L’unica cosa interessante di Gibellina Nuova è il suo fallimento. Perché di fallimento si tratta.
C’eravamo andati nel 2014. Ci siamo tornati all’inizio di quest’anno. Speravamo di essere sorpresi. Scelta contro Carrara, Todi, Pescara e Gallarate. Qualche potente trasformazione doveva esserci stata. Non solo l’enfatico titolo del progetto: “Portami il futuro”.
Niente. Come 12 anni prima. Il vuoto. I grandi viali, i grandi spazi, i grandi parcheggi, le facciate delle case, la sede del Comune, la Stazione dei Carabinieri. Nessuno. Bar chiusi o deserti. Solo nel primo, il Bar MoMa (ebbene sì, MoMa anche nella grafica dei tovaglioli) tre o quattro anziani seduti, e due donne, un’anziana e una giovane, che discutono di cose (forse) da fare. Saracinesche (poche) molto abbassate. Appare un uomo, vuole lasciare l’auto, non sa dove (è tutto libero…), si mette in coda a noi. Un signore di mezza età parla nel cellulare a voce altissima – “sono l’avvocato ….. – sembrerebbe con la cancelleria di un Tribunale, e si allontana. Un nulla da De Chirico metafisico applicato a “un centro urbano che pareva la brutta copia di un’anonima periferia del Nord” (lo scrive Francesca Corrao, la figlia di Ludovico, nel 2025: https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/gibellina-capitale-dellarte-contemporanea-2026-tra-memorie-e-progetti/)
Qua e là, opere e nomi. Altisonanti (alcuni), ormai demodés e anni 80 molti altri. Disseminati senza una trama, dovrebbero parlare da soli a chi passa, forti della loro individuale autoattribuita evidenza estetica e potenza di nome d’autore. A volte accostati senza capacità di metafora, altre volte persi nell’autosufficienza narcisistica, oggetti che si pretendono sferi, sarebbe maleducato chiedergli un senso. Spesso con segni di incuria e abbandono, erbacce, scrostature, cartelli scomparsi o illegibili, accessi che non consentono l’accesso. Sempre con niente intorno a costruire la loro artificiale presunta numinosità.
Le palazzine nello stile razionalista-povero anni 70-80 quando si voleva evitare Corviale rimanendo moderni. Prive di guizzi e di segnali di identità, eguali anche quando cercavano di mettere qualche differenza, le solite geometrie, i soliti angoli e tagli a squadra, l’egemenonia stilistica del cemento anche quando di cemento le ditte in appalto ce ne dovevano aver messo ben poco, e dunque sgretolato, con l’armatura arrugginita in affioro. Il senso di noia per una penetrante uniformità visiva.
Senza dircelo, cerchiamo istintivamente un centro, un luogo di contrazione aoristica della comunità dove riconoscersi e sentirsi ‘noi’. Niente da fare. Nulla che ‘racchiuda’ in qualche modo Gibellina Nuova. Il paese si disperde nel suo contesto e non converge verso un fulcro di sé stesso. Manca il nomos, il ‘recinto’, una qualche forma di confine o di limite. L’extra moenia e l’intra moenia diventano sforzi mentali e non ‘spontanee’ esperienze spaziali. Difficile essere stranieri dunque autoctoni, con il risultato che il noi è sempre soprattutto prima e lassù, a Gibellina vecchia.
Una ‘piazza’ c’è, ma razionale e ideologica. Laica, la sede del Comune, con a fianco i Carabinieri, come doveroso. Cerebrale, un rettagolo privo di due lati, va ‘pensata’ chiusa per sentirsi inclusi, In realtà gli altri due lati aprono sullo spazio aperto, con solo alcune opere d’arte che vorrebbero farsi segni di confine ma proprio non possono. La Torre Civica brutalista di Mendini è alta venti metri, si vuole campanile, ha anche un impianto sonoro per surrogare campane senza campana, ma sta lì distante e incomprensibile, non scandisce il tempo e i vivi e i morti. La Tebe di Consagra, la ruota monumento al Sole non hanno potenza almeno pagana. Le chiese non fanno ‘centro’, sono ai margini. La chiesa-sfero di Quaroni, senza campanile, in alto alla collinetta fuori dal paese, si raggiunge soprattutto in auto. La Chiesa di Gesù e Maria su un altro confine, alla Statale.
Inevitabilmente, lo sguardo torna al sinistro gigantesco Teatro di Consagra. Nel 2014 era abbandonato a sé stesso, pensavo fose un parcheggio non completato. Quel giorno due operai si muovevano con una carriola al primo piano. Un ritmo placido, quasi immobile, con noi sotto nell’immensa Piazza Beuys, totalmente deserta, a guardare.
Ancora in giro, alla ricerca di un segnale. Andiamo in cerca del Sistema delle Piazze (l’avevamo perso nel 2014). Franco Purini, Laura Thermes, 1980. Grandioso sistema di cinque piazze installate a seguire su una griglia cartesiana. Nomi-programma: piazza Rivolta, piazza Fasci dei Lavoratori, piazza Monti di Gibellina, piazza Autonomia Siciliana e piazza Portella della Ginestra. Spazio gelido, nessuna traccia di vita presente e passata. Mi chiedo: a chi potrebbe mai venir voglia di stare in questa rete senza desiderio.
Il MAC- Museo di Arte Contemporanea – è chiuso (lunedì). Andiamo verso la Fondazione Orestiadi. Ne avevamo un ricordo intenso, opere, costumi, scenografie, una sintesi immaginaria e mitologica di un territorio. Chiuso. Da un cancelletto semi-accostato, la Montagna di Sale di Paladino, vista lì allora per la prima volta. Cavalli morti e morenti sul bianco che ammazza ogni vita. Ora come allora,l’unica opera d’arte di Gibellina Nuova capace di esprimerne l’origine – e forse il presente? – in una potente condensazione estetica. Intra-vista, ha dato senso di bellezza a Gibellina Nuova, assolvendola dalla ‘bellezza’-progetto, testa mai pancia, di questa presunta Capitale dell’Arte Contemporanea 2026.
Dopo, 20km, il Cretto di Burri, su in alto. restaurato, completato dopo la sua morte. Una famiglia francese con i bambini che gioca sul cemento. Nessun altro, ma qui non c’è vuoto o deserto. Il bianco colore perfetto della morte, come ben sapevano Leon Battista Alberti e Leonardo. Una pienezza densa, il numinoso tra terra e cielo, che neanche le incaute pale eoliche sulla collina riescono a corrompere. L’altra ‘cosa’ bella di Gibellina mai Nuova.
Subito dopo, le domande. Perché questo fallimento irredimibile di Gibellina Nuova. Il dandysmo estetizzante del grande animatore di Gibellina Nuova, Ludovico Corrao, la superficie che si vorrebbe struttura ma è solo pelle. La propria vita come tentativo di opera d’arte fino alla morte a 81 anni per sgozzamento da parte del suo accudente bengalese. La realtà da trasformare in specchio del proprio estetismo. Dall’altro lato, la tranquilla complicità di artisti, architetti, intellettuali parte attiva in questa estetizzazione individualista della realtà. Pronti a proiettare ciascuno sé stesso nella unicità di una opera propria da incidere in modo memorabile nel mondo che finalmente la chiedeva. Una scultura, una parete, un prospetto, una chiesa, un campanile, uno spazio, un portale, la pianta di una polis nuova, le abitazioni nazionalpopolari razionali post-Bauhaus/New Town in chiave mediterranea, un’agora ‘diversa’, una Pienza laica e senza Rossellino ecc ecc ecc. Una variegata intellighentzia di sinistra, a volte marxista mai marxiana sempre crociana, compiaciuta élite e imprigionata in questo, propensa a logiche di cooptazione, pronta alla falsa coscienza dell’utopia contro i poteri, riconosciuta finalmente come protagonista politico attraverso l’Arte. Tutto questo in nome di un progetto di bellezza contro…. Contro?
A questo reciproco abbraccio estetizzante non si poteva chiedere l’umiltà dell’ascolto. I molti protagonisti della Gibellina Nuova sapevano già cosa i sopravvissuti di Gibellina Vecchia desideravano, di cosa avevano in realtà bisogno senza neanche saperlo bene, da cosa volevano liberarsi e quale fardello di tradizioni credenze modi di vita volevano gettare via, verso quale elevazione psicologica e sociale tramite l’Arte e la forma della nuova polis volevano andare. E in ogni caso l’élite dei narcisi estetizzanti già lo sapeva per loro. Una popolazione disfatta, impoverita, e minacciata dalla emigrazione quasi forzata verso le Americhe e il Nord, non aveva la capacità di opporre una propria volontà e identità a questa élite, né trovò in altri gli atteggiamenti e gli strumenti per costruirsi una propria consapevole volontà di futuro. Danilo Dolci e Lorenzo Barbera mobilitavano quanto e chi potevano, raccoglievano bisogni primari, ma avevano bandiere da sventolare – la pace, la non violenza – e non sapevano tradurli in progetti. Ragionavano da organizzatori sociali non da sociologi o antropologi o economisti. E di sociologi metodici o antropologi o economisti e simili non abbiamo trovato traccia a Gibellina, per portarvi le logiche imprescindibili del sociale e quelle negoziabili dell’economia . Avevano di sicuro altro da fare, ed di sicuro nessuno glielo ha chiesto.
Così è stata possibile una Gibellina Nuova estetica aggregato senza società. Senza le dimensioni simboliche e materiali che costituiscono una comunità: storia, memoria, sacro, tradizione, rito, forme, spazi, oggetti, fare, produrre, lavoro. Funzionale e dissipata insieme – quei grandi spazi e edifici per chi? per fare che? per quale vocazione simil-metropolitana? Con l’economia e l’attività produttiva umana trasformate in sovrastruttura sullo sfondo dell’Arte diventata infrastruttura. Nel disegno originario e negli esiti di Gibellina Nuova non c’è traccia di progetti o tentativi di sviluppo in un territorio peraltro ingrato e difficile. Rimane la ‘cosa bella’ come feticcio e l’Arte come taumaturgia da fondi pubblici. Con qualche modestissimo arrivo di borghesia di città a guardare rapidi, e a correre su al Grande Cretto per i piaceri sublimi del negativo. Come abbiamo fatto noi per due volte.








Rivisto dopo molto tempo GIULIETTA DEGLI SPIRITI di Fellini(1965).
Potente rappresentazione delle fantasmagorie profonde di una vita di donna irrimediabilmente bloccata. C’è tutto: il brulichio confuso dei propri desideri aspettative delusioni risentimenti invidie, i fallimenti neanche capiti come tali, la famiglia passata e presente come gabbia dentro, il corpo che non sa più neanche cosa chiedere. Ma anche l’immaginario sociale di un’epoca e di un genere/ceto, con metafisiche da quattro soldi, riti senza sacro, santoni truffatori costeggiati da mura di nere suore.
Una etnografia del quasi-inconscio individuale e collettivo. Manca totalmente la politica, forse (forse) l’unica dimensione capace di portare qualche surrogato di progetto e di senso alle vite, e a una vita di donna.
Sullo sfondo, l’inutilità dell’immaginario.
Ho incontrato per la prima volta René Kaës a Parigi nel 1982. Cercavo una faticosa e spesso dolorosa sintesi tra forme diverse di me stesso. In superficie: la formazione filosofica e la passione epistemologica, l’ingresso nelle scienze sociali, la pratica scientifico-accademica della sociologia e della psicologia sociale, una analisi individuale sfociata poi nella SPI e nell’IPA, una analisi di gruppo e un training al lavoro psicoanalitico con i gruppi, il peso irriducibile del corpo e della corporeità come carne e come sguardo/pensiero.
Questo intreccio mi portò per vie singolari da Didier Anzieu, poi in un gruppo eterogeneo animato da Jean-Claude Rouchy in collegamento con l’ARIP e due riviste, Connexions e la Revue de psychothérapie psychanalytique de groupe.
Pagine finali del fascicolo 1/2025 di Frontiere della psicoanalisi sulla paranoia. Rossana Lista narra après coup il significato delle 300 pagine precedenti. Le prime righe:
« Oggi riflettere sulla paranoia non è solo un compito psicoanalitico: è una necessità storica. La paranoia non appare più confinata ai margini della patologia individuale; essa permea la discussione pubblica globale, come forma di percezione, come modalità di interpretazione degli eventi, come stile della reazione collettiva. Le grandi questioni contemporanee […] si articolano in una grammatica paranoica: non si tratta solo di registrare paure ma di riconoscere una logica: quella che scorge dietro ogni trasformazione è una minaccia invisibile, un nemico diffuso, un’intelligenza ostile che trama. […] Riflettere sulla paranoia … non significa più soltanto interrogare un sintomo ma comprendere una postura culturale, una modalità del vivere e del pensare che segna la nostra epoca ».
E subito dopo cita la categoria dello «stile paranoide» anticlinico e metapsicopatologico proposta da Hofstadter.
Quasi perfetto, salvo tre problemi.
Il primo: di quello che Lista propone non c’è
Il fascicolo di Frontiere della Psicoanalisi sulla paranoia è una occasione perduta. Purtroppo.
La ‘cosa’ |paranoia| deborda impietosamente i confini in cui si cerca di contenerla. Modalità del pensiero. Forma dell’argomentazione. Trama di illimitate narrazioni. Modello di organizzazione sociale. Principio di cosmogonie, di religioni e di sacro che si crede ateo. Frame ideologico. Agente storico. Strumento politico. Ineguagliabile procedura di mobilitazione collettiva. Vettore operativo della fame di infliggere e subire sofferenza e morte. Assioma costitutivo di microrelazioni e di rapporti intimi. Matrice dinamica di emozioni, affetti, comportamenti, processi inconsci di individui e transindividuali. Struttura di percezioni che allucinano realtà. E quant’altro.
Affrontare questa ‘cosa’ dovrebbe chiamare simultaneamente a raccolta almeno alcune di queste prospettive, ciascuna con pari dignità. Non accade quasi mai. La |paranoia| rimane solo paranoia e perde la la sua domanda di senso complesso.
Questo accade anche alla paranoia di FRONTIERE. In apertura e qua e là, con cautela, si afferma l’attualità storica della paranoia, la sua pervasività. Addirittura le prime tre parole del fascicolo sono “La vita collettiva….”.
A Roma, il 4 dicembre, Palazzo Barberini, nella stupenda Sala del Trionfo della Divina Provvidenza di Pietro da Cortona.
Ci eravamo associati con entusiasmo. Usciamo dai due giorni di lavori con reazioni contraddittorie. Per quello che abbiamo trovato, per quello che ci è mancato. E per la nostra insistente fiducia.
Abbiamo trovato un tema tanto potente quanto debordante – L’immagine-narciso, in ovvia risonanza con il controverso Narciso di Caravaggio, presente due sale più in là. Una partecipazione numerosa, fedele e attenta. Un clima di passaggio generazionale, con tre generazioni di studiosi, universitari, aspiranti universitari, qualche free lance, dove i più giovani tendevano quasi alla mezza età, come è tipico da noi. Una comunità in apparenza piuttosto consolidata, con il piacere di ritrovarsi per ‘fondarsi’ e con molti che si chiamavano per nome. Un ethos piuttosto condiviso – l’estetica dell’Immagine come Arte. Quadri di riferimento teorici e approcci metodologici che si intuivano a volte lontani, ma educatamente tenuti fuori da conflitti. La polemica ironica contro le Consulte – ma che sono? – e contro le dinamiche dei ‘concorsi’. Una piacevolezza complessiva, aiutata da una organizzazione generosa.
Ci aspettavamo uno spazio associativo capace di aggregare, tenere insieme e incrociare in modo fertile la pluralità di quanto in Italia insegue per strade diverse il VISUS, ovvero la cultura visuale. Di uno spazio di questo tipo sentiamo intensamente il bisogno. Il ‘visuale’ eccede ad ogni momento i singoli linguaggi, frame, corporazioni universitarie o parauniversitarie, le discipline e le loro consorterie. Speravamo in una vocazione ‘ibrida’, disordinata, disposta a cercarsi sui confini e a correrne i rischi.
Questo non lo abbiamo trovato, salvo in qualche affioramento marginale. ‘Cultura’ per noi rimanda necessariamente a una dimensione sociale, antropologica, letteraria, sonora/musicale, corporea, medica ecc, di rapporto cognitivo e pratico con la ‘realtà’. Ci aspettavamo epistemologia, filosofia, sociologia, psicologia sociale e individuale, psicopatologia, antropologia ‘culturale’, etnologia, musicologia e suono, neuroscienze, semiotica, storia non événementielle, storia dei corpi e dei loro cortocircuiti, politica, forme del potere, il digitale e tant’altro. Non subito: questa è una associazione che sta nascendo! Non tutto: sarebbe stata una aspettativa magica, superare barriere e steccati che neanche i migliori riescono a lasciarsi dietro le spalle. Ma almeno un po’, almeno come parte evidente e forte del progetto.
(Ecco, il progetto. Quale è? L’assemblea fondativa è stata gradevole e unanime. Ma verso quali obiettivi? Abbiamo sentito dire di organizzare altri incontri, come questo, e come L’indisciplina delle immagini del 2024. Basta? Forse spetta al nuovo Direttivo elaborare un progetto ‘forte’. Vedremo.)
Tornando a ‘cultura’. Un paio di volte Lévi-Strauss. Una volta McLuhan. Una volta Nietzsche. Quattro o cinque volte Lacan e lo stadio dello specchio. Freud sul narcisismo. A memoria non molto altro. Il sistema dei riferimenti è stato largamente verticale e disciplinare. Ha trionfato il ‘dettaglio’, ma troppo spesso senza quello che dal ‘dettaglio’ conduce al Dio di Flaubert e di Warburg, cioè un quadro teorico ampio e problematizzante, vettore della dialettica e delle risonanze complesse che ogni quadro teorico tende a portare con sé. Per noi non “addetti ai lavori”, mancava l’aggancio, il metalivello. Si rimaneva a volte annoiati, a volte divertiti e anche colpiti dalla intelligenza di quello che ascoltavamo/vedevamo. Poi veniva il so what, la sensazione degli exercises in futilities in cui si rifugiano (non)corporazioni e discipline affaticate. Anche e ancor di più tra i più ‘giovani’, a volte intellettualmente prudenti e senza ‘visione’. Con alcune eccezioni, per fortuna.
Ci sono stati momenti di respiro più ampio. Pinotti con l’immersione e le allusioni al concetto di ‘soglia’ che dell’immersione è sostanza e precondizione. Victor Stoichita con le vicissitudini della percezione e delle sue ‘allucinazioni’ intorno alla gitana e all’anello rubato/non rubato ne La buona ventura di Caravaggio. Soprattutto Gallese, il vero non-addetto, con le indagini sperimentali intorno al cosiddetto ‘narcisismo primario’ freudiano esplorato nello stadio di vita in cui dovrebbe trionfare, il feto nel ventre materno. Quel Gallese che più di ogni altro ha saputo gestire con ricchezza duttile il rapporto con la psicoanalisi partendo da una definizione circoscritta di narcisismo, mentre per tutto il convegno narcisismo è stato un po’ tutto e di tutto, fino al puro e semplice rispecchiamento in qualcosa.
Uscendo, ci siamo chiesti: rinnoviamo l’iscrizione per il 2026? Sì, assolutamente. Il ‘visus’ è un luogo geometrico in cui si esprime la poliedricità dell’attività umana, e della sua ‘estetica’. L’Associazione Studi di Cultura Visuale VISUS saprà avvicinarsi via via alla densità ibrida di questo luogo? A giudicare da quello che vediamo sul sito e dalle biografie dei soci, siamo fiduciosi e forse certi. VISUS è questo suo convegno-assemblea di fondazione, ma è anche molto di più.
Auguri!


Retrospettiva alla Tate Modern, purtroppo terminata alla fine di agosto.
Leigh Bowery. Nato in Australia, poi a Londra dal 1980. Potente protagonista della Dark London, fino alla sua morte per AIDS nel dicembre 1994. Corpo totale. Non solo carne, e cose fatte alla carne, come tanti e poi tanti body artist. Ma carne, pelle, seconde terze e n-pelli, colori, vestiti (una parola ben povera per dire di questa ‘cose’ in cui prolungava la costruzione pubblica e privata della sua carne), acconciature, maschere, costumi, protesi, l’interno del corpo espulso fuori attraverso tutti i fori possibili. Senza i pallidi limiti di un genere. Uomo-donna-uomo. Bambino, adulto. Amante, partoriente, partorito, penetrato&penetrante, esibito&esibente. Diafano alla messa in scena illimitata di sé stesso. Fluido, malinconicamente e timidamente fluido nella sua condanna a dare scandalo. Epater le bourgeois come destino, ma con il bourgeois da épater che era poi sempre lui e solo lui. In questo senso, poteva sembrare un epigono degli Azionisti viennesi. Ma diversamente da loro sembrava non prendersi sul serio. Prevaleva non il tetro testimone immersivo della brutalità della realtà, ma il trickster divertito (forse) e divertente (forse), un clown della carne addobbata per la sorpresa altrui.
Performer, sempre più estremo e più solo sulla scena. Imprenditore. Instancabile creatore di apparati e dispositivi di sé stesso. Fashion designer. Inventore e animatore di club dalla vita intensamente breve ( il Taboo at Maximus). Musicante. Modello: reciproco e denso il suo rapporto con Lucian Freud, che lo rappresentò in alcuni dei suoi quadri più importanti. In ogni caso influente vedette, con spettatori stakeholder della moda e delle performing arts sia londinesi che globali: Alexander McQueen, Boy George, John Galliano, Nan Goldin, Michael Clark ecc. Copiato. Imitato senza successo.
Un esempio di ‘performance’: arriva sulla scena, enorme (era fisicamente imponente), conciato come una nota drag queen internazionale, grandi abiti gonfi. Un paio di minuti di cose consuete, poi si stende in posizione da partoriente. Dall’ampio abito emerge, come se venisse partorita, una donna piccola rattrappita sul suo corpo con le gambe piegate e la testa nascosta nel pube di Leigh (è la donna sua abituale partner di scena che poi sposerà poco prima di morire). Con lei fuoriscono sangue e stringhe di salsicce. Leigh taglia a morsi il ‘cordone ombelicale’ e prende in braccio il ‘neonato’. Salutano il pubblico ed escono di scena. Il tutto dura 6 minuti. Repellente e affascinante quanto basta.
Un Io-corpo arcaico e insieme post moderno, un agglomerato di eterogenei che sintetizza identità altrimenti tra loro incompatibili, un ossimoro di carne lontano dagli appagamenti rassicuranti della bellezza. Brutto, osceno, repulsivo, fuori norma, grottesco, alla rovescia. Bachtin redux, il Carnevale come luogo geometrico di sé stessi.












Leigh Bowery che si esibisce ballando. Un filmato di 38”.
The Hollywood Report del 10 giugno 1959. Un trafiletto con un errore: Psyche al posto di Psycho per annunciare il prossimo film di Alfred Hitchcock. Guido Vitiello decide di trattare il refuso come un lapsus. Una scelta insensata e un eroismo euristico.
Di lì parte una catena associativa che non trova confini (come per ogni autentica catena associativa). Di dettaglio in dettaglio, senza neanche il pudore dell’abduzione, Vitiello si disperde a tentoni nel Bates Motel, nella tessitura oniroide di un film-pretesto e nella fantasmagoria latente di Hitchcock. Stiamo rigorosamente sui margini del testo filmico. Un quadretto su una parete. Qualche uccello impagliato. Amore e Psiche giacenti di Canova. Susanna e i vecchioni. Una statuetta di Eros. Ecc. Tutto irrilevante, dunque essenziale. Psycho come un frattale costruito con la mise en abîme di tre linee di fuga mitiche: appunto Amore e Psiche, poi Orfeo ed Euridice, poi ancora Demetra e Persefone. Su questo poggia il Bates Motel, incauto punto di passaggio tra il sopra e il sotto, luogo geometrico di reciprocità tra gli Inferi e i Cieli là su in alto alla collina. La Casa protesi del Motel come possibile Mundus patet, con l’erotismo come vettore che trasporta i vivi tra i morti, e viceversa.
A questa complessità Vitiello arriva coniugando due procedure insolite tra chi dice di occuparsi di immaginario. La prima è il metodo paranoico-critico, la proposta geniale di Salvador Dalí partendo dall’Angelus di Millet: la ‘preghiera’ devota della coppia al tramonto come scena di un crimine, il bambino morto e sepolto, la mantide omidìcida. Dalì non interpreta. Associa, sogna, e ‘vede’, perché la paranoia vede. La seconda è il metodo indiziario: la ‘verità’ è nella traccia, nel quasi-irrilevante ai margini della scena o dell’evento. “Dio è nel dettaglio”, di Flaubert, ma senza dio, alla Morelli, o Bertillon, o Sherlock Holmes, o Freud, o Warburg e l’illogicità classificatoria della sua Biblioteca.
Il punto d’incontro tra paranoia e dettaglio ce lo ha dato Pierce, nel suo racconto di come ‘seppe’ chi gli aveva rubato il prezioso strumento Tiffany affidatogli dal Governo USA. Indovinando con un inspiegabile e irriducibile cortocircuito cognitivo ed emotivo insieme, che poi volle raccontare come abduzione. Ovvero quello che fa ciascuno di noi appena vive qualcosa densamente. O che fa lo psicoanalista quando (così di rado, così pochi) sogna con il suo paziente in seduta.
Vitiello ha sognato con metodo il suo Bates Motel. La sua paranoia ci restituisce non una qualche verità più vera sul film Psycho o su Hitchcock o sull’erotismo tra Inferi e Cielo. Ma solo una narrazione possibile – la sua – vera se e in quanto risuona non solo in lui ma anche in noi come suo/nostro treno associativo.
Purtroppo la carne (euristica) è debole, e bisogna dimostrare di aver letto tutti i libri. Dalí non riesce a fidarsi del suo delirio paranoico-critico e cerca affaticate verifiche: per es. l’esame ai raggi X del quadro di Millet che confermerebbe la presenza effettiva di una tomba nascosta ai piedi della coppia. Vitiello avvolge le sue intuizioni deliranti nel falpalà di innumerevoli citazioni colte, e vi appende una bibliografia imponente. Non gli faremo l’offesa di credere che abbia letto tutte quelle robe. Oppure che tutte le sue citazioni siano autentiche e non ecolalie sapienti, ‘allucinazioni’ per dirla con il gergo AI. Le preferiamo come allucinazioni. Anche perché ci dà un indizio certo: NON cita proprio ciò che non poteva non citare. Lo Ur-scritto di Dalí (1936-1963). Spie di Carlo Ginzburg. Peirce che racconta Peirce detective. E Warburg e Morelli e l’essenziale Pierre Bayard, Comment parler des livres que l’on n’a pas lus ? (2007), di cui naturalmente va letto solo il titolo.
Detto questo, per quanto mi riguarda, uno dei pochissimi libri italiani di cinema che vale la pena di leggere. Con attenzione fluttuante. Associando.
Ciò malgrado, Vitiello insegna cose di cinema alla Sapienza (Roma).




PMSR significa Post Mortem Sperm Retrieval, ovvero recuperare lo sperma dal cadavere del maschio morto.
La procedura è tecnicamente possibile da tempo. Dopo il 7 ottobre è stata perfezionata in Israele con i corpi dei giovani e mediamente giovani soldati dell’esercito israeliano morti in quest’ultima guerra. Il corpo viene portato con la massima rapidità possibile verso uno dei quattro ospedali in grado di gestire la procedura. Qui viene verificata l’integrità dei genitali. Un primo prelievo cerca lo sperma presente nei testicoli per valutare qualità, numerosità e motilità degli spermatozoi. Se i parametri e altri controlli più generali sul cadavere sono positivi, si estrae in vario modo il maggior numero possibile di spermatozoi dai testicoli: apertura chirurgica, spremitura, tritatura con leggera centrifuga, drenaggio e lavaggio, ecc. Il liquido ottenuto viene surgelato a -193°C, e conservato nella più grande banca spermatica di Israele, il Sourasky Medical Center di Tel Aviv.
Tutto avviene adesso sotto la gestione e responsabilità diretta del Ministero della Sanità, sostituitosi via via alle strutture private nate nel tempo. Prima solo sperimentale, questa prassi ha avuto un incremento impressionante dal 7 ottobre, con oltre 172 ‘recuperi’ effettuati. Attualmente viene offerta di routine per tutti i soldati maschi morti con cadaveri compatibili con il prelievo: circa il 30%. Da eccezione a policy.
L’obiettivo funzionale dichiarato è l’uso di questo sperma per la fecondazione,
Per tre giorni, dal 26 al 28 settembre di quest’anno, avrà luogo un primo workshop residenziale su DISCORSO PARANOICO, IDEOLOGIA E FOLIE À PLUSIEURS. Altri due seguiranno nel 2026.
Al Castello di Rocca Sinibalda. Millenario, zoomorfo, monumento nazionale, Wunderkammer, 70km da Roma. A picco su tre valli. www.castelloroccasinibalda.it
15 partecipanti, integralmente ospiti de Castello. da tutte le humanities e le performing arts: psicoanalisti, sociologi, storici, medici, antropologi, artisti, letterati, filosofi, cultori di immagini, di segni e di forme. I partecipanti dovranno esser disposti a contagiare e lasciarsi contagiare. Il Castello è plasmato dalle Metamorfosi di Ovidio nella sua architettura e nei suoi affreschi rinascimentali, e coltiva tutto ciò che è tra.
Chi è incuriosito e interessato a partecipare può scrivere a paranoia@ilcorpo.com o paranoia@castelloroccasinibalda.it. Utile se spiega cosa la/lo interessa e magari perché.
Qui sotto un Appunto di lavoro e un elenco esteso di possibili interessi specifici.