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Produrre salsicce con carne umana. Una leggenda metropolitana come corto circuito politico e sociale

Eda KALMRE, The Human Sausage Factory. A Study of Post-War Rumour in Tartu, Amsterdam, Rodopi B.V., 2013, 180 p.

Il racconto ha l’evidenza archetipica del mito cannibalico e la struttura narrativa della leggenda metropolitana. Io non c’ero e dunque non ho visto direttamente. Ma una persona di cui mi fido totalmente mi ha riferito che…

In questo caso il narratore è un anziano signore che vive a Tartu, capitale dell’Estonia. Legge sul giornale locale, il Tartu Postimees,  l’intervista ad una giovane ricercatrice. Riordinando gli archivi del Museo del Folklore Estone, Eda Kalmre ha trovato svariate tracce di una voce su una fabbrica di Tartu che produceva salsicce con carne umana. Interrogata da un giornalista, ha classificato questa voce come una tipica horror story, un racconto dell’orrore. Il lettore insorge: la storia è vera, gliela ha raccontata il padre, di cui ovviamente si fida e che ne è stato testimone diretto.

Ecco il canovaccio. Poco dopo la fine della guerra, 1947. Il padre sta al mercato di Tartu. Arriva una donna urlante e ferita. Grida che stanno ammazzando delle persone in un edificio in rovina a qualche centinaio di metri. Una dozzina di passanti, tra cui il padre del narratore, corrono verso il luogo, penetrano tra il filo spinato e le brecce nelle mura, trovano pezzi di corpi, capelli, quaderni di scuola, mucchi di vestiti. La donna – una lattaia – racconta di essere stata avvicinata al mercato da un Russo  (l’Estonia era di fatto occupata dall’Armata Rossa), e invitata ad andare a vendere del latte a suoi amici appunto nelle rovine. Quando arriva lì, vede con orrore che stanno scaricando dei cadaveri da un camion. Terrorizzata cerca di fuggire, ma un uomo le tira un’ascia sulla schiena e la ferisce. Malgrado questo la lattaia riesce a raggiungere il mercato e a dare l’allarme. I coraggiosi ispezionano l’area, e così anche la polizia, giunta immediatamente. Non trovano nulla. I Russi, i cadaveri e i resti sono scomparsi.

Eda Kamlre si mette in caccia della memoria di questo evento. I materiali raccolti nell’Archivio,  un documento ufficiale del Comandante della Sicurezza della città, le interviste a chi dice di sapere o di ricordare. Poi, dopo la prima edizione del libro, gli altri ‘testimoni’ e narratori che contattano spontaneamente l’autrice, le loro interviste registrate.  Alcune versioni sono più scettiche e disincantate, ma la maggior parte seguono il canovaccio, lo arricchiscono, precisano meglio il luogo (una vecchia fabbrica semidistrutta durante la guerra), aggiungono fatti, date, nomi, particolari sinistri o orripilanti: calderoni per bollire la carne umana, i cadaveri appesi per raccogliere bene anche il sangue, anelli nella gelatina di carne (fatta dunque anche con dita umane), unghie nelle salsicce … Aspetto ancora più sconcertante: non solo la voce pervade l’immaginario della città, ma continua a sopravvivere nel tempo, da una generazione all’altra fino al presente, in modalità diverse eppure costanti nella struttura come nella maggior parte dei dettagli.

Le domande sono le solite. Riguardano i contenuti – la carne umana, lo smembramento, il cannibalismo inconsapevole, il ruolo del denaro, i personaggi e i luoghi canonici del copione. Riguardano ancora di più la permanenza della voce su più di 50 anni, due generazioni, quasi identica a se stessa malgrado i cambiamenti sociali, politici, economici dell’Estonia e della sua capitale. Questo rumour sopravvive perché svolge le stesse funzioni irrinunciabili nel sistema immaginario di Tartu? Oppure la sua trama lasca gli consente di servire da supporto e vettore polimorfo per una pluralità cangiante di contenuti consci e inconsci variabili nel tempo?

L’organizzazione narrativa del rumour è metastorica, ma per potersi impregnare meglio di contingenza storica.

La testimonianza è indiretta: tra il narratore ultimo e l’evento narrato esiste sempre un mediatore narrativo. La sua attendibilità è garantita da uno o alcuni fattori-chiave:  un legame personale forte con il narratore (parente, amico stretto, dipendente fidato, mai un soggetto anonimo, c’è sempre qualcuno che ‘ci mette la faccia’), il coinvolgimento personale nell’evento riportato (era ‘lì’ quando la cosa è accaduta), la neutralità (il testimone primario non ha alcun interesse a raccontare l’evento in quel modo, non ha nulla da guadagnarci, era ‘lì’ per ragioni sue e indipendenti, oppure per caso, per lavoro o dovere di un qualche tipo), talvolta la prossimità temporale tra ciò di cui è stato testimone e il suo racconto al ‘narratore ultimo’.

I contenuti rimandano a componenti di modelli primari dell’immaginario di un gruppo (‘archetipi’). Nel caso di Tartu: il Denaro (il mercato, la vendita delle salsicce di carne umana, i soldi offerti alla donna), lo Straniero (nella prima versione, il Russo), la Donna (fornitrice di latte, corpo sadicizzato dall’ascia), il Segreto (evento destinato a rimanere nascosto), il Luogo di confine sul limite dello spazio sociale (la fabbrica in rovina, isolata dal filo spinato e poco accessibile, anomica, quasi estranea alla città al cui centro però si colloca), l’Eroe (colui che accorre), l’Orrore ecc.

A tutto questo appende i suoi abiti la contingenza storica. Lo spazio anomico – la fabbrica distrutta – esprime la presenza della guerra appena terminata e il suo impatto disgregante sulle forme e regole sociali. Il mercato è il luogo della convivenza difficile tra economia di guerra regolata (le tessere e i bollini alimentari) e economia parallela del mercato nero: nel mercato le tensioni potenzialmente violente tra privazione (la fame) e abbondanza trovano ricomposizioni precarie. I Russi sono i ‘liberatori’ che in realtà stanno occupando militarmente l’Estonia, stanno aggredendo la sua cultura, le sue strutture sociali, i suoi simboli: peggiori in questo dei Tedeschi, che già nel 1947 l’immaginario comincia a idealizzare in chiave antirussa. I cadaveri sono la spiegazione razionale-economica degli innumerevoli scomparsi generati dalla guerra, e delle voci sugli ulteriori scomparsi nella vita quotidiana della città: donne, bambini e uomini inghiottiti non dal caos insensato ma dalla compravendita organizzata e ‘sensata’ di carne umana: atroce sì, ma non angosciante.

Le voci del 1947 servono da punto di partenza per una indagine a ritroso e verso il presente. Eda Kalmre scopre tracce di voci analoghe già negli anni precedenti, collegate all’andirivieni di eserciti occupanti diversi sul territorio estone. Prima i Sovietici, che massacrano una parte dell’opposizione antisovietica del paese in fosse comuni (in piccolo il modello Katryn polacco). Poi i Tedeschi, che a loro volta prima di essere respinti via dall’Armata Rossa uccideranno in massa centinaia, forse migliaia, di prigionieri estoni. Poi di nuovo i Sovietici – i Russi nel parlar comune estone – quando rioccupano l’Estonia e impongono nel sangue un regime filosovietico. Sullo sfondo della carestia feroce, le voci di cannibalismo accompagnano queste vicissitudini, ogni volta con attori diversi.

Il rumour del 1947 è un punto d’arrivo, ma anche il punto di partenza verso nuove riscritture orali. Le versioni si susseguono e diventano il rispecchiamento ‘mitico’ delle tensioni e conflitti della società estone. Estoni, Estoni nati nell’URSS per le deportazioni e riportati in Estonia – Estoni non più del tutto Estoni -, Russi occupanti e gli immancabili Ebrei emergono di volta in volta come i procacciatori, i venditori e gli acquirenti del traffico di organi e carne umana a scopo alimentare o magico-rituale. La matrice contemporaneamente rigida e plastica del folk tale contiene e ritraduce senza difficoltà questi avvicendamenti degli attori che lasciano intatta la struttura profonda del copione, nella dialettica tra struttura e storia che caratterizza le produzioni dell’immaginario sociale.

Eda Kalmre raccoglie con cura e passione i materiali, anche se a volte una metodologia più solida di storia orale avrebbe aiutato lei e il lettore a fare migliore uso delle registrazioni e delle trascrizioni. Non riesce a dare invece una griglia concettuale forte. Muove a stento tra ipotesi confuse, non sembra conoscere granché di quanto è stato scritto sulle cosiddette ‘leggende metropolitane’, non sceglie una qualche chiave di lettura. Il collegamento con le radici storiche del tema del cannibalismo nel folk estone è ridotto a qualche pagina superficiale. L’analisi strutturale dei rumour le è ignota. Naviga senza bussola nel mare ampio e tempestoso degli studi sull’immaginario. Ignora totalmente la possibilità di approcci psicoanalitici e/o antropologico-religiosi, anche quando i materiali la esigerebbero a gran voce: il ruolo del sangue, i testicoli raccolti sotto sale, le geografie del corpo costruite dalla descrizione dei reperti, le rappresentazioni sadiche, le evidenze magico-rituali.

Particolarmente debole quello che doveva essere un punto centrale: l’approccio teorico al cannibalismo. Eda Kalmre sembra non saperne nulla, e neanche si pone il problema. Almeno avrebbe potuto non ignorare la presenza ossessiva del cannibalismo nella storia dell’Est europeo post-rivoluzionario. Il cannibalismo di massa nella grande carestia ucraina e nella pulizia etnico-sociale anti kulaki attuati dallo stalinismo, quello altrettanto importante anche se di proporzioni appena minori  avvenuto nell’arcipelago Gulag (per un caso emblematico cfr. Nicolas Werth, L’île aux cannibales, Paris 2006) hanno lasciato tracce potenti nella memoria orale delle aree coinvolte direttamente, e anche in paesi limitrofi come l’Estonia. Nel rispecchiamento storico del rumour c’era anche questo…

Alla fine, una vicenda curiosa e esemplare, un libro generoso ma confuso. (enrico pozzi)

 

NOTA: Sulle leggende e miti generati nella 2nda Guerra mondiale, Il Corpo ha già pubblicato la traduzione di un capitolo dell’affascinante Mythes de guerre di Marie Bonaparte (1946): «Miti di guerra. Il mito del cadavere in automobile», http://www.ilcorpo.com/it/rivista/maggio-2005_26.htm. Nello stesso fascicolo si veda anche E. Pozzi, «Nota su Miti di guerra». Il testo della Bonaparte è difficile da trovare. Lo si può leggere integralmente sul sito de Il Corpo, nella Sezione Testi scomparsi dei Materiali,
http://www.ilcorpo.com/it/materiali/archivi_22/testi-scomparsi_13/materiali/marie-bonaparte-mythes-de-guerre_42.htm

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