Di quale madre è fatta la lingua-madre? in ricordo di René Kaës (19 febbraio 1936-2 febbraio 2026)

di Enrico Pozzi –
5 Febbraio 2026

Ho incontrato per la prima volta René Kaës a Parigi nel 1982. Cercavo una faticosa e spesso dolorosa sintesi tra forme diverse di me stesso. In superficie: la formazione filosofica e la passione epistemologica, l’ingresso nelle scienze sociali, la pratica scientifico-accademica della sociologia e della psicologia sociale, una analisi individuale sfociata poi nella SPI e nell’IPA, una analisi di gruppo e un training al lavoro psicoanalitico con i gruppi, il peso irriducibile del corpo e della corporeità come carne e come sguardo/pensiero.

Questo intreccio mi portò per vie singolari da Didier Anzieu, poi in un  gruppo eterogeneo animato da Jean-Claude Rouchy in collegamento con l’ARIP e due riviste, Connexions e la Revue de psychothérapie psychanalytique de groupe. Rouchy mi risuonava dentro. La sua sensibilità densa alle dimensioni transindividuali dell’individuo lo aveva portato a contributi teorici e a pratiche di intervento dove il sociale, l’inter-generazionale, l’interculturale e le reti socio-affettive del gruppo primario si inscrivevano nella ‘carne’ fisica e psichica della persona. Il suo concetto di “incorporat culturel” mi permetteva di ritrovare il sociale e il corpo come contenitore/contenuto degli accadimenti psichici più profondi, detti anche ‘inconscio’.

Del gruppo – un gruppo lasco e destrutturato – facevano parte personalità fertilmente eterogenee: Rouchy, Enriquez, a volte Anzieu (che però aveva la sua organizzazione), Malcolm Pines, Jaak Le Roy, Roger Snakkers, Lionel Kreeger, Simone Rouchy, Edmon Gilliéron, Roland Gori, Luisa Brunori, Girolamo Lo Verso, Ugo Corino, alcuni altri, e chi scrive. Tra questi anche René Kaës, di cui avevo letto con entusiasmo anni prima L’archigroupe : puissance et pouvoirs dans les petits groupes nella Nouvelle revue de psychanalyse di Pontalis.

Negli incontri emerse il tema della lingua. Lo propose Rouchy, ma fu appropriato da tutti. Se siamo costituiti fino al più intimo di noi stessi e del nostro corpo dal sociale e dalle culture antropologiche delle reti micro e macro delle nostre esistenze, la lingua ha un ruolo fondamentale. Traduce, trasmette, struttura, organizza, riproduce, definisce, incorpora letteralmente tutto: le generazioni precedenti, i contesti storici e sociali, le reti affettive dei nostri rapporti, le dinamiche emozionali delle nostre appartenenze, le rappresentazioni mentali, i modi e le forme del pensiero. In me la risonanza di questa prospettiva era intensa. Mi confrontava alla ricchezza e lacerazione del mio plurilinguismo: troppe lingue. Contemporaneamente, costruiva un ponte dinamico tra due frasi-assioma della mia identità: il Wittgenstein del Tractatus («I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo») e il Freud della Massenpsychologie, ultima riga del primo paragrafo («la psicologia individuale è al tempo stesso, sin dall’inizio, psicologia sociale»).

La lingua, ma quale? Non si può fare a meno di de Saussure. Per ciascuno di noi la lingua/langue si articola in un sistema frammentato di lingua/paroles, una congerie di dialetti interni emotivi e sociali, vere e proprie personae linguistiche. Ci portiamo dentro una gerarchia storica, esistenziale e emozional/affettiva di langues/paroles diverse. Tra queste, prima, potente, la lingua-madre. E la successiva logica altra domanda: di che è fatta la lingua-madre? come si incorpora in noi? come costruisce e radica nell’origine ciò che la nostra carne e la nostra psiche sono?

Nacque l’idea di un ampio esperimento: creare un dispositivo capace di far sentire almeno in parte la presenza e i modi di questa lingua-madre, le forme della sua vitalità, la violenza della sua intrusione, la pregnanza al tempo stesso individuale e transindividuale della sua azione, la capacità di produrre identità inconsciamente impermeabili ad altre identità e ad altri corpi. Identità collettivamente e individualmente autistiche, ab imis ostili allo ‘straniero’ e alle sue altre lingue-madre.

L’esperimento. Workshop residenziale di alcuni giorni. Oltre cento partecipanti, tutti psicoterapeuti o psicoanalisti con un prolungato percorso analitico. Dieci o undici lingue-madre diverse. Un’alternanza di large group e di sottogruppi ognuno di una specifica lingua, ad esclusione del tedesco (per l’eccesso di dolore che il tedesco implicava in diversi partecipanti). In totale 6 o 7 sottogruppi, di cui uno per così dire apolide per chi veniva da lingue-madre estranee alle lingue-madre di base, o che aveva troppe lingue-madre e si sarebbe trovato a suo agio un po’ ovunque.

Una regola fondamentale: non si doveva stare in un sottogruppo della propria lingua-madre, e magari anche, in subordine, di cui si conosceva abbastanza bene la lingua speficica come lingua non-madre. Nel large group ogni gruppo riferiva di volta in volta cosa era accaduto al proprio interno a tutti i livelli. Nel large group nessuna lingua franca, anzi l’indicazione per ciascuno era: utilizzare per quanto possibile una lingua diversa dalla propria lingua-madre. Le dinamiche e i vissuti del/nel large group erano oggetto di lavoro del large group stesso, con l’aiuto di alcuni partecipanti-osservatori esperti di large group e a loro volta membri dei gruppi non lingua-madre. Seconda regola fondamentale: nella vita sociale al di fuori del sistema large group/gruppi non si doveva frequentare il gruppo informale ‘spontaneo’ della propria lingua-madre: gli italiani, i francesi, gli inglesi ecc non dovevano uscire, passeggiare, cenare o amoreggiare con altri italiani o francesi o inglesi ecc.

Una macchina per produrre per quanto possibile una estraneità primaria, un esilio dalla matrice.

Il risultato fu caotico e denso. Babele. Situazioni vicine alla glossolalia, in particolare nel gruppo apolide di cui facevo parte. Panico cognitivo e emozionale in un contesto anomico. Produzione immediata di capri espiatori e persecutori, Processi, comportamenti, associazioni, sogni e fantasie schizo-paranoidei. Paralisi e depressioni intense individuali e collettive, ma mai il silenzio.. Acting aggressivi. Continuo ricorso a stereotipi ‘nazionali’ per pensare, capire e gestire quello che stava accadendo. Forti momenti e riti fusionali per ricostruire un senso del ‘noi’. Domanda risentita di una qualche leadership oscillante tra il mistico di Bion e il capo freudiano. Richiesta di ‘conclusioni’, ‘indicazioni’, griglie teoriche, registrazioni, ‘atti del convegno’ (mai chiamato ‘convegno’ da noi organizzatori). Per molti, consapevolezze improvvise e nuove intorno al proprio e all’altrui corpo, alla storicità e socialità del corpo, eccitazioni e dolori, affioramenti di ‘ricordi’ arcaici e fabulae materne, ritorni esplosivi di emozioni di espulsione e di abbandono, nostalgie di appartenenze e paradisi perduti.

Kaës aveva un impegno a Lione e partecipò solo ad una parte dell’incontro, quella finale. Qui in plenaria citò a memoria, in tedesco, lo scambio tra Mefistofele e Faust intorno al Regno delle Madri: “Die Mütter sind es…”. Versi che a me è sembrato di sapere a memoria da sempre. Ci fu silenzio, molto lungo. Il Regno delle Madri era arrivato. Non ci si trastulla impunemente con la lingua-madre.

Un incontro con René Kaës. Ne seguirono molti altri, ma ho voluto rievocare questo, sufficiente per tutti gli altri,  in memoriam.

 

Connect with