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Annabella ROSSI, Le feste dei poveri, Bari, Laterza, 1967

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

V. ESPOSITO (ed.), Annabella Rossi e la fotografia, Napoli, 2003

 

 

 

 

 

 

Francesco FAETA, il volume con il saggio su Annabella Rossi

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Le ‘feste dei poveri’ del Sud nelle foto di Annabella Rossi di enrico pozzi

Libro prestato e mai restituito, uno dei molti pegni di un rapporto finito.

L’ho inseguito per anni su ebay, Abebooks ecc. Non la brutta riedizione Sellerio, ma la prima, quella Laterza. Alla fine l’ho trovato, ingiallito quanto basta.

Cercavo le foto. Avevo paura di un ricordo idealizzato. Invece ho provato lo stesso piacere di allora, con in più la nostalgia di un mondo e di un pezzo di vita perduti.

Avevo conosciuto Annabella Rossi per caso. Mi aveva cercato al mio ritorno dalla prima volta negli Usa. Non so chi le avesse dato i miei contatti. Voleva incontrarmi per un progetto di “indagine politica”. Ci vediamo a casa sua, in via della Lungaretta. Grandi occhi neri, vestita di scuro, presenza fisica invadente, occupava lo spazio, tono tra l’appassionato e l’aggressivo. Mi presenta il compagno, il documentarista Michele Gandin. Ha sentito parlare bene di me (da chi?). Dice che è in corso una offensiva reazionaria all’Università, sulle libere docenze, con i candidati di sinistra respinti. Vorrebbe che io li intervisti, per documentare. Mi fa un po’ di nomi e mi dà i telefoni. Poi parla d’altro, che poi sarebbe la sua grande amica Simonetta Piccone Stella. Con lei ha scritto un libro, La fatica di leggere. Mi dice della vita privata di Simonetta, del padre, del rapporto con Franco Ferrarotti (Annabella lo odiava), del figlio non riconosciuto che ne sarebbe nato. A quanto pare la Piccone Stella condivide questo progetto sulle libere docenze. Devo incontrarla. Organizza per telefono.

Incontro l’amica a Sant’Anastasia, così diversa da lei, e evidentemente molto meno entusiasta sul progetto ‘politico’. Di controvoglia, sua e mia, chiamo qualcuno dei nomi di vittime della destra accademica. Ne ricordo uno, Michele Rago, mi pare un francesista. Declinano. Se si sentono ‘vittime’, e anche questo non è chiaro, proprio non hanno voglia di parlarne. Alcuni negano la discriminazione politica, altri alludono a ‘logiche universitarie’ e basta.

Riferisco. Con nonchalance passa a un rapporto più personale. La sua passione antropologica, il suo lavoro al Museo di Arti e Tradizioni Popolari, lo scontro continuo col direttore Tullio Tentori, il Sud, De Martino, Diego Carpitella, Mingozzi, le tarantate. Serata dopo serata, tra spaccati di vita accademica e gossip a largo raggio, con incontri che demolivano il mio idealismo scientifico di giovane ricercatore. Memorabile una cena con Luigi Lombardi Satriani: loffio, con continue ‘discrete’ allusioni al suo modesto titolo nobiliare, e con il compiaciuto racconto di come stava per partire a insegnare un corso su Gramsci negli Usa, mi pare a Austin, in Texas, senza sapere veramente l’inglese. Raggelante.

In tutto questo per fortuna entravano cose più vere: l’interesse per le feste popolari e per le forme ‘elementari’ di religiosità urbana e rurale del Sud; l’andare sul campo per monasteri, processioni, cerimonie e venerazioni di santi, madonne e mummie. Ma soprattutto per me esistevano le immagini: filmati, foto, grandi scatole di foto di persone, gruppi, luoghi, oggetti.

Così uscì fuori una sera Le feste dei poveri. Lo sfogliammo insieme. Commentava immagine dopo immagine, bianco e nero, sgranate, fané, spesso fuori fuoco. Parlava con passione del suo apparecchio, una Olympus Pen molto piccola e poco invadente, ma in grado di lavorare senza flash anche nella penombra, e vicina ai volti e ai corpi. “Basta una candela e posso fotografare”. Foto come post mortem, fatte per tentar di fermare il tempo sociale, dove il ‘documento’ aveva la ambigua ‘verità’ della nostalgia.

Mi regalò il libro, che poi una vicenda personale di molti anni dopo mi fece perdere. Ora eccolo di nuovo,  e ne sono al tempo stesso dolente e felice, come è giusto per ogni nostalgia, quand’anche sociologica.

Annabella Rossi è morta nel 1984, a 51 anni. La sua opera aspetta ancora una rivisitazione critica capace di tenere insieme la sua instancabile curiosità di osservatrice partecipante, e la sua fragilità concettuale. Per le sue fotografie V. Esposito (a cura di), Annabella Rossi e la fotografia. Vent’anni di ricerca visiva nel Salento e in Campania, Napoli 2003; e F. Faeta, “Vivere la realtà è già scienza”. Per una critica dell’etnografia visiva di Annabella Rossi, in Fotografi e fotografie. Uno sguardo antropologico, Milano, 2006, pp.140-162.

 

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