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Mito, Potere, Meduse, Sirene, grande finanza, stupri, paranoia, e Marco Revelli di Enrico Pozzi

Marco REVELLI, I demoni del potere, Roma, Laterza, 2012, 97 pp., 14€

Per decenni tutto di Marco Revelli è stato prevedibile: contenuti, visione del mondo, linguaggio, metafore, struttura del discorso, il complotto sempre appena sotto pelle, la cultura del risentimento un tempo tratto psicosociale della piccola borghesia, e ora che tutto è piccolo  borghese e dunque la categoria sociologica è priva di senso, appannaggio del suo ultimo rifugio, il lumpen-intellettuale.

Così fino a Paranoia e politica, curato insieme a Simona Forti nel 2007 (Torino, Bollati Boringhieri): banale altrove ma nuovo in Italia il tema, interessanti alcuni dei saggi, bello il suo su Arthur Koestler, empatico e duttile. L’ho letto con sorpresa, l’ho citato molte volte. Ho pensato: un momento di autoriflessività, l’identificazione e la presa di consapevolezza di stilemi, modelli e configurazioni di pensiero praticate per buona parte di una vita, la ‘scoperta’ della congruità semantica, discorsiva e logica tra ideologia e paranoia. Dopo, quello che Revelli scriverà non potrà più essere eguale a prima.

Naturalmente mi sbagliavo. È venuto Poveri, noi (Torino, Einaudi, 2010). La dimostrazione piuttosto tirata per i capelli del complotto  della borghesia italiana – lo chiameremo più pudicamente: la sapiente manovra in parte spontanea in parte concertata – per depredare le classi subalterne e spostare ingente ricchezza sociale verso se stessa. Leggevo, ed era tornato il Revelli di sempre, quello degli stilemi-chiave della paranoia – noi/loro, il disegno nascosto, qualche variante dell’invisibile e dunque onnipotente comitato d’affari ecc. Passione civile, tanta. Capacità di lettura complessa della realtà e delle sue dinamiche, contraddizioni, effetti perversi ecc: proprio poca. Dopo un po’ di pagine soffocanti, fantasticavo di andarmi a rileggere qualche scritto storico di Marx in cerca appunto di complessità.

Così mi sono messo l’anima in pace. Paranoia e politica non era stato una svolta ma un incidente. Affaire classée.

Adesso questo I demoni del potere (Roma, Laterza, 2012). Sfoglio l’indice con diffidenza: Medusa, Perseo, le Sirene, Ulisse. Però il titolo riprende, senza mai citarlo, Die Dämonie der Macht (Stuttgart 1947) di Gerhard Ritter, malamente tradotto in italiano con il grand-guignolesco Il volto demoniaco del potere (il Mulino). Un libro molto amato. Insomma compro il saggio di Revelli.

Un tempo c’erano logos e nomos. Ora questi due fattori di contenimento sono venuti meno e il potere torna a configurarsi, esprimersi e agire secondo la sua essenza più primitiva, la doppia disumanità del ‘numinoso’ e del ‘mostruoso’, da «entità selvaggia e incontrollata». Dis-locato, impersonale, astratto, invisibile, feroce: sono queste le parole che usa Revelli per descrivere la forma presente del potere, che si confonde con il capitale finanziario. La sovranità e il dominio – Revelli sovrappone indifferentemente questi termini – sono tornati per larga parte alle modalità selvagge precedenti il lungo e costosissimo processo di incivilimento del potere in Occidente (veramente?). Di qui la necessità di recuperare il percorso dal mythos verso il cosmos politico e il nomos che era avvenuto intorno alle due narrazioni mitiche fondatrici secondo Revelli: la Medusa che trasforma l’altro in cosa, e la vicenda delle Sirene e di Ulisse. Partendo da qui, Revelli spera – secondo me senza crederci granché – che si possano ritrovare le fila di un nuovo percorso di incivilimento delle forme della sovranità e del dominio nell’era contemporanea.

Il cristallo di Erlebnis del potere – parafraso Canetti, amato da Revelli  e anche da me – che percorre il libro è la sua natura intrinsecamente patologica. Il potere non è una funzione piuttosto ovvia e ineliminabile in un sistema sociale, dunque da indagare e capire, ma una eruzione malata (da curare?). Lo sancisce il primo paragrafo del capitolo La distruttività di Kràtos:

«Dietro l’allegoria della Gorgone, dunque, sta la constatazione di una connotazione originaria patologica [s.n.t.] del potere nella sua forma elementare. Di una sua intrinseca minacciosità, pericolosità – diciamolo pure – mostruosità [s.n.t.]. Il suo collocarsi su confine del disumano; e la sua tendenziale vocazione a provocare la disumanizzazione di chi vi entra in relazione; sia esso chi lo esercita e chi lo subisce; il titolare o il destinatario di esso» [p. 9].

Su questa premessa si sviluppano i due paradigmi mitici della Gorgone/Perséo e delle Sirene/Ulisse, visti attraverso una serie di loro letture moderne. Più prevedibile e meno interessante il primo: «Medusa, esattamente come il sottofondo ctonio del potere [...] è l’inguardabilità di ciò che non si può fare a meno di vedere, là dove il potere si esprime nella sua forma “pura” », quella che trasforma il suddito in cosa senza vita. Fertile e piacevole da leggere il secondo, che sposta la potenza numinosa del potere dallo sguardo alla voce, dall’occhio all’ascolto, ma sempre secondo la stessa logica dello «spossessamento» del suddito da se stesso tramite la «seduzione».

Inutile riassumere. Chi vuole vada a leggere.  Qui solo alcune considerazioni sulla debolezza concettuale del discorso di Revelli. Innanzitutto questa categoria del “potere”, talvolta quotidianamente minuscolo talaltra minacciosamente maiuscolo. In Revelli si tratta di una categoria metafisica, metastorica e metasociologica, chiaramente favorita del ricorso a forme mitiche di pensiero. Non cerca neanche di scomporla rigorosamente in alcune componenti: in fondo sarebbe bastato recuperare almeno Macht e Herrschaft da Max Weber per avere analisi più duttili, sottraendola a una melodrammatica rozzezza. «Demoni» nel titolo fa sempre il suo effettaccio,  ma il Dämonie di Ritter spingeva subito il demoniaco del potere fuori dal pantano del luciferismo sociologico e storico. Non è così per Revelli, che non si cura di sottoporre la sua categoria alla verifica empirica dell’indagine. La descrizione del potere come «numinoso» e selvaggiamente primitivo affascina l’anarchico in noi, ma non regge a qualsiasi osservazione concreta di poteri reali in contesti storici e pre-storici o ‘primitivi’, o in sistemi sociali retti da modelli diversi di governo. Ovunque troviamo forse talvolta la messa in scena del numinoso della sovranità, ma la realtà della demoltiplicazione delle strutture di potere, della loro diversificazione, delle intermediazioni, delle burocrazie implicite o esplicite, delle regole formalizzate e informali, comprese le regole intorno all’arbitrario dell’applicazione delle regole. Quella cosa che Revelli chiama «potere» secondo me non è mai esistita salvo che nelle costruzioni fantasmatiche del Potere con la P maiuscola di cui Foucault e Canetti sono stati in modi ben diversi i recenti cantori poetici, ma certo non gli analisti.

Oppure nelle costruzioni fantasmatiche del soggetto psicotico – individuo o gruppo che sia. Quando ho letto la frase messa sulla copertina del volume, ho pensato: questa è la descrizione perfetta del fantasma paranoico del potere. «Dalle fessure che sempre più numerose iniziano a incrinare la superficie levigata dell’ordine formale, sembrano occhieggiare – minacciosi – i riflessi di una sorta di potere impalpabile, invisibile, astratto e impersonale, ma tuttavia feroce». C’è tutto: la superficie liscia con la sinistra incrinatura che si appresta a far filtrare i contenuti primitivi e magmatici che il levigato nasconde sempre; l’occhieggiamento obliquo, e non lo sguardo diretto; e il ‘mostro’ tanto inafferrabile quanto onnipotente appunto perché inafferrabile e invisibile. Revelli ha letto Canetti, e ricorderà il capitolo sul Presidente Schreber, che avrebbe dovuto porgli qualche interrogativo. Ma probabilmente non ha letto uno dei saggi psicoanalitici più importanti sulla paranoia, Viktor Tausk, Sulla genesi della “macchina influenzante” nella schizofrenia (1919; tr. it. in V. Tausk, Scritti psicoanalitici, Roma 1979). Il delirio persecutorio della macchina influenzante corrisponde esattamente – nelle parole, nelle funzionamento, nelle logiche e nelle fantasie – alla sua descrizione del Potere. L’invisibilità globalizzante dei raggi della “macchina” che tutto attraversano e pervadono coincide con il nucleo più «selvaggio» del Potere selvaggio, la finanza internazionale, che affama la Grecia (prima pagina) e stupra/rapina la bellezza (greca) del mondo (ultime pagine: l’isoletta, naturalmente la più bella, comprata dall’Emiro del Qatar). Come sempre, il lordume dello «sterco del demonio» e le varianti degli Gnomi di Zurigo.

C’è poco da fare. Il saggio del 2007 non è bastato. Quando si lascia a metà il lavoro sulla paranoia e su quel vertice assoluto che è la paranoia politica, la paranoia si vendica, e torna.

(enrico pozzi)

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