Giovanni De Luna, Il corpo del nemico ucciso. Violenza e morte nella guerra contemporanea, Torino, Einaudi, 2006
Un bel libro, eppure un libro concettualmente fallito. De Luna decide di vedere la guerra dal punto di vista del cadavere. Bene, perché in questo modo salta in blocco gran parte del falpalà che avvolge le guerre. Indipendentemente dalle sue intenzioni dichiarate, ogni guerra ha un obiettivo elementare: ammaz-zare il nemico, o fargli temere che lo si può fare. Morte più terrore: è questo l’Erlebnis costitutivo della guerra. De Luna lo vuole storicizzare. Al di là di alcune variazioni tecniche, il modo in cui un corpo vivo diventa cadavere è in ultima istanza ben monotono. Si muore perché qualcosa in qualche modo crea un buco di troppo nella nostra pelle e aggredisce ciò che le sta sotto. Qualcuno ci penetra, ci dilania, ci squarta, ci incendia, ci soffoca ecc. In sé è banale, e in fondo sempre piuttosto eguale. Ma la morte è anche un processo e una relazione. Ha un prima, un durante e un dopo. Esprime una forma di interazione macro- e microsociale tra chi uccide e il suo nemico. Qui secondo De Luna entra la storia. « Tutte le pratiche di morte