due libri da leggere intorno ai destini dell’effigie. Antonella Salomoni. Francesco Paolo De Ceglia.

di Enrico Pozzi –
16 Luglio 2024

ANTONELLA SALOMONI, Lenin a pezzi. Distruggere e trasformare il passato, Bologna, Il Mulino, 2024

Les statues meurent aussi. Così Chris Marker e Alain Resnais titolavano all’inizio degli anni 50 il loro documentario anticoloniale sull’arte africana, bloccato dalla censura per quasi un decennio.

Anche le statue di Lenin muoiono, racconta la storica Antonella Salomoni. Il punto di partenza è la frattura politica, simbolica e immaginaria introdotta dalla sua morte. Gravemente invalido da anni, ormai isolato nella sua dacia a Gorki, Lenin rimaneva ancora il padre fondatore dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, il fil rouge fantasmatico che ancorava il nuovo stato socialista alla élite prerivoluzionaria poi bolscevica. La sua scomparsa rischiava di far esplodere le tensioni e i conflitti già evidenti all’interno del gruppo dirigente del PCR(b) poi PCU(b). Il vuoto aperto nell’immaginario collettivo di una società appena uscita da una guerra civile e lacerata da mille fattori diversi riapriva spinte disgregative che la prudenza della NEP non bastava a mitigare.

Così Lenin morto non poteva morire. Salomoni ricostruisce il con testo, le matrici prerivoluzionarie e i tentativi bolscevichi di inventare memoria, persistenza ed ‘eroi’ esemplari alla liquefazione sociale introdotta dalla rivoluzione. Lo stesso Lenin aveva proposto una strategia di “propaganda con i monumenti” per introdurre in gran fretta forme di persistenza nella ‘catastrofe’ (come da teoria delle catastrofi) rivoluzionaria. Questa stessa ‘propaganda’ investe ora il suo propugnatore. Lenin deve diventare monumento.

Un doppio monumento. Il corpo morto deve trascendere la morte diventando reliquia integrale e dinamica. Un Mausoleo deve dare forma di pietra a questa eternità. Non era così semplice. Bene o male, la nuova elite dirigente sovietica veniva da una visione ideologica e storica teoricamente agli antipodi di questa ’divinizzazione’ di un leader morto. I clivaggi tra i contrari e i fautori di una real politik dell’immaginario ripercorrono i contrasti interni del gruppo boscevico, con Trotskij, Bucharin e intellettuali ideologi schierati per una purezza illuminista, e i pragmatici astuti che si rivendicano vicini ai sentimenti popolari e loro interpreti.

Andò come sappiamo. Corpo imbalsamato, grandioso mausoleo sulla Piazza Rossa. Di contorno, la risonanza di decine di migliaia di statue e busti di Lenin in tutte le Repubbliche (quasi) sovietiche, una città, le strade, gli edifici pubblici, le lapidi, e quant’altro. Con la fisionomia di Vladimir Ilic che entra nel folclore e nelle raffigurazioni di altri ‘eroi’ recuperati in province lontane dell’USSR. Corpo e effigie collettivi: abbiamo potuto constatare direttamente un grandioso Tarmerlano/Timur ‘leninista’ a Shakhrisabz, a Samarcanda e altrove, e un Ulugh Beg anch’egli ostinatamente leninista qua e là nell’Uzbekistan, eretti peraltro quando la neo-repubblica non più filosovietica abbatteva le statue di Lenin (viscosità dell’immaginario…).

Da quel momento il corpo pubblico e monumentale di Lenin accompagna in parallelo le vicende dell’USSR, la sua dissoluzione, la perestrojka, Leningrado che ritorna San Pietroburgo, la sistematica politica di decomunistizzazione attuata da Putin in nome della Grande Russia panslava. I monumenti cadono a migliaia. Si ironizza apertamente sulla mummia ormai artificiale involucro di quasi nulla mantenuto con costosi trattamenti continui e ‘aggiunte’ per le parti ammalorate. Alcuni mettono in dubbio persino il Mausoleo. In molte delle ex-Repubbliche sopravvive ben poco. La rivendicazione di identità nazionali ritrovate passa attraverso vistose cerimonie di detronizzazione statuaria (con il corollario di altre innumerevoli meno vistose). Salomoni racconta di Nowa Huta in Polonia, di Bucarest, dei paesi baltici, e più in dettaglio gli abbattimenti del Leninopad ucraino).

Interessante. Utile per capire la Russia putiniana di oggi. Eppure si rimane insoddisfatti. Antonella Salomoni è nel bene e nel male una seria storica tradizionale. Mancano categorie e esplorazioni extradisciplinari. Questo ‘corpo’-involucro avrebbe meritato una maggiore attenzione corporea in senso stretto. Salomoni cita en passant A. Yurchak (« Bodies of Lenin. The Hidden Science of Communist Sovereignity », Representations, 129, 2016, pp. 116-157), ma non utilizza la sua ricostruzione della densità corporea del diventare/mantenersi mummia. Le funzioni di corpo collettivo politico del capo carismatico avrebbero meritato almeno Kantorowicz e i due “corpi del re”, per non dire di molti altri, e magari di modelli derivati dalla psicologia sociale (Salomoni usa Freedberg, che qui proprio non serve a niente). La matrice, il simbolismo e la dinamica ‘religiosa’ del culto collettivo del leader rivoluzionario erano stati ripercorsi in Italia da uno studioso di storia delle religione come Cristiano Grottanelli in un saggio fertile (« Il corpo di Lenin e lo scheletro dello zar », IL CORPO, V, 8-9, settembre 1999; https://www.ilcorpo.com/ portfolio_page/settembre-1999/). Alla fine del secolo scorso, il Laboratorio di storia di Sergio Bertelli ha prodotto strumenti e concetti che sarebbero stati ben utili per ciò di cui l’autrice si occupa. Per non dire del molto altro che l’antropologia, la storia dell’arte (le maschere di cera di von Schlosser, l’architettura funeraria di Panofsky ecc), l’iconologia, Louis Marin e il suo Le portrait du Roi, avrebbero potuto contribuire.

Peccato. L’autrice sembra essersi resa conto di aver sfiorato la complessità, eludendola. Ne fa fede questa lunga citazione:

Il filologo Aleksandr A. Pančenko – in una suggestiva analisi della poesia popolare intrapresa per meglio comprendere la formazione della mitologia, dei rituali e dei culti sovietici negli anni 20 e 30 – ha messo in luce le difficoltà che incontra chi voglia affrontare il tema del « culto » leniniano e invita il ricercatore a sottrarsi alla tentazione di ricostruirlo come un « fenomeno culturale unitario ». L’aspetto più problematico non è tanto rappresentato dalla sovrabbondanza dei materiali da prendere in considerazione, davvero illimitata, quanto piuttosto dalle « forme culturali (dalla retorica alla ritualistica chiusa) » che segnano la singolare venerazione di Lenin in URSS. Esse non sono infatti così « omogenee, inequivocabili e ideologicamente trasparenti » com’è il caso, ad esempio, del culto di Stalin. Vi si possono trovare amalgamati o confusi, in un legame inestricabile, « motivi religiosi tradizionali, speranze pseudoscientifiche nella resurrezione fisica dei morti e retorica pubblicistico-letteraria ». Tutte queste componenti influiscono, insieme, « sulla formazione del topos della “vita eterna” di Lenin e sulla storia dell’imbalsamazione del suo corpo ». In altre parole, il culto di Lenin dovrebbe essere considerato non solo come « un assortimento di banali archetipi mitologico religiosi », ma anche come « collisione e coniugazione dinamica di discorsi e sistemi retorici diversi » (p. 79).

Ben detto. Purtroppo nel suo libro tutto questo non trova seguito. `

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FRANCESCO PAOLO DE CEGLIA, Vampyr. Storia naturale della resurrezione, Torino, Einaudi, 2023

Poche righe nel Discours de la méthode (1637). Bastano a Cartesio per far nascere dalla Città il progetto luminoso delle «idee chiare e distinte». Città degli Ingegneri, geometrica, ordinata, pacifica, laboriosa, anonima, dove « j’ai pu vivre aussi solitaire et retiré que dans les déserts les plus écartés ». La Città come locus dell’Illuminismo aurorale, matrice e cifra spaziotemporale del programma di una egemonia progressiva della razionalità.

Cartesio non poteva immaginare che da qualche parte nell’Europa più arcaica e cupa la non-ragione stava secernendo in silenzio deuteragonisti singolari. Prima con prudenza carsica. Poi all’improvviso tra il 1731 e il 1732, tal Arnold Paole, avanguardia dell’immaginario, ebbe il coraggio di manifestarsi. Verso Natale, in concorrenza diretta con ben altra nascita, essendo morto e sepolto, ebbe l’idea di resuscitare e, stando alle voci, cominciò a far danni in giro, qualche fastidio, quattro morti ammazzati. Riaperta la tomba, il corpo fu trovato «intatto e incorrotto», con sangue fresco sgorgato dagli occhi, dal naso ecc, con le unghie ricresciute. Senza esitare, i compaesani gli infilarono un paletto nel cuore, con tanto di suo stridolio e sanguinamento emorragico, e bruciarono il cadavere. Vampiro. Tutto questo nel minuscolo villaggio serbo di Medvedja, tutt’altro che la Città cartesiana, in terre di frontiera e impure perché da poco sottratte ai Turchi,

Da qui, e dai resoconti di un paio di commissioni di ‘esperti’ spediti da Vienna a capire, parte l’indagine labirintica di Francesco Paolo de Ceglia. Il soldato-vampiro è il pretesto per una « storia naturale della resurrezione » e delle forme poliedriche che si affannano ad assumere i quasi-morti e i quasi-vivi in una Mittel- e Nord Europa così distante dalle luci di Vienna o dalla Prussia anch’essa illuminata di philosophes. In un localismo interminabile di nomignoli, sinonimi e configurazioni, tutto ciò che sta nello spazio-tempo informe tra la vita e la morte va in cerca di forme. Le trova nella entità intermedia del morto-nonmorto, abitante di territori indefiniti, extra moenia, emanazioni di una ‘natura’ indifferente a tutte le griglie che cercano di ridurla a ragione: la medicina, la biologia, la filosofia, i sistemi religiosi, il potere, le procedure burocratiche.

Chi credeva di aver tra le mani una ponderosa storia del vampirismo come fenomeno folklorico, cultural-antropologico, letterario, artistico ecc si perderà. A De Ceglie interessa in realtà tutt’altro. Le terre di mezzo, le ‘zone’ confuse intorno a clivaggi che si vorrebbero netti. Cosa di più netto della cesura tra vita e morte? Tra corpo e cadavere? Eppure no. La distanza e la differenza tra i due stati non si saturano. I rituali funerari si sforzano di dare ordine, inizio e fine al trapasso ma si tratta di negoziati incerti dove pullulano le microtransizioni, le irregolarità, le eccezioni. Il continuo prevale largamente sul discreto. La Natura deve fare i suoi conti interminabili con la natura. La Regola si confronta con l’ibrido e ne esce vincente solo nelle Città luminose, non negli anfratti dei Territori. I linguaggi sono babele. Le discipline che cercano di dare strutture nette alla realtà competono con ectoplasmi dell’immaginario sociale, e spesso perdono.

Dunque non il ‘vampirismo’ come fenomeno folklorico-culturale, ma una geografia sincronica del ‘misto’ e dei suoi paradossi, vista da un suo cortocircuito particolarmente denso, il nonmorto/nonvivo. De Ceglia si ferma prima dei Vampiri trendy del vampirismo colto. Il ‘vampiro-zero’ Arnold Paole (la definizione è sua) diventa il punto di partenza di un andirivieni prevalentemente a ritroso su due secoli, senza linearità temporale o coerenza di luoghi. Aree eterogenee, momenti diversi, strutture politico-amministrative poco assimilabili, cosmogonie ‘ufficiali’ più o meno frammentate o coerenti si giustappongono, tenute insieme dal filo rosso di una identica risposta immaginaria al dilemma permanente di ogni sistema sociale: che fare dei morti.

Il fil rouge è spesso associativo, muove lungo consonanze: orizzontale ben più che verticale, di pelle più che di scheletro. Leggendo, ho provato a tratti lo stesso fastidio sentito verso il peggior Ginzburg dell’onnipotenza abduttiva, la Storia notturna. Ma De Ceglia non è onnipotente. Non gli basta associare perché ci sia una connessione significativa. Cerca, verifica, fonda. Il suo apparato di note è a tratti più affascinante delle sue pagine. Si diverte scrivendo – e questo è piacevole. Ride di sé stesso e del suo ‘oggetto’, e questo lo rende serio. Riesuma – sia detto senza ironia – e fa vivere figure inattese e fuori dalla Storia, personaggi sconcertanti, il ventre del sociale e la sua ‘testa’. Si fanno incontri inattesi. Trovano corpo nomi anonimi: lo confesserò, nulla sapevo di Paracelso prima di Vampyr… Il suo racconto diventa una archeologia del sapere, delle sue sofferenze epistemiche e dei suoi dilemmi da una prospettiva ben marginale: Medvedja, e non l’operosa luminosa Leiden.

Qualche osservazione critica? Per esempio la debolezza dell’area francese: non bastano certo Calmet e Voltaire a riempirla, e “le mort saisit le vif” regolava proprio il vuoto che Medvedja a modo suo colmava. Ma fin qui, e su cose simili, “sterco di pedanti”. Meno “sterco” e meno “pedante”, l’attenzione troppo rapida alla certificazione della morte e all’angoscia di essere sepolti vivi, il simmetrico dei morti nonmorti (illustri e illuminati alcuni dei personaggi coinvolti).

La vera carenza del libro è epistemologica. Le sue 400 pagine sono una lunga riflessione in medias res intorno al dramma delle categorie. Impossibile conoscere senza categorie, come ben dovrebbe sapere anche chi si forza ad ignorarle. Questo vale per ogni atto conoscitivo, dal cosiddetto senso comune su – o giù – fino alle visioni del mondo e alle procedure scientifiche. Ma la brutalità delle categorie taglia con tratti netti il continuum della realtà. Che ne è allora dei ‘resti’, di ciò che non sta né da una parte né dall’altra? Proprio di questo irriducibile in-between si occupa lo storico della scienza De Ceglia. Lo narra, ma non lo problematizza, forse nella illusione che narrare sia già concettualizzare e spiegare, erklären. Peccato. Se lo avesse fatto, avrebbe colto nella vasta concrezione immaginaria del vampyr l’azione ironica della dialettica dell’Illuminismo: il magma dell’ibrido e dell’ombra come inevitabile controcanto alle idee chiare e distinte della ragione che si vive trionfante. Adorno e Horkheimer, certamente. Ma anche l’Antirinascimento di Eugenio Battisti. O forse meglio il Marx ancora hegeliano dei Manoscritti: « La ragione è presso di sé nella non-ragione come non-ragione ».

Letto così, il vampyr si sarebbe rivelato il testimone denso di una tensione irrisolvibile all’interno del momento più alto della Ragione occidentale. Il Methodenstreit continua a plasmare i percorsi delle scienze dell’uomo. De Ceglia ha implicitamente scelto Dilthey. Riconoscendosi irretito nel problema delle categorie, avrebbe potuto collocarsi dalla parte di Max Weber. Forse allora sarebbero venute meno alcune delle assenze più vistose nella sua narrazione: per es. i modelli e percorsi dell’antropologia intorno ai riti di morte e alle categorie, da Hertz alla Mary Douglas di Purezza e pericolo, tanto per rimanere nell’ovvio. O ancora l’articolata riflessione storico-epistemologica sul ‘mostruoso’, la raison classificatoire e l’eccezione cresciuta appunto intorno all’Illuminismo (non ne abbiamo traccia nelle belle note, salvo sviste).

Detto questo, da leggere. (enrico pozzi)

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