Rivisto dopo molto tempo GIULIETTA DEGLI SPIRITI di Fellini(1965).
Potente rappresentazione delle fantasmagorie profonde di una vita di donna irrimediabilmente bloccata. C’è tutto: il brulichio confuso dei propri desideri aspettative delusioni risentimenti invidie, i fallimenti neanche capiti come tali, la famiglia passata e presente come gabbia dentro, il corpo che non sa più neanche cosa chiedere. Ma anche l’immaginario sociale di un’epoca e di un genere/ceto, con metafisiche da quattro soldi, riti senza sacro, santoni truffatori costeggiati da mura di nere suore.
Una etnografia del quasi-inconscio individuale e collettivo. Manca totalmente la politica, forse (forse) l’unica dimensione capace di portare qualche surrogato di progetto e di senso alle vite, e a una vita di donna.
Sullo sfondo, l’inutilità dell’immaginario.
CATTIVI. A Palermo da oggi. Il Congresso ‘monstre’ dell’Associazione Italiana di Studi Semiotici.
Si scorre la Presentazione, si guarda il Programma, e pian piano la cattiveria sembra dissolversi nel segno…..
Sarà
Ecco il Programma e il Book degli abstract

A Roma, il 4 dicembre, Palazzo Barberini, nella stupenda Sala del Trionfo della Divina Provvidenza di Pietro da Cortona.
Ci eravamo associati con entusiasmo. Usciamo dai due giorni di lavori con reazioni contraddittorie. Per quello che abbiamo trovato, per quello che ci è mancato. E per la nostra insistente fiducia.
Abbiamo trovato un tema tanto potente quanto debordante – L’immagine-narciso, in ovvia risonanza con il controverso Narciso di Caravaggio, presente due sale più in là. Una partecipazione numerosa, fedele e attenta. Un clima di passaggio generazionale, con tre generazioni di studiosi, universitari, aspiranti universitari, qualche free lance, dove i più giovani tendevano quasi alla mezza età, come è tipico da noi. Una comunità in apparenza piuttosto consolidata, con il piacere di ritrovarsi per ‘fondarsi’ e con molti che si chiamavano per nome. Un ethos piuttosto condiviso – l’estetica dell’Immagine come Arte. Quadri di riferimento teorici e approcci metodologici che si intuivano a volte lontani, ma educatamente tenuti fuori da conflitti. La polemica ironica contro le Consulte – ma che sono? – e contro le dinamiche dei ‘concorsi’. Una piacevolezza complessiva, aiutata da una organizzazione generosa.
Ci aspettavamo uno spazio associativo capace di aggregare, tenere insieme e incrociare in modo fertile la pluralità di quanto in Italia insegue per strade diverse il VISUS, ovvero la cultura visuale. Di uno spazio di questo tipo sentiamo intensamente il bisogno. Il ‘visuale’ eccede ad ogni momento i singoli linguaggi, frame, corporazioni universitarie o parauniversitarie, le discipline e le loro consorterie. Speravamo in una vocazione ‘ibrida’, disordinata, disposta a cercarsi sui confini e a correrne i rischi.
Questo non lo abbiamo trovato, salvo in qualche affioramento marginale. ‘Cultura’ per noi rimanda necessariamente a una dimensione sociale, antropologica, letteraria, sonora/musicale, corporea, medica ecc, di rapporto cognitivo e pratico con la ‘realtà’. Ci aspettavamo epistemologia, filosofia, sociologia, psicologia sociale e individuale, psicopatologia, antropologia ‘culturale’, etnologia, musicologia e suono, neuroscienze, semiotica, storia non événementielle, storia dei corpi e dei loro cortocircuiti, politica, forme del potere, il digitale e tant’altro. Non subito: questa è una associazione che sta nascendo! Non tutto: sarebbe stata una aspettativa magica, superare barriere e steccati che neanche i migliori riescono a lasciarsi dietro le spalle. Ma almeno un po’, almeno come parte evidente e forte del progetto.
(Ecco, il progetto. Quale è? L’assemblea fondativa è stata gradevole e unanime. Ma verso quali obiettivi? Abbiamo sentito dire di organizzare altri incontri, come questo, e come L’indisciplina delle immagini del 2024. Basta? Forse spetta al nuovo Direttivo elaborare un progetto ‘forte’. Vedremo.)
Tornando a ‘cultura’. Un paio di volte Lévi-Strauss. Una volta McLuhan. Una volta Nietzsche. Quattro o cinque volte Lacan e lo stadio dello specchio. Freud sul narcisismo. A memoria non molto altro. Il sistema dei riferimenti è stato largamente verticale e disciplinare. Ha trionfato il ‘dettaglio’, ma troppo spesso senza quello che dal ‘dettaglio’ conduce al Dio di Flaubert e di Warburg, cioè un quadro teorico ampio e problematizzante, vettore della dialettica e delle risonanze complesse che ogni quadro teorico tende a portare con sé. Per noi non “addetti ai lavori”, mancava l’aggancio, il metalivello. Si rimaneva a volte annoiati, a volte divertiti e anche colpiti dalla intelligenza di quello che ascoltavamo/vedevamo. Poi veniva il so what, la sensazione degli exercises in futilities in cui si rifugiano (non)corporazioni e discipline affaticate. Anche e ancor di più tra i più ‘giovani’, a volte intellettualmente prudenti e senza ‘visione’. Con alcune eccezioni, per fortuna.
Ci sono stati momenti di respiro più ampio. Pinotti con l’immersione e le allusioni al concetto di ‘soglia’ che dell’immersione è sostanza e precondizione. Victor Stoichita con le vicissitudini della percezione e delle sue ‘allucinazioni’ intorno alla gitana e all’anello rubato/non rubato ne La buona ventura di Caravaggio. Soprattutto Gallese, il vero non-addetto, con le indagini sperimentali intorno al cosiddetto ‘narcisismo primario’ freudiano esplorato nello stadio di vita in cui dovrebbe trionfare, il feto nel ventre materno. Quel Gallese che più di ogni altro ha saputo gestire con ricchezza duttile il rapporto con la psicoanalisi partendo da una definizione circoscritta di narcisismo, mentre per tutto il convegno narcisismo è stato un po’ tutto e di tutto, fino al puro e semplice rispecchiamento in qualcosa.
Uscendo, ci siamo chiesti: rinnoviamo l’iscrizione per il 2026? Sì, assolutamente. Il ‘visus’ è un luogo geometrico in cui si esprime la poliedricità dell’attività umana, e della sua ‘estetica’. L’Associazione Studi di Cultura Visuale VISUS saprà avvicinarsi via via alla densità ibrida di questo luogo? A giudicare da quello che vediamo sul sito e dalle biografie dei soci, siamo fiduciosi e forse certi. VISUS è questo suo convegno-assemblea di fondazione, ma è anche molto di più.
Auguri!


PAOLO TRENTA, La postura narrativa. I modi di essere della cura, Roma, Lit, 2024. Prefazione di Stefania Polvani.
La Medicina Narrativa come paradigma di un rapporto ‘denso’ tra curante e curato. Un rapporto capace di restituire alla ‘cura’ la pienezza e reciprocità dei suoi protagonisti: i curanti, coloro di cui si prendono cura, e gli altri che ruotano intorno a questa relazione a vario titolo e con distanze varie. […]
FRANCO MORETTI, Falso movimento. La svolta quantitativa nello studio della letteratura, Milano, nottetempo, 2022.
In apparenza un autocritica. In realtà una astuta apologia pro domo sua.
Moretti mette ancora una volta a confronto il close reading e il distant reading. Incontra le dicotomie consuete: morfologia vs storia, struttura vs narrazione, lungo periodo/trend vs evento, dato quantitativo vs (forse) ermeneutica., scienze della natura vs … vs ??? cosa???. Su tutto domina il problema della ‘forma’, visto come il punctum dell’azione artistica in generale e della letteratura in particolare. La distanza e la quantità avrebbero dovuto aiutare l’evidenza e l’emergenza della ‘forma’, ma pare che la ‘forma’ non stia volentieri al gioco e rimanga un trickster anarchico. […]
WALTER F. OTTO, Dioniso, Milano, Adelphi, 2024
MASSIMO FUSILLO, Il dio ibrido. Dioniso e le «Baccanti» nel Novecento, Bologna, Il Mulino, 2007
Ostinatamente, Dioniso rimane avvinghiato a noi. Troppo metamorfico per poter fare a meno del dono vitale delle sue molte forme nelle nostre esistenze razionali e disincantate.
Di Otto è uscito anni fa, sempre da Adelphi, Gli dei della Grecia (1929). Questo volumetto del 1933 sul dio folle ne prosegue la logica, le passioni e l’intenzione polemica. […]
Uno però da ricordare qui, anche se ‘vecchio’ (2007). Non di uno storico delle religioni, ma di un comparatista dalle forti competenze ‘classiche’. Massimo Fusillo affronta Dioniso dal punto di vista delle sue rappresentazioni nello spazio rivelatore del palcoscenico. Il “dio ibrido” di Fusillo si esprime nelle Baccanti e a teatro – o nei suoi equivalenti – trova la molteplicità proteiforme della sua identità. Il Dioniso euripideo è una contrazione aoristica di |Dioniso|, uno stenogramma del ‘mito’. Nel primo capitolo, è introdotto sulla scena del saggio come un sistema di polarità irriducibili: io/altro, maschile/ femminile, giovane/vecchio, nativo/stra-niero, umano/animale, umano/divino, dominato/dominante. Questo sistema di ossimori […]
EVA CANTARELLA, Contro Antigone. O dell’egoismo sociale. Torino, Einaudi, 2024
Un pamphlet divertito e divertente. Antigone insopportabile narcisa presa da sé stessa e dalla affermazione di sé stessa. Come nel fondo tutti i narcisi, votata a un compiaciuto annientamento proprio e delle fondamenta della polis, illimitata contro il limite del nomos, «non ama nessuno […] il suo solo e vero amore è la morte», e il piacere martirologico di costringere altri a infliggergliela […]
Andrej Tarkovskij, Stalker, 1979. In una regione desolata, un evento catastrofico, forse un meteorite o una invasione aliena, ha prodotto la Zona, spazio abnorme e pericoloso, interdetto, pattugliato militarmente, innaturale, dove leggi fisiche anomale generano rischi mortali. Al centro della Zona, sta la Stanza, luogo dove si dice possano emergere e trovare realizzazione i desideri più profondi.
Solo alcuni individui ‘diversi’, gli Stalker, possono entrare nella Zona. Lo Stalker conduce clandestinamente attraverso la Zona lo Scrittore, un intellettuale in crisi creativa, e il Professore, che vuole distruggere con una bomba la Stanza del desiderio. Il viaggio è complicato, mai lineare, in un contesto di minacce imprevedibili e di estremo degrado. Alla fine giungono alla Stanza, ma non riescono ad oltrepassare la soglia. La Zona non offre più liberazione a chi se ne è lasciato coinvolgere.
Il 20 ottobre 1854, 171 anni fa, nasceva a Charleville Arthur Rimbaud.
Su di lui parole tutte consumate. Il Voyant, il « poète maudit », l’addio definitivo alla poesia a 20 anni, i molti mestieri in giro per il mondo, il mercante d’armi e d’altro in Africa, le lettere alla famiglia, la morte a 35 anni ecc ecc: tutto il falpalà eroico-negativo che rassicura i filistei e regala i sogni di altre identità agli impiegati della mente, quelli con « la carnagione moralmente rosa » (Kracauer). Allora meglio il diciottenne in fuga a Londra con Paul Verlaine (che per lui lascia la moglie). Sopravvivono rifugiati in stamberghe, e quando va bene nelle case degli esuli della Comune di Parigi. Si amano, si odiano, si feriscono a rivoltellate: una « Saison en enfer ». Ironicamente, dimentichiamo i battelli ebbri, le vocali e le illuminazioni. Dedichiamoci all’Album Zutique, agli Stupra, al Sonnet du Trou du Cul: roba seria, parola antiestetica che viene dal profondo del corpo, e dunque iperestetica.
Il più intenso monumento a Rimbaud che io conosca lo ha costruito David Wojnarowicz.
Nasce a Red Banks, New Jersey, 1954. Infanzia disastrata. Adolescente, fugge e ritrova la madre a New York. Vive dove capita a Manhattan. Giovanissimo, prostituto attivo per qualche anno a Times Square. Poi via via artista multimediale, poeta, musicante, performer, fotografo, graffitaro nelle aree del cruising sui piers e nei capannoni abbandonati della East River. Protagonista artistico emergente del Lower East Side fine anni 70-anni 80, di quando New York per fortuna puzzava e le zone che puzzavano erano ben vive. […]
Tra il 1978 e il 1979, a 24 anni, il suo progetto Rimbaud. Wojnarowicz prende la celebre foto di Carjat a Rimbaud diciassettenne, ne fa una maschera di carta, la indossa, la fa indossare ad amici, e fotografa. Rimbaud, «l’homme aux semelles de vent» come lo aveva definito Verlaine, percorreva senza sosta, spesso a piedi, l’Europa, poi l’Africa. Il Rimbaud di Wojnarowicz è un flâneur newyorchese. Percorre la Metropoli per eccellenza, l’unica vera Metropoli
Dunque New York puzzava. Non dappertutto e non con la stessa forza. Puzzava a macchie, stabile, densa e calda qua e là. Altrove solo alito intermittente, un richiamo improvviso del ventre al ventre che irrompeva a tradimento nella purezza igienica del cemento e del vetro. Questo negli anni 60 e 70, prima che il corpo della puttana sfatta venisse ridotto a ragione, all’inodore dei “frozen desires” disincarnati nel denaro, nella disciplina dei corpi e nell’imprigionamento “tolleranza zero” del crimen-merda, come da etimologia.
Il vertice della puzza stava nella Zona. Vari spazi di New York erano delegati ad attrarre con la puzza e a gestire la puzza. Alcuni erano piccoli luoghi simbolici disseminati per comunità ristrette, come la Factory di Warhol e le sue molte varianti. Altri erano schegge di quartieri, come il rettangolo 40a-44a Strada a Times Square. Solo uno era in modo pieno e esemplare la Zona: la striscia dei Piers, i moli abbandonati lungo la punta di Manhattan, sullo Hudson e sulla East River. […]
Nella sua rappresentazione estrema, la Zona è il luogo geometrico dell’Eros illimitato e il luogo sociale dell’orgia. Qui trova spazio tutto ciò che là fuori, nel nomos, non è consentito. Qui il corpo può vivere una sua libertà oniroide, l’adulto può mettere in scena il suo bambino «polimorfo perverso», il desiderio può seguire percorsi proibiti, negati, insoliti, e talvolta fino all’ingresso nella Zona neanche sognati.
Per due decenni, tra il 1960 e il 1980, i Pier sono la Zona di Manhattan, e di molta New York. Situati verso la punta dell’isola

La bravissima performer artist e docente Marta Jovanovic organizza anche quest’anno il consueto Performance Cluster del Dipartimento di Arti Visive del RUFA-Rome University of Fine Arts, in collaborazione con Elise Morrison e con la Yale University.
Il tema è cruciale per tutti noi, e sta già tutto nel titolo del libro di Elise Morrison (Discipline and Desire: Surveillance Technologies in Performance Art, 2016).
5 giorni di performance di 9 artiste internazionali. Al centro una domanda esigente. Come possono le artiste incrinare e ripensare le strutture dominanti della disciplina e del desiderio? In che modo le tecnologie di sorveglianza possono diventare strumenti di comunicazione reciproca, invece che di controllo unilaterale?
Attraverso azioni sospese tra rischio e libertà, queste donne trasformano le tecnologie che ci osservano in strumenti artistici paradossali percorsi da un dubbio ironico: chi sorveglia chi?
La presentazione e il programma qui: https://www.unirufa.it/eventi/performance-cluster-2025-discipline-desire-surveillance/
1-5 ottobre, MAXXI Corner, Via Guido Reni, Roma. Ingresso libero.