o aree socio-geografiche ne sono i vettori? Come emerge e si consolida l’ipertrofia simbolica delle Highlands derelitte e la loro egemonia – benché marginali e minoritarie – sull’intera identità della Scozia?

Trevor-Roper si diverte a demistificare le finzioni mitiche. Ma perché queste falsificazioni plateali sono socialmente efficaci? E perché lo sono anche per quei gruppi sociali che dovrebbero essere propensi alla demistificazione sistematica: ad es. i molto citati «Edinburgh literati» illuministi? Il nostro storico lo riconosce, ma non sa che farsene. In una pagina esemplare a proposito della veridicità dei Canti di Ossian cita uno dei più alti esponenti dell’intellighentzia di Edimburgo, il Regius Professor Blair, amico e collega di Hume e Ferguson. Tallonato dai dubbi nascenti di Hume, Blair manda a tutte le learned persons scozzesi – gentry e reverendi –  con qualche competenza di gaelico un questionario sull’esistenza e le caratteristiche dei frammenti poetici che Macpherson avrebbe trascritto e tradotto. Questo autentico sondaggio d’opinione e di fact checking produce l’ovvio – compatte dichiarazioni favorevoli alla veridicità della matrice dei Canti – e un fatto vero e proprio, che conferma Macpherson. Blair scrive allora che il questionario in fondo era stato inutile. «The consenting silence of a whole country was, to every unprejudiced person, the strongest proof» (p. 119).

Trevor-Roper va in bestia. «vengono i brividi di fronte a questa dichiarazione e alle sue implicazioni: una vera e propria autorizzazione alla bigotteria irragionevole, al pregiudizio nazionale o alla colpa collusiva» (p. 119). Peggio ancora: questa affermazione non viene da qualche Highlander incolto «a culo nudo» (i montanari delle Highlands non portavano mutande sotto al plaid avvitato, e questo era considerato molto disdicevole a Edimburgo e soprattutto a Londra), ma dal Regio Professore di quella che era allora la più avanzata Università del Regno, la culla dell’Illuminismo scozzese e del rinascimento culturale della Scozia. Siamo di fronte ad una autentica «trahisons des clercs», i chierici scozzesi.

Avrebbe fatto bene a indignarsi di meno, a interrogarsi su quella frase, e a leggere di scienze sociali. Durkheimiano senza poterlo sapere, il Regio Professore aveva condensato due enunciati teorici importanti: un qualsiasi contenuto è ‘vero’, cioè efficace (‘efficiente’), se è considerato tale dall’intero gruppo; la ‘verità’ di un enunciato è un corollario della coesione sociale: la esprime, e simultaneamente la fonda. Il simbolo condiviso è la forma segnica della totalità sociale, è sempre il tchuringa. Maggiore la condivisione, maggiore la verità di questo simbolo (o mito…), maggiore la sua autoevidenza, e maggiore la sua necessità, il non poter non essere vero pena la disgregazione del sociale. Che può di fronte a questo il fuoco fatuo della ragione illuminata? Può provare a non accorgersi del cambio di paradigma, il Romanticismo in arrivo. Ma Ossian già sapeva, e la Scozia anche, silenziosamente pronta ad una rivincita identitaria che prosegue da due secoli[2].


[1] Cfr. la conclusione della bella quarta di copertina scritta da R. Calasso per la traduzione italiana: «Tracciando il ritratto di questo personaggio imprendibile che riusciva, con equanime perfezione, a inventare un classico cinese e una colossale fornitura di armi al governo di Sua Maestà britannica, ingannando con pari sicurezza i più grandi orientalisti e i Servizi segreti inglesi, Trevor-Roper ha rivelato, per lo meno in alcune delle sue metamorfosi, un vero, misconosciuto eroe del nostro tempo: un uomo che, dinanzi ai molti stolti che in ogni mistero vedono una mistificazione, ha saputo dimostrare con la dedizione di una vita intera che la mistificazione stessa è uno dei misteri più profondi».

[2] Un paio di volte nelle oltre 270 pagine Trevor-Roper è sfiorato dall’idea di un collegamento tra mito, identità e coesione. Per es., nella Introduzione allude all’abbigliamento delle Highlands come ad un «communal integrator» (p. xxi). Ma si vede che con questo tipo di concetti e categorie non sa proprio che farci.  

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