Nei territori della tecnologia come in quelli della performance, si tentano letture di senso su futuri che non possediamo ancora perché devono ancora arrivare, o che forse sono già qui, ma non sono distribuiti in modo uniforme. Quando il discorso tecnologico confluisce nel pensiero pratico, le distinzioni tra realtà e performance si dissolvono. I concetti costitutivi per comprendere come l’innovazione tecnologica influenzi i soggetti e gli approcci alla performance vengono rinegoziati.
Performer come ORLAN, avvalendosi dell’implantologia e della chirurgia plastica, e Stelarc, con applicazioni prostetiche, nanotecnologie, incursioni nella robotica e scienza computazionale, danno un nuovo impulso alla performance art negli ultimi due decenni del XX secolo. Il medium non è più solo il messaggio (McLuhan). Diventa l’opera stessa nel momento in cui la tecnologia s’impossessa della carne per ritrasmetterla dal mondo esperienziale dell’artista a quello della realtà condivisa.
ORLAN, ovvero la reincarnazione
All’inizio degli anni 90, l’artista francese ORLAN compie un potente atto radicale sul proprio corpo per cambiare il suo aspetto fisico in modo permanente. Si sottopone a una serie di nove interventi di chirurgia estetica, trasmessi via satellite come una live-streaming performance, La Réincarnation de Sainte ORLAN (1990-1993).
Le reincarnazioni vanno lette come performance metamorfiche per ricreare il sé attraverso atti deliberati di alienazione e riposizionamento politico. L’artista usa il viso e il corpo come strumenti duttili per attivare un processo trasformativo di identità diasporica. Questo processo scuote le certezze comuni e contrasta una società repressiva che etichetta il comportamento dell’artista come controverso e trasgressivo nei confronti della normatività.
Trasmettendo telematicamente in tempo reale le sue operazioni chirurgiche, il viso di ORLAN risulta perturbante. Suscita ansia e disagio, ma anche sentimenti di empatia e alleanza. L’artista mette in atto un’operazione che confonde apparenza, presenza e manifestazione con l’abisso dell’esistenza umana. Lo esorcizza per consentire riflessioni più confortanti: l’atto artistico radicale è voltarsi e tornare con insistenza al bivio di partenza, per non ossificarsi in luoghi dove l’unica soluzione possibile è la progressiva auto-disintegrazione.
Ogni intervento chirurgico dell’artista francese sul suo viso