Corpi, il corpo della politica, l’esilio. Un saggio di Giorgio Agamben

di Enrico Pozzi –
6 Luglio 2026

Il frontespizio del Leviatano ha fatto un’altra vittima. Intensamente vera perché totalmente ficta, la Bestia divorante ha incorporato in sé via via i molti intrappolati nella sua evidenza visiva, ovvero che quella Bestia sia forma e figura della polis come corpo. Ultimo di tanti, Giorgio Agamben con Il corpo della politica.

Quell’immagine è la condensazione fertile di una fallacia euristica, il nominalismo delle teorie contrattualistiche della polis. Fallacia doppia. Da un lato,

e dopo Kant non dovrebbe più essere possibile, ci si chiede cosa è il sociale, dunque le società dunque il potere. La inesausta caccia alla sostanza, all’essere, all’essenza ecc, tutte le varianti del noumeno, e lo |è| come pifferaio magico del pensiero. Dall’altro, l’atomismo sociologico: l’individuo come mattone ultimo, irriducibile e costitutivo all’origine di qualsiasi aggregato o entità pluri-individuale, con ogni aggregato piccolo o grande condannato a persona ficta, una artificiale costruzione umana. Con tutti i problemi che ne derivano. Come fanno questi atomi a farsi cosa? In che modo queste cellule diventano corpo, e corpo politico? Cosa le tiene insieme? Quale ‘collante’ crea la coesione sociale? In ultima istanza, appunto il calcolo sempre ‘razionale’ del contratto. Una parentesi. Lo scontro tra paradigma nominalista e paradigma realista sta al cuore di uno dei momenti più intensi della sociologia nascente, lo scontro tra Durkheim e Tarde sul crinale della fine dell’800 e dei primi anni del 900. Preso dalla necessità di fondare la sociologia contro altre discipline scientifiche e in particolare contro la psicologia individuale e sociale, Durkheim propone l’esistenza dei fatti sociali in tutto e per tutto ’cose’ e con le caratteristiche delle ‘cose’, dunque indagabili come le scienze della natura fanno con le loro ‘cose’. « Les faits sociaux doivent être traités comme des choses » (Les règles de la méthode sociologique, 1895). Tarde ha buon gioco ad attaccarlo da una prospettiva nominalista. Dov’è questa ‘cosa sociale’, in che modo è ‘cosa’, come si fa a vederla? L’unica ‘materia’ della realtà sociale sono le interazioni tra singoli individui. Il sociale è uno spazio intermentale, il fluido intergioco e intreccio di relazioni. La ‘verità’ del sociale va cercata dalla parte della psicologia e dei processi interpersonali, e non nelle invisibili ‘strutture’ inseguite dal ‘realismo’ antinominalista del suo avversario. Una partita facile, perché basata su un equivoco di fondo. Durkheim non stava proponendo una ontologia del sociale, ma un ‘come se’ epistemologico: kantianamente, si trattava di indossare di fronte al sociale occhiali fenomenici in grado di vederlo come fatti e cose, lasciando agli adepti dell’ontologia il problema di cosa è, sempre che questo interrogativo abbia senso.

Per Agamben ha senso. Percorre non la fenomenologia della polis ma la sua ‘sostanza’, anche se di tanto in tanto nega di farlo. Nominalista politico, continua a vedere le dimensioni ‘sociali’ della polis esattamente come lo stenogramma figurativo del Leviatano: giustapposizioni di individui che qualcosa tiene insieme – un contratto o un qualche altro equivalente– fino a farle esistere come persona seppur ficta. Filosofo complesso, deve ridisegnare la ‘realtà’ della polis e della sovranità fino a renderle compatibili con l’atomismo contrattualistico. Il primo passaggio è la disgregazione del concetto di ‘corpo’. Agamben parte da Hobbes e dalla sua definizione tradizionale di |corpo|: «qualsiasi cosa non dipendente dal nostro pensiero che coincide o è coestesa con una certa parte dello spazio» (cit., p. 11). Tuttavia il |body politic| hobbesiano non si adatta bene a questo |corpo| generico. Hobbes viene giocato contro Hobbes, e porta Agamben a recuperare il |corpo| di Newton, fatto corpo non da un confine esterno compattante ma da una vis interna aggregante, l’inerzia, variante del conatus cartesiano e spinoziano (pp. 15-17). Questo conatus è forma del « patto attraverso il quale i membri della moltitudine si uniscono per formare il corpo politico » (p. 13), caratterizzato da una slabbratura spaziale (dove sta?) e da una coesione tendenzialmente fluida di atomi mobili perché individui viventi. In questo modo, non il |corpo| è configurazione essenziale del |corpo politico|, ma il |corpo politico| è configurazione primaria e  – vorremmo dire – tipo ideale di qualsiasi |corpo|.

Una tesi durkheimiana, nelle pagine straordinarie delle Formes élémentaires de la vie religieuse: il sociale come forma e precondizione della pensabilità della totalità o di qualsiasi concetto/persona ficta. Ma Agamben non è Durkheim. Deve render conto della polis e della monarchia (il Re-Leviatano) con gli strumenti del nominalismo contrattualista. L’intergioco atomo individuale-totalità-sovranità lo costringe ad una dialettica affaticata tra moltitudine, popolo e rex. Al lettore il piacere di percorrerne qualche labirinto e di viverne qualche acrobazia sia logica che ontologica.

A noi forse realisti e certamente post-kantiani rimane possibile un altro punto di vista. Cosa la polis è (insensato qui il congiuntivo sia), come si costituisce, con quale patto o contratto o percorso da moltitudine a popolo a rex, oppure da individuo a confine a stato a sovranità, ci interessa poco. Fuor di noumeno, gli occhiali fenomenici che scegliamo di indossare ci fanno intravedere un’altra trama. Per ognuno di noi, a monte di ogni teorico patto o contratto, la polis sta già lì. Appena nati, forse ancor prima di nascere, siamo già ‘cittadini’. La Macchina della Colonia penale sta già scrivendo nella nostra carne – nel nostro corpo – i codici, e continuerà fino alla morte (nostra). Non aderiamo al sociale. Non ce n’è bisogno, perché ne siamo intessuti ab origine, dove l’origine non è il ventre/vagina di Courbet, ma ciò che ha già costruito e significato ben prima quel ventre/vagina.

La nostra unica speranza è il conflitto dei codici. Se la Macchina è mossa da codici contrastanti o in ogni caso diversi, deve scrivere contraddizioni nel |corpo| del cittadino condannato. Il civis incorpora potenziali disomogeneità, fratture, differenze, incompatibilità, conflitti, visioni alternative.  Il nomos fa i conti con sacche di anomia. Il pieno del regno si scopre finzione ideologica a copertura di vuoti e smagliature. La presunta totalità del populus che si risolve nel rex (per riprendere il linguaggio di Agamben) rivela in filigrana reticoli di lacune.

Figura princeps dell’organicismo contrattualista, il Leviatano doveva esorcizzare la stasis rappresentando le condizioni per la fine della guerra civile: non qualche dolciastra utopia materna di pace, ma la durezza consapevole di una rinuncia in nome della paura, la sottomissione sofferta sulla base di un calcolo. Il Leviatano è ideologicamente feroce per proteggere un’armonia corporea funzionale al potere. Gli fa ben comodo che la polis sia in qualche modo un |corpo|, e che la politica poggi sull’invenzione di un |corpo| della politica, cioè sull’ovvia antitesi di ogni disordine o anarchia possibili, lo statu quo. Di questo – il corpo della politica come ideologia – non ho trovato molta traccia o spazio teorico-pratico nello scritto di Agamben.

Rimane per fortuna la béance dell’esilio. Qui torna l’Agamben che di tanto in tanto apprezziamo. L’esilio si colloca in uno spazio nullo, su « una soglia di indifferenza tra esterno e interno, esclusione e inclusione » (p. 52). Per questa sua collocazione impossibile «che eccede sia la sfera dei diritti sia quella delle pene», l’esilio rende mentalmente possibile « una via d’uscita dalla sovranità e dallo Stato, che non coincide con l’esercizio dei diritti, su cui si è fondata finora in modo esclusivo la tradizione democratica ». Il « paradigma dell’esilio » consente di pensare « una vita umana integralmente politica e – tuttavia – non iscrivibile nella figura dei diritti dell’uomo e del cittadino » (p. 52). Forse non iscrivibile tout court, destinata a insistere sulla linea sottile, impercettibile e senza spessore alcuno che sta tra qualsiasi categoria vogliosa di organizzare qualsiasi esistenza sociale. Il |corpo della politica| esita in questa postura allucinata come sua unica soluzione. Coorti di esiliati per esprimere una via d’uscita dalle aporie di multitudo, populus e rex che la Bestia corporea Leviatano coltiva senza risolverle. Una «caccia selvaggia» di esiliati folli di nostalgia e di risentimento per dare ordine anarchico alla polis perduta, ma sempre ben eretta di fronte a loro con le sue mura sbarrate. Insediati nel nulla, dunque gli unici capaci di stare fuori da ogni ordine – che è ben altra cosa del disordine – e proporre una polis impensabile, irraffigurabile, la sola utopia degna. In questo elegante pamphlet Agamben non lo dice, ma forse avrebbe potuto farlo.

NOTA

Il dibattito Durkheim-Tarde sta in Revue Internationale de Sociologie, 1904, pp. 83-87. Si tratta dei riassunti di due conferenze e successive discussioni alla Ecole Pratique des Hautes Etudes, dicembre 1903

Sui fantasmi corporei della politica cfr Enrico Pozzi, Mangiare dio. Fantasmi della sovranità, in Psiche (Società Psicoanalitica Italiana), 1/2026. fascicolo monografico sulla « Sovranità » (in uscita).

Per non dimenticarlo mai: E. Durkheim, Les formes élémentaires de la vie religieuse, Paris, Alcan 1912

 

Connect with