Nell’ottobre del 1900, una ragazza di 18 anni, Ida Bauer, inizia una terapia psicologica con Freud. Il 31 dicembre successivo, la interrompe bruscamente. Nelle prime tre settimane del nuovo secolo, Freud interrompe a sua volta Psicopatologia della vita quotidiana e si precipita a scrivere il racconto di questa terapia. È l’inizio di una lunga serie di interruzioni, fratture, vuoti e andirivieni editoriali, teorici, emozionali e testuali, goffamente colmati da cambiamenti di titolo, correzioni, precisazioni, poscritti, note, ulteriori note, strategie retoriche di varia natura ecc. Solo nel 1923, data dell’ultima nota aggiunta, il testo interminabile trova la pace della pagina bianca in cui ogni testo prima o poi esita. Il caso di Dora diventa il primo autentico caso della psicoanalisi.
Nelle pagine che seguono, cercheremo di mostrare come, quanto e a quale prezzo si esplica in quel caso il rischio del caso.
1. Frammento.
Il caso di Dora è la narrazione, riuscita perché incompiuta, della mancata produzione di una narrazione compiuta. Questo enunciato ne implica un altro: l’inconscio è rappresentabile solo come stato-limite di una narrazione. La procedura narrativa che organizza il caso di Dora non è forma artistica aggiunta al contenuto – il solito alibi pigro di Freud artista, abile scrittore, il premio Goethe ecc ecc. Essa è il modo in cui può manifestarsi simultaneamente in un testo l’accesso all’inconscio di un individuo, ma anche la struttura dinamica del processo primario. Il Witz e il caso clinico sono isomorfi e vanno letti con lo stesso ascolto. Situati e due estremi del discorso del/ sull’inconscio, essi condividono un nucleo omogeneo – la narratività – che si declina variamente in tutti gli altri testi del processo primario: il lapsus, il sogno, il discorso che si produce seduta dopo seduta. Qualcosa che possiamo solo chiamare ‘narrazione’ sta al centro dell’epistemologia e della pratica freudiana – e dunque talvolta psicoanalitica -fin dalla sua prima manifestazione clinica potente. Possiamo sospettare che questo quid narrativo non sia solo una proprietà del discorso, ma del pensiero che lo produce, e dunque, almeno in parte una proprietà dell’oggetto che il pensiero sta tentando di pensare, cioè l’inconscio così come si esprime nel corpo e della psiche di Dora/Freud. La forza inesausta del caso di Dora deriva forse appunto da questo: […]