Tag: David Nebreda

di andrea-pagnes –
– 3 Luglio 2024

    Etimi in prossimità

La pelle è il rivestimento più esterno del corpo di un vertebrato. Nei mammiferi e in particolare nell’essere umano, è l’organo più esteso. Per- ché si chiama così? La derivazione etimologica da termini latini e panromanzi quali pellis, pèllem, della Grecia antica quali epipoles e pelós, il corso pèlmà, e l’analogia con l’irlandese e basso tedesco pell, ci ricon-ducono all’azione dello stendere/si, ai sostantivi argilla, suola, pianta del piede, superficie. Pelwe in lituano è la pellicola dell’uovo. In indi, la radice Pal- sta per copertura.

Per indicare la pelle si usa anche la parola ‘cute’, dal latino cutis, a sua volta dal greco antico kytos, ovvero la membrana-involucro continuo che riveste tutto il corpo con funzione prevalentemente protettiva, di secrezione, tattile e sensitiva, in corrispondenza delle sue cavità e aperture naturali comunicanti con l’esterno. Dal latino cutis deriva anche il rumeno cute= ruga, piega.

Le definizioni anatomiche della pelle, come quella del vocabolario Treccani alla voce ‘cute’, indicano che la pelle risulta costituita di due di- verse strutture fondamentali: «una esterna (epidermide), di natura epiteliale, il cui strato superficiale, più o meno spesso, è formato da sostanza cheratinizzata (strato corneo); e una profonda (derma o corion), di natura connettivale, contenente, a seconda delle regioni del corpo, follicoli piliferi (con annesse ghiandole sebacee) e numerose strutture sedi della sensibilità tattile, pressoria, termica e dolorifica.» (TRECCANI, s.d.).

Negli intrecci semantici tra le varie lingue, se togliessimo dal termine latino cutis le ultime due lettere ‘i’ e ‘s’, avremmo la parola inglese cut, che in italiano vuol dire ‘taglio’, generatasi dall’antico termine norvegese kytja, assai vicino al greco kytos (pelle) e skytos (pelle lavorata, cuoio).

La questione linguistica intorno alla parola pelle si fa interessante, poiché, in inglese, pelle viene tradotto con skin, termine anch’esso derivato dall’antico norvegese skinn (pelle animale, pelliccia), a sua volta dalla radice proto-indoeuropea sek, che significa appunto ‘tagliare’, probabilmente per il fatto che la pelle animale veniva comunemente tagliata per essere poi utilizzata come indumento a copertura del corpo, o stesa su una superficie dove distendersi e coricarsi.

    Arte della pelle

L’arte della pelle è probabilmente antica quanto i primi Sapiens. Sottende il desiderio dell’essere umano di manipolare la superficie del proprio corpo per definire se stesso agli altri, determinando così un senso di appartenenza a un gruppo, a una casta, a una famiglia, a una tribù. Alterare la pelle sottende la tensione di modificare il proprio aspetto per attualizzare un’immagine ideale di se stessi e comunicarla agli altri per riabitare il mondo, oppure concretizzare su di sé astrazioni immaginarie. Le pratiche ritualistiche (un tempo sovente a carattere iniziatico) esercitate direttamente sulla pelle, la condizionano e ne assumono il co trollo per riformarla. Tatuaggi, piercing (forare), branding (marchiare), scarificazioni, ancoraggi dermici, tagli, inserzioni sottocutanee, dipinture del corpo, sono trattamenti che hanno origini assai lontane e come scopo quello di riqualificare l’identità del soggetto che si sottopone a tali pratiche per decretare il separarsi da uno stato precedente e aggregarsi a nuove appartenenze.

Dal 1960 in poi, questo tipo di interventi sulla pelle viene classificato come Body art, un insieme di operazioni performative radicali che assumono la pelle come materia prima del fare artistico. (Vergine, 1974).

Le donne, per le quali l’immagine corporea nella contemporaneità è così sessualmente oggettivata che si carica di ansie e paure, iniziano a usare la propria pelle come tele tridimensionali. La imbrattano di visco- sità, vernici, sangue, viscere e feci in eventi performatici dal vivo e opera- zioni artistiche video e fotografiche. La Body Art sembra quasi diventare

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