GIULIETTA DEGLI SPIRITI di Fellini. La crudele analisi del fallimento dell’immaginazione.

di Enrico Pozzi –
2 Maggio 2026

Rivisto dopo molto tempo GIULIETTA DEGLI SPIRITI di Fellini(1965).

Potente rappresentazione delle fantasmagorie profonde di una vita di donna irrimediabilmente bloccata. C’è tutto: il brulichio confuso dei propri desideri aspettative delusioni risentimenti invidie, i fallimenti neanche capiti come tali, la famiglia passata e presente come gabbia dentro, il corpo che non sa più neanche cosa chiedere. Ma anche l’immaginario sociale di un’epoca e di un genere/ceto, con metafisiche da quattro soldi, riti senza sacro, santoni truffatori costeggiati da mura di nere suore.
Una etnografia del quasi-inconscio individuale e collettivo. Manca totalmente la politica, forse (forse) l’unica dimensione capace di portare qualche surrogato di progetto e di senso alle vite, e a una vita di donna.

Sullo sfondo, l’inutilità dell’immaginario.

Non libera, produce il carnevale a tempo e non la festa, appaga di sensazioni e immagini variopinte la superfice della pelle psichica e magari della pelle del corpo, e lascia tutto com’è e come sarà.

Un film senza illusioni o speranze. La retorica sull’immaginazione al potere prende toni e narrazioni diverse, ma sta tra noi allora come ora, messa in scena, ectoplasma, fondale tanto scintillante quanto inerte.

Sessanta anni dopo, GIULIETTA DEGLI SPIRITI dice, e lo dice bene, che i fantasmi sono solo fantasmi e scivolano leggeri e impotenti su realtà immutate. Alla fine, robetta.

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