Il discorso paranoico dilaga. Nelle società, nei poteri, nelle folle e nelle persone. Sembra diventato la modalità prevalente della comunicazione sociale, e forse anche della comunicazione con sé stessi. Spesso si intreccia con forme miserande di ideologia e vi si mimetizza dentro. Il risultato è un sociale intensamente attratto verso la folie à plusieurs.
Non è possibile rimuovere o negare. Per questo ci siamo incontrati per tre giorni nel Castello di Rocca Sinibalda. Un primo affioramento è questo fascicolo de IL CORPO.
La proposta
Quattro punti di partenza.
Epistemologico: il paragrafo di Kant sul vaneggiamento e la pazzia metodica, in L’Antropologia dal punto di vista pragmatico (1798-1800). «Il delirio (dementia) è quella perturbazione mentale in cui tutto ciò che l’ammalato racconta è (…) conforme alle leggi formali del pensiero. (…)Costoro nella propria disgrazia sono spesso così acuti nell’interpretazione […]
19 settembre 1995. I due più importanti quotidiani USA – il New York Times e il Washington Post – pubblicano in un supplemento speciale uno scritto di 35mila parole, Industrial Society and Its Future, a firma FC, nom de plume di Ted Kaczynski, alias Unabomber. Dove FC sta per Freedom Club.
Unabomber è il nome/brand attribuito dall’FBI all’autore di decine di attentati con ordigni esplosivi negli USA tra il 1978 e il 1996. 3 morti, 23 feriti di cui almeno 16 in modo grave.
Il cosiddetto Manifesto di Unabomber è importante qui a due livelli. In quanto testo, esprime contemporaneamente una elaborazione pa-ranoidea, una ideologia intesa come visione del mondo e della storia, e un appello/programma di azione politica. Questa condensazione di livelli permette di indagare al tempo stesso la struttura paranoidea delle ideologie, la conformazione ideologica dei sistemi paranoici, e le dinamiche paranoidee della mobilitazione politica.
In quanto testo di perdurante visibilità e successo, esso segnala una configurazione profonda dell’immaginario collettivo nelle società post-industriali.[…]
Primo scenario. Il mondo appare decifrabile per prossimità. I nessi tra azioni e conseguenze sono relativamente leggibili. Le istituzioni conservano qualche trasparenza. La fiducia – pur fragile – opera come presupposto pratico del vivere insieme.
Secondo scenario. Il reale si presenta come superficie opaca. Gli eventi si accumulano senza saldarsi in una trama condivisa. La causalità si indebolisce. L’intenzionalità si fa ambigua e l’esperienza quotidiana è permeata dalla sensazione di eterodirezione. In questo scenario la pa-ranoia smette di essere un accidente psicologico e diventa una forma sociale, un regime di intelligibilità (Hofstadter, 1964). Essa scaturisce non tanto dalla scarsità di senso, quanto dal suo eccesso: una sovrapproduzione consumistica – materiale, simbolica, affettiva – che sottopone il soggetto a una performatività continua. Quando l’esperienza è costantemente chiamata a mostrarsi, a valere, a significare, la coerenza non è più presupposta, ma deve essere costruita. La paranoia interviene allora come tentativo di organizzare questa pressione diffusa in una trama intenzionale..
Questa paranoia esprime una risposta simbolica a una ferita del legame relazionale […]
Abbronzature
In un aggiornamento contemporaneo dei Miti d’oggi di Roland Barthes dovrebbe figurare anche la pelle “arancione” esibita da Donald Trump. Fenomeno in ogni senso mitologico, e pertanto difficilmente spiegabile, l’abbronzatura di Trump è stata attribuita ad autoabbronzan-ti, creme miracolose, lampade, trucchi e persino “ottimi geni” (questo secondo la Casa Bianca). Sta di fatto che questa pelle, immediatamente politica, ha agito fin dalla campagna per elezioni presidenziali del 2016 come un agente del contagio memetico, diffondendo l’immagine del futuro presidente degli Stati Uniti d’America in ogni parte del mondo. L’abbronzatura di Trump, prodigio superficiale, ha generato una congerie di meme che hanno finito per consolidare la sua figura a fior di pelle, senza necessità di conoscerne fino in fondo “l’origine”. L’apparente inspiegabilità di questa coloritura, fomentando di volta in volta il proprio mistero, ha agito semmai come ulteriore carica virale. In the Pale of Winter, Trump’s Tan Remains a State Secret titolava nel 2019 un articolo del New York Times. Ugualmente, nell’ultima, rocambolesca campagna del 2024, una politica abbronzata si è andata a imporre su quella pallida e senile dell’oramai ex presidente Biden.
Sulla soglia fragile dove ragionamento ossessivo-compulsivo e creatività s’incontrano, ripetizione, dubbio e paranoia diventano insieme tormento e metodo. Possono ferire la mente, ma al contempo illuminare l’arte. Esiste una logica comune tra il ragionamento ossessivo e la creazione artistica: entrambi oscillano tra ripetizione, paranoia e dubbio, tra patologia e poesia. Nel bagliore dell’ossessione, il dubbio diventa luminoso e la paranoia prende forma come gesto artistico. La riflessione che segue racconta come l’ossessione e la paranoia possano essere al contempo dono e maledizione, affanno e compenso, rendendo permeabile il confine tra patologia e poetica.
IL CORPO Paranoia, ideology and folie à plusieurs, A Workshop. Castle of Rocca Sinibalda (Rieti)
The position paper for a 3 days workshop (venue: Castello di Rocca Sinibalda) on paranoia as a social, political and psychological frame of mind. Its core hypothesis: the paranoid mode of thought is not a distortion of reason but its blind spot and moment of truth — a shadow that inhabits reason from within. Drawing on Kant, the Folies raisonnantes of Sérieux and Capgras, Hofstadter’s “paranoid style”, Elliott Jaques’s kleinian perspective on social systems, and in dialogue with Horkheimer and Adorno’s Dialectic of Enlightenment, […]
Key words: ideology, folie à plusieurs, Enlightenment, collective anxiety, social systems, delusion, paranoia, rationality
VIRGINIA DE MICCO The Lady with the Tape Recorder. About paranoia, recorders, and the what else…
Drawing on two clinical and theoretical scenes arranged as a diptych, this article ex-amines the paranoid dimension inherent to the psychoanalytic setting. The first act re-visits the historical episode of Jean-Jacques Abrahams and his tape recorder (Brussels, 1967). Its staging by Sartre in Les Temps Modernes started an anti-psychoanalytic reading rooted in a fundamental misreading. The second act presents a clinical vignette — the Woman with the Recorder. A patient’s evocation of a recording device worn during a session triggers the analyst into an intense experience of intrusion and paranoid contagion.
Key words: paranoia, psychoanalytic setting, clinical vignette, paranoid contagion, Verleugnung, identity, mechanical third party
ENRICO POZZI Paranoia, ideology, folie à plusieurs. Notes to get started.
The discursive functioning of Unabomber/Ted Kaczynski’s Manifesto — Industrial Society and Its Future (1995) — is deconstructed both as a text with a paranoid struc-ture, and as an ideology aimed at political mobilisation. A narratological and linguistic analysis of the Manifesto — its analytical tone, the near-absence of the first person, its abstract and macro-social lexicon, its causal hypotaxis ecc — reveals a writing that mimics scientific discourse while concealing an intense emotional charge. On the psychodynamic level, the author shows how the text follows the narrative pattern identi-fied by Roger Money-Kyrle in Nazi propaganda […]
Key words: Unabomber, paranoid discourse, ideology, political violence, narrative analysis, propaganda, post-industrial society
Giorgiomaria Cornelio On the Skin: Paranoia, Politics, and the Surface
Donald Trump’s political tan is the starting point for an analysis of the paranoid di-mension at work in contemporary right-wing populist politics. Drawing on referenc-es ranging from Deleuze and Guattari to Mario Rossi Monti, from Didier Anzieu to Grafton Tanner, the author articulates three levels of analysis. The first deals with the metaphysics of surfaces: in a world where images proliferate independently of any depth, the “skin” becomes the operative surface of meaning and political contagion. […]
Key words: populism, paranoia, surface politics, foreverism, conspiracy, Trump, hypnocracy
Edmondo Grassi The Wound and the Loophole. Paranoia as a Contemporary Social Formation
Paranoia is framed as a social form of the present, and emptied from a whatsoever clinical or diagnostic meaning in order to read it as a socio-analytical category. Para-noia emerges and intensifies when the order of the world becomes opaque and discon-tinuous. It produces a two-sided figure — both wound and loophole — that registers the vulnerability of social bonds while rendering visible what the everyday order tends to conceal. […]
Key words: paranoia, social forms, abjection, social trust, institutional suspicion, topology, purity
Andrea Pagnes Obsession, Paranoia, and the Creative Mind Between Pathology and Poetry
Philosopher and performer Andrea Pagnes probes the liminal zone where obses-sive-compulsive thought and artistic creation meet and respond to one another. The author draws on references from Freud and Janet to Deleuze and Guattari, and en-gages role models such as Artaud, Plath, Abramovic, Bausch and Kane. He argues that pathological doubt, compulsion and paranoia are not merely clinical disorders, but formal structures shared by the creative mind. […]
Kew words: obsession, paranoia, artistic creation, compulsion, poetics of uncertainty, pathology and art, repetition
PAOLO TRENTA, La postura narrativa. I modi di essere della cura, Roma, Lit, 2024. Prefazione di Stefania Polvani.
La Medicina Narrativa come paradigma di un rapporto ‘denso’ tra curante e curato. Un rapporto capace di restituire alla ‘cura’ la pienezza e reciprocità dei suoi protagonisti: i curanti, coloro di cui si prendono cura, e gli altri che ruotano intorno a questa relazione a vario titolo e con distanze varie. […]
FRANCO MORETTI, Falso movimento. La svolta quantitativa nello studio della letteratura, Milano, nottetempo, 2022.
In apparenza un autocritica. In realtà una astuta apologia pro domo sua.
Moretti mette ancora una volta a confronto il close reading e il distant reading. Incontra le dicotomie consuete: morfologia vs storia, struttura vs narrazione, lungo periodo/trend vs evento, dato quantitativo vs (forse) ermeneutica., scienze della natura vs … vs ??? cosa???. Su tutto domina il problema della ‘forma’, visto come il punctum dell’azione artistica in generale e della letteratura in particolare. La distanza e la quantità avrebbero dovuto aiutare l’evidenza e l’emergenza della ‘forma’, ma pare che la ‘forma’ non stia volentieri al gioco e rimanga un trickster anarchico. […]
WALTER F. OTTO, Dioniso, Milano, Adelphi, 2024
MASSIMO FUSILLO, Il dio ibrido. Dioniso e le «Baccanti» nel Novecento, Bologna, Il Mulino, 2007
Ostinatamente, Dioniso rimane avvinghiato a noi. Troppo metamorfico per poter fare a meno del dono vitale delle sue molte forme nelle nostre esistenze razionali e disincantate.
Di Otto è uscito anni fa, sempre da Adelphi, Gli dei della Grecia (1929). Questo volumetto del 1933 sul dio folle ne prosegue la logica, le passioni e l’intenzione polemica. […]
Uno però da ricordare qui, anche se ‘vecchio’ (2007). Non di uno storico delle religioni, ma di un comparatista dalle forti competenze ‘classiche’. Massimo Fusillo affronta Dioniso dal punto di vista delle sue rappresentazioni nello spazio rivelatore del palcoscenico. Il “dio ibrido” di Fusillo si esprime nelle Baccanti e a teatro – o nei suoi equivalenti – trova la molteplicità proteiforme della sua identità. Il Dioniso euripideo è una contrazione aoristica di |Dioniso|, uno stenogramma del ‘mito’. Nel primo capitolo, è introdotto sulla scena del saggio come un sistema di polarità irriducibili: io/altro, maschile/ femminile, giovane/vecchio, nativo/stra-niero, umano/animale, umano/divino, dominato/dominante. Questo sistema di ossimori […]
EVA CANTARELLA, Contro Antigone. O dell’egoismo sociale. Torino, Einaudi, 2024
Un pamphlet divertito e divertente. Antigone insopportabile narcisa presa da sé stessa e dalla affermazione di sé stessa. Come nel fondo tutti i narcisi, votata a un compiaciuto annientamento proprio e delle fondamenta della polis, illimitata contro il limite del nomos, «non ama nessuno […] il suo solo e vero amore è la morte», e il piacere martirologico di costringere altri a infliggergliela […]
Mantide Religiosa
L’Angelus di Jean-François Millet (1857-59). Due devoti contadini pregano al tramonto nell’arcadia. Angelus Domini nuntiavit Mariae. La concezione del Bambino divino tramite il flatus dello Spirito Santo. Salvador Dalì guarda, e vede una preghiera sulla tomba di un bambino morto, poi una maestosa Mantide Religiosa che ha appena ucciso. È il metodo paranoico-critico, comprendere per associazioni deliranti. Magari chi pretende di lavorare sul e con l’inconscio potrebbe anche tentare di praticarlo. Ci sarebbe meno noia in giro.
L’alto e il basso
Carlo Portelli, l’Immacolata Concezione del 1566. Una grande pala in Ognissanti, ora all’Accademia, restaurata da poco. La sua opera maggiore, un vertice del manierismo luciferino.
In alto, Dio, una macchia nera che quasi copre la lucentezza dorata del vertice della pala. In basso, contro uno sfondo buio, una lunare schiena di donna, e un culo “glorius in maiestate”, come si diceva del Divino.
Tra quell’alto e quel basso la rappresentazione iconica del desiderio, delle sue vicissitudini, dei suoi labirinti, delle sue metamorfosi e camuffamenti, e delle difese estreme che esige per non diventare padrone del mondo. Di questo è allegoria l’Allegoria dell’Immacolata Concezione portelliana.
Dio
Non è un dio qualsiasi, irenico e dolciastro. Questo dio è imperioso, forte, potente e fiero della sua potenza. Un dio maschio, colmo di desiderio. Un dio vecchio, con il désir fou carnale dei vecchi
Inizio anni 90. Mio primo anno di insegnamento a Sociologia (Roma, La Sapienza). Tento di conoscere gli studenti con un modo ‘partecipante’ di fare lezione. Comprendo dopo un certo periodo di tempo che l’aula unisce – ma non unifica – costellazioni studentesche tra loro distanti se non indifferenti, che devono avere tutte la mia medesima attenzione cercando di controllare valori o simpatie.
La componente principale focalizza solo lo studio, passivamente o creativamente, con studenti catturati dalla volontà di conoscere le scienze sociali e antropologiche. Una sua minoranza partecipa alle mie escursioni extra moenia o ai miei seminari. Insomma un grande centro spostato a sinistra con moderazione, e piccole componenti silenziose di destra o senza idee precise.
Poi vi è – solida e strutturata – una parte ‘marxista’ con riferimenti vaghi verso i resti dell’Autonomia Operaia e con il fascino di Toni Negri per le sue tesi sull’operaio sociale.
Infine, e questa è per me la novità, una percentuale studentesca minima ma significativa, vivace nelle parole e ancor più nello stile (gesti, vestiti, tatuaggi, piercing), presente nelle discussioni a lezione e nella gestione autonoma della ‘Auletta’1. ‘Anarchica’, non nel senso di seguire le onde dei teorici dei decenni passati, ma perché – nella vita universitaria e, come capirò dopo, quotidiana – rifiuta le regole dell’autorità, ascolta musiche o letture diverse dagli altri, ha un gergo o una fluidità comportamentale che mi stupiscono e mi incuriosiscono.
In questo contesto particolarmente vivace e plurale si affacciano le interzone.
Andrej Tarkovskij, Stalker, 1979. In una regione desolata, un evento catastrofico, forse un meteorite o una invasione aliena, ha prodotto la Zona, spazio abnorme e pericoloso, interdetto, pattugliato militarmente, innaturale, dove leggi fisiche anomale generano rischi mortali. Al centro della Zona, sta la Stanza, luogo dove si dice possano emergere e trovare realizzazione i desideri più profondi.
Solo alcuni individui ‘diversi’, gli Stalker, possono entrare nella Zona. Lo Stalker conduce clandestinamente attraverso la Zona lo Scrittore, un intellettuale in crisi creativa, e il Professore, che vuole distruggere con una bomba la Stanza del desiderio. Il viaggio è complicato, mai lineare, in un contesto di minacce imprevedibili e di estremo degrado. Alla fine giungono alla Stanza, ma non riescono ad oltrepassare la soglia. La Zona non offre più liberazione a chi se ne è lasciato coinvolgere.