The Hollywood Report del 10 giugno 1959. Un trafiletto con un errore: Psyche al posto di Psycho per annunciare il prossimo film di Alfred Hitchcock. Guido Vitiello decide di trattare il refuso come un lapsus. Una scelta insensata e un eroismo euristico.
Di lì parte una catena associativa che non trova confini (come per ogni autentica catena associativa). Di dettaglio in dettaglio, senza neanche il pudore dell’abduzione, Vitiello si disperde a tentoni nel Bates Motel, nella tessitura oniroide di un film-pretesto e nella fantasmagoria latente di Hitchcock. Stiamo rigorosamente sui margini del testo filmico. Un quadretto su una parete. Qualche uccello impagliato. Amore e Psiche giacenti di Canova. Susanna e i vecchioni. Una statuetta di Eros. Ecc. Tutto irrilevante, dunque essenziale. Psycho come un frattale costruito con la mise en abîme di tre linee di fuga mitiche: appunto Amore e Psiche, poi Orfeo ed Euridice, poi ancora Demetra e Persefone. Su questo poggia il Bates Motel, incauto punto di passaggio tra il sopra e il sotto, luogo geometrico di reciprocità tra gli Inferi e i Cieli là su in alto alla collina. La Casa protesi del Motel come possibile Mundus patet, con l’erotismo come vettore che trasporta i vivi tra i morti, e viceversa.
A questa complessità Vitiello arriva coniugando due procedure insolite tra chi dice di occuparsi di immaginario. La prima è il metodo paranoico-critico, la proposta geniale di Salvador Dalí partendo dall’Angelus di Millet: la ‘preghiera’ devota della coppia al tramonto come scena di un crimine, il bambino morto e sepolto, la mantide omidìcida. Dalì non interpreta. Associa, sogna, e ‘vede’, perché la paranoia vede. La seconda è il metodo indiziario: la ‘verità’ è nella traccia, nel quasi-irrilevante ai margini della scena o dell’evento. “Dio è nel dettaglio”, di Flaubert, ma senza dio, alla Morelli, o Bertillon, o Sherlock Holmes, o Freud, o Warburg e l’illogicità classificatoria della sua Biblioteca.
Il punto d’incontro tra paranoia e dettaglio ce lo ha dato Pierce, nel suo racconto di come ‘seppe’ chi gli aveva rubato il prezioso strumento Tiffany affidatogli dal Governo USA. Indovinando con un inspiegabile e irriducibile cortocircuito cognitivo ed emotivo insieme, che poi volle raccontare come abduzione. Ovvero quello che fa ciascuno di noi appena vive qualcosa densamente. O che fa lo psicoanalista quando (così di rado, così pochi) sogna con il suo paziente in seduta.
Vitiello ha sognato con metodo il suo Bates Motel. La sua paranoia ci restituisce non una qualche verità più vera sul film Psycho o su Hitchcock o sull’erotismo tra Inferi e Cielo. Ma solo una narrazione possibile – la sua – vera se e in quanto risuona non solo in lui ma anche in noi come suo/nostro treno associativo.
Purtroppo la carne (euristica) è debole, e bisogna dimostrare di aver letto tutti i libri. Dalí non riesce a fidarsi del suo delirio paranoico-critico e cerca affaticate verifiche: per es. l’esame ai raggi X del quadro di Millet che confermerebbe la presenza effettiva di una tomba nascosta ai piedi della coppia. Vitiello avvolge le sue intuizioni deliranti nel falpalà di innumerevoli citazioni colte, e vi appende una bibliografia imponente. Non gli faremo l’offesa di credere che abbia letto tutte quelle robe. Oppure che tutte le sue citazioni siano autentiche e non ecolalie sapienti, ‘allucinazioni’ per dirla con il gergo AI. Le preferiamo come allucinazioni. Anche perché ci dà un indizio certo: NON cita proprio ciò che non poteva non citare. Lo Ur-scritto di Dalí (1936-1963). Spie di Carlo Ginzburg. Peirce che racconta Peirce detective. E Warburg e Morelli e l’essenziale Pierre Bayard, Comment parler des livres que l’on n’a pas lus ? (2007), di cui naturalmente va letto solo il titolo.
Detto questo, per quanto mi riguarda, uno dei pochissimi libri italiani di cinema che vale la pena di leggere. Con attenzione fluttuante. Associando.
Ciò malgrado, Vitiello insegna cose di cinema alla Sapienza (Roma).



