Tag: antropologia

di Enrico Pozzi –
– 5 Febbraio 2026

Ho incontrato per la prima volta René Kaës a Parigi nel 1982. Cercavo una faticosa e spesso dolorosa sintesi tra forme diverse di me stesso. In superficie: la formazione filosofica e la passione epistemologica, l’ingresso nelle scienze sociali, la pratica scientifico-accademica della sociologia e della psicologia sociale, una analisi individuale sfociata poi nella SPI e nell’IPA, una analisi di gruppo e un training al lavoro psicoanalitico con i gruppi, il peso irriducibile del corpo e della corporeità come carne e come sguardo/pensiero.

Questo intreccio mi portò per vie singolari da Didier Anzieu, poi in un  gruppo eterogeneo animato da Jean-Claude Rouchy in collegamento con l’ARIP e due riviste, Connexions e la Revue de psychothérapie psychanalytique de groupe.

di Enrico Pozzi –
– 8 Dicembre 2025

A Roma, il 4 dicembre, Palazzo Barberini, nella stupenda Sala del Trionfo della Divina Provvidenza di Pietro da Cortona.

Ci eravamo associati con entusiasmo. Usciamo dai due giorni di lavori con reazioni contraddittorie. Per quello che abbiamo trovato, per quello che ci è mancato. E per la nostra insistente fiducia.

Abbiamo trovato un tema tanto potente quanto debordante – L’immagine-narciso, in ovvia risonanza con il controverso Narciso di Caravaggio, presente due sale più in là. Una partecipazione numerosa, fedele e attenta. Un clima di passaggio generazionale, con tre generazioni di studiosi, universitari, aspiranti universitari, qualche free lance, dove i più giovani tendevano quasi alla mezza età, come è tipico da noi. Una comunità in apparenza piuttosto consolidata, con il piacere di ritrovarsi per ‘fondarsi’ e con molti che si chiamavano per nome. Un ethos piuttosto condiviso – l’estetica dell’Immagine come Arte. Quadri di riferimento teorici e approcci metodologici che si intuivano a volte lontani, ma educatamente tenuti fuori da conflitti. La polemica ironica contro le Consulte – ma che sono? – e contro le dinamiche dei ‘concorsi’. Una piacevolezza complessiva, aiutata da una organizzazione generosa.

Ci aspettavamo uno spazio associativo capace di aggregare, tenere insieme e incrociare in modo fertile la pluralità di quanto in Italia insegue per strade diverse il VISUS, ovvero la cultura visuale. Di uno spazio di questo tipo sentiamo intensamente il bisogno. Il ‘visuale’ eccede ad ogni momento i singoli linguaggi, frame, corporazioni universitarie o parauniversitarie, le discipline e le loro consorterie. Speravamo in una vocazione ‘ibrida’, disordinata, disposta a cercarsi sui confini e a correrne i rischi.

Questo non lo abbiamo trovato, salvo in qualche affioramento marginale. ‘Cultura’ per noi rimanda necessariamente a una dimensione sociale, antropologica, letteraria, sonora/musicale, corporea, medica ecc, di rapporto cognitivo e pratico con la ‘realtà’. Ci aspettavamo epistemologia, filosofia, sociologia, psicologia sociale e individuale, psicopatologia, antropologia ‘culturale’, etnologia, musicologia e suono, neuroscienze, semiotica, storia non événementielle, storia dei corpi e dei loro cortocircuiti, politica, forme del potere, il digitale e tant’altro. Non subito: questa è una associazione che sta nascendo! Non tutto: sarebbe stata una aspettativa magica, superare barriere e steccati che neanche i migliori riescono a lasciarsi dietro le spalle. Ma almeno un po’, almeno come parte evidente e forte del progetto.

(Ecco, il progetto. Quale è? L’assemblea fondativa è stata gradevole e unanime. Ma verso quali obiettivi? Abbiamo sentito dire di organizzare altri incontri, come questo, e come L’indisciplina delle immagini del 2024. Basta? Forse spetta al nuovo Direttivo elaborare un progetto ‘forte’. Vedremo.)

Tornando a ‘cultura’. Un paio di volte Lévi-Strauss. Una volta McLuhan. Una volta Nietzsche. Quattro o cinque volte Lacan e lo stadio dello specchio. Freud sul narcisismo. A memoria non molto altro. Il sistema dei riferimenti è stato largamente verticale e disciplinare. Ha trionfato il ‘dettaglio’, ma troppo spesso senza quello che dal ‘dettaglio’ conduce al Dio di Flaubert e di Warburg, cioè un quadro teorico ampio e problematizzante, vettore della dialettica e delle risonanze complesse che ogni quadro teorico tende a portare con sé. Per noi non “addetti ai lavori”, mancava l’aggancio, il metalivello. Si rimaneva  a volte annoiati, a volte divertiti e anche colpiti dalla intelligenza di quello che ascoltavamo/vedevamo. Poi veniva il so what, la sensazione degli exercises in futilities in cui si rifugiano (non)corporazioni e discipline affaticate. Anche e ancor di più tra i più ‘giovani’, a volte intellettualmente prudenti e senza ‘visione’. Con alcune eccezioni, per fortuna.

Ci sono stati momenti di respiro più ampio. Pinotti con l’immersione e le allusioni al concetto di ‘soglia’ che dell’immersione è sostanza e precondizione. Victor Stoichita con le vicissitudini della percezione e delle sue ‘allucinazioni’ intorno alla gitana e all’anello rubato/non rubato ne La buona ventura di Caravaggio. Soprattutto Gallese, il vero non-addetto, con le indagini sperimentali intorno al cosiddetto ‘narcisismo primario’ freudiano esplorato nello stadio di vita in cui dovrebbe trionfare, il feto nel ventre materno. Quel Gallese che più di ogni altro ha saputo gestire con ricchezza duttile il rapporto con la psicoanalisi partendo da una definizione circoscritta di narcisismo, mentre per tutto il convegno narcisismo è stato un po’ tutto e di tutto, fino al puro e semplice rispecchiamento in qualcosa.

Uscendo, ci siamo chiesti: rinnoviamo l’iscrizione per il 2026? Sì, assolutamente. Il ‘visus’ è un luogo geometrico in cui si esprime la poliedricità dell’attività umana, e della sua ‘estetica’. L’Associazione Studi di Cultura Visuale VISUS saprà avvicinarsi via via alla densità ibrida di questo luogo? A giudicare da quello che vediamo sul sito e dalle biografie dei soci, siamo fiduciosi e forse certi. VISUS è questo suo convegno-assemblea di fondazione, ma è anche molto di più.

Auguri!

associazionevisus.org

 

Caravaggio (?), Narciso, 1597-99. Attribuzione di Roberto Longhi et al., spesso contestata

 

 

 

di Enrico Pozzi –
– 2 Dicembre 2025

PAOLO TRENTA, La postura narrativa. I modi di essere della cura, Roma, Lit, 2024. Prefazione di Stefania Polvani.

La Medicina Narrativa come paradigma di un rapporto ‘denso’ tra curante e curato. Un rapporto capace di restituire alla ‘cura’ la pienezza e reciprocità dei suoi protagonisti: i curanti, coloro di cui si prendono cura, e gli altri che ruotano intorno a questa relazione a vario titolo e con distanze varie. […]

FRANCO MORETTI, Falso movimento. La svolta quantitativa nello studio della letteratura, Milano, nottetempo, 2022.

In apparenza un autocritica. In realtà una astuta apologia pro domo sua.
Moretti mette ancora una volta a confronto il close reading e il distant reading. Incontra le dicotomie consuete: morfologia vs storia, struttura vs narrazione, lungo periodo/trend vs evento, dato quantitativo vs (forse) ermeneutica., scienze della natura vs … vs ??? cosa???. Su tutto domina il problema della ‘forma’, visto come il punctum dell’azione artistica in generale e della letteratura in particolare. La distanza e la quantità avrebbero dovuto aiutare l’evidenza e l’emergenza della ‘forma’, ma pare che la ‘forma’ non stia volentieri al gioco e rimanga un trickster anarchico. […]

WALTER F. OTTO, Dioniso, Milano, Adelphi, 2024
MASSIMO FUSILLO, Il dio ibrido. Dioniso e le «Baccanti» nel Novecento, Bologna, Il Mulino, 2007

Ostinatamente, Dioniso rimane avvinghiato a noi. Troppo metamorfico per poter fare a meno del dono vitale delle sue molte forme nelle nostre esistenze razionali e disincantate.
Di Otto è uscito anni fa, sempre da Adelphi, Gli dei della Grecia (1929). Questo volumetto del 1933 sul dio folle ne prosegue la logica, le passioni e l’intenzione polemica. […]
Uno però da ricordare qui, anche se ‘vecchio’ (2007). Non di uno storico delle religioni, ma di un comparatista dalle forti competenze ‘classiche’. Massimo Fusillo affronta Dioniso dal punto di vista delle sue rappresentazioni nello spazio rivelatore del palcoscenico. Il “dio ibrido” di Fusillo si esprime nelle Baccanti e a teatro – o nei suoi equivalenti – trova la molteplicità proteiforme della sua identità. Il Dioniso euripideo è una contrazione aoristica di |Dioniso|, uno stenogramma del ‘mito’. Nel primo capitolo, è introdotto sulla scena del saggio come un sistema di polarità irriducibili: io/altro, maschile/ femminile, giovane/vecchio, nativo/stra-niero, umano/animale, umano/divino, dominato/dominante. Questo sistema di ossimori  […]

EVA CANTARELLA, Contro Antigone. O dell’egoismo sociale. Torino, Einaudi, 2024

Un pamphlet divertito e divertente. Antigone insopportabile narcisa presa da sé stessa e dalla affermazione di sé stessa. Come nel fondo tutti i narcisi, votata a un compiaciuto annientamento proprio e delle fondamenta della polis, illimitata contro il limite del nomos, «non ama nessuno […] il suo solo e vero amore è la morte», e il piacere martirologico di costringere altri a infliggergliela […]

di Massimo Canevacci –
– 2 Dicembre 2025

Inizio anni 90. Mio primo anno di insegnamento a Sociologia (Roma, La Sapienza). Tento di conoscere gli studenti con un modo ‘partecipante’ di fare lezione. Comprendo dopo un certo periodo di tempo che l’aula unisce – ma non unifica – costellazioni studentesche tra loro distanti se non indifferenti, che devono avere tutte la mia medesima attenzione cercando di controllare valori o simpatie.

La componente principale focalizza solo lo studio, passivamente o creativamente, con studenti catturati dalla volontà di conoscere le scienze sociali e antropologiche. Una sua minoranza partecipa alle mie escursioni extra moenia o ai miei seminari. Insomma un grande centro spostato a sinistra con moderazione, e piccole componenti silenziose di destra o senza idee precise.

Poi vi è – solida e strutturata – una parte ‘marxista’ con riferimenti vaghi verso i resti dell’Autonomia Operaia e con il fascino di Toni Negri per le sue tesi sull’operaio sociale.

Infine, e questa è per me la novità, una percentuale studentesca minima ma significativa, vivace nelle parole e ancor più nello stile (gesti, vestiti, tatuaggi, piercing), presente nelle discussioni a lezione e nella gestione autonoma della ‘Auletta’1. ‘Anarchica’, non nel senso di seguire le onde dei teorici dei decenni passati, ma perché – nella vita universitaria e, come capirò dopo, quotidiana  – rifiuta le regole dell’autorità, ascolta musiche o letture diverse dagli altri, ha un gergo o una fluidità comportamentale che mi stupiscono e mi incuriosiscono.

In questo contesto particolarmente vivace e plurale si affacciano le interzone. 

di IL CORPO –
– 29 Novembre 2025

La zona
Il fantasma cognitivo ed emozionale della ‘zona’ percorre in modo carsico le rappresentazioni della Metropoli e degli spazi ibridi di una comunità. « Eterotopia » di M. Foucault lo sintetizza bene in Le parole e le cose (Milano, 1966, pp. 7-8); confusa e banale invece la sua conferenza Des espaces autres (Tunisi 1967), ora in Dits et écrits, Paris 1994, v. IV, pp. 752-762). La ‘zona’ pervade la grande opera ‘metropolitana’ di Walter Benjamin: non la parola ma il suo senso e la sua aura. Ogni ‘passage’ in qualche modo si definisce come ‘zona’, anche se alcuni ‘capitoli’ dei suoi finti paralipomeni parigini si avvicinano con particolare forza a questa categoria: « Il flâneur », « La noia », « Baudelaire », « Prostituzione »… Cfr. I « Passages » di Parigi, « Opere complete », Torino 2000, v. IX.

Della ‘zona’ come entità e qualità postmoderna si è occupato spesso J. F. Lyotard.       […]

I piers
Tra la fine degli anni 80 e l’inizio dei 90. l’AIDS ha obliterato i piers. Morti quasi tutti i loro personaggi emblematici. Modificate le comunità marginali gay che si riconoscevano e conoscevano concretamente nei loro spazi. Stigmatizzate e represse molte delle modalità sessuali che i piers rivendicavano. Finite con fin troppo entusiasmo nella logica delle gallerie le espressioni artistiche dei sopravvissuti.

La riscoperta inizia verso il 2010       […]

di enricopozzi –
– 29 Novembre 2025

Z O N E

siamo andati per anni in giro per aree allora marginali di New York. Soho e dintorni, Lower Manhattan, lo East Village, i bordi di Chinatown, Bushwick, Green Point, Williamsburgh, 5Pointz ai confini
di Queens.
cercavamo la street art, non i murales da visita guidata. La street art stratificata dalla serendipity delle aggiunte di ciascuno, informe e creativamente caotica.
la gentrification la respingeva sempre più lontano. Cercando con pazienza si riusciva a trovare qualche angolo o muro o edificio ancora abbastanza abbandonato, degradato e inutile da meritarla. Parti che
ancora puzzavano.
i soldi e la legge&ordine di Randolph Giuliani stavano ripulendo New York, e la nostra memoria. La Village Voice ormai imitazione di sé stessa. Shepard Fairey che faceva le vetrine di Saks sulla Fifth

non ci accorgevamo che stavamo dimenticando.

nel 2012 la bella biografia di Cynthia Carr (ex-Village) su David Wojnarowicz e sulla marcia trionfante dell’AIDS. L’abbiamo letta quasi per caso – così si giustifica il lavoro dell’inconscio, credo –, ed è tornato tutto.

di Enrico Pozzi –
– 24 Ottobre 2025
Assemblea costitutiva a Roma, il 4-5 dicembre, Palazzo Barberini.
Negli stessi giorni, come risonanza dell’assemblea, il seminario di studi “L’immagine-Narciso”, in collaborazione con la Galleria Nazionale di Arte Antica, sempre a Palazzo Barberini.
Bellissima l’immagine che ‘invita’ al seminario: lo spaventoso e avido autismo di cui Narciso vive, con cui si difende e di cui muore. La riproduciamo sotto.
Secondo noi, da non perdere.
#culturavisuale #visualculture #antropologiavisuale #visualanthropology #rappresentazionisociali
Crediti: Night-Vision Goggles, 1974. “Staff Sgt. Johnny Jenkins of the Army, stationed at Fort Greely, Alaska,
wearing an early iteration of the military’s night-vision goggles in 1974.”
di IL CORPO –
– 25 Settembre 2025

La paranoia come modalità euristica, il discorso paranoico come struttura delle ideologie e la folie à plusieurs come dimensione costitutiva del sociale.

Di questo si parlerà in un incontro organizzato dalla rivista IL CORPO al Castello di Rocca Sinibalda il 26-28 settembre.

Incontro ristretto e ‘ibrido’ costruito sulla contaminazione tra approcci diversi praticata da partecipanti portatori ciascuno di approcci e modelli euristici a loro volta ‘ibridi’.

Su invito.

Qualche info sui contenuti dell’incontro: https://www.ilcorpo.com/diario-paranoico/un-appunto-di-lavoro-per-alcuni-workshop-residenziali-sul-discorso-paranoico/

di Massimo Canevacci –
– 15 Maggio 2024

Breve premessa indicativa

ll mio transitare su immagini-corpi attraversa esposizioni di
diverse tipologie, anche perché penso che il concetto classificatorio di
 tipologia sia entrato in crisi da tempo, per cui mi sembra opportuno 
mescolare frammenti iconici sulla base di un incerto o fragile indicatore: l’attrattore. Con questo concetto scivoloso e appiccicaticcio individuo la capacità attrattiva dell’occhio verso codici a forte o latente contenuto feticista che, nella mia previsione, possono anticipare tendenze
liberatorie del pensiero dicotomico fondato sulle repliche di soggetto-oggetto in direzione di un meta-feticismo oltrepassante le stanche repliche binarie o dualiste. Il colpo d’occhio, così caro all’estetica, diventa
 in antropologia corpo d’occhio . A tal fine seleziono una decina di immagini, tratte da un campionario variegato composto di arte, pubblicità,
cinema, merci, inserendole nelle mie fantasie antropologico-visuali.

1. OCCHIO LECCATO

All’inizio, Janine Antoni sull’occhio.

Il motivo è vedente e evidente:
la mia è un’ antropologia ottica che si plasma instancabilmente sulla potenza erotica e cognitiva dell’occhio. La pupilla deve esser umettata, o meglio, leccata da una lingua che non resiste alla forza dell’attrattore-occhio. Una lingua che, di conseguenza o necessità, si fa a sua volta attrattore che si insinua tra palpebre e ciglia per arrivare all’iride, centro mobile identificativo del soggetto e della sua estesa corporalità concentrata nella tenerezza molle della pupilla gustativa. La fissità dello sguardo che ne deriva è affine a quella dell’uscire-da-sé nel corso della relazione sessuale, con questa variazione: il sesso è genitale e l’eros è polimorfo. In questo senso, baciare l’interno dell’occhio si offre come una estensione illimitata dell’erotica possibile. Non solo. Si afferma nella visione dell’artista che il centro, o meglio, uno dei centri più sensibili e accesi, fissati , dell’umano si colloca nel flusso dell’ottica emanato dalla pupilla e baciato/leccato nell’iride.
L’opera di Janine Antoni si affaccia su alcuni autori che intorno al 1930 stavano – separati eppur connessi – affrontando con ‘ottiche’ diverse le storie dell’occhio . Qui ovviamente George Bataille è citato o evocato nel suo romanzo in cui il vero e ultimativo sacrificio sacrale dirige e affonda la pupilla nelle estreme cavità del corpo femminile, un tunnel non riproduttivo e proprio per questo generativo dell’estremo piacere; ed è noto come l’artista dadaista Hans Bellmer sia stato influenzato da questi eccessi e abbia a sua volta rappresentato nelle variazioni più corporalmente polimorfe di un’o ttica scatenata tra le pieghe di corpi dismembrati e riassemblati.
L’altro autore vicinissimo a Bataille eppure lontanissimo da lui è Walter Benjamin, che delinea un concetto esplosivo e contiguo alla storia dell’occhio: l’ incosciente ottico . Nel suo celebre saggio sull’aura, il berlinese scava nelle storie immaginate dal parigino, pur senza conoscerle, credo. Influenzato da Freud, egli “vede” che la riproducibilità tecnica di cinema e fotografia (e ora potremmo dire del digitale) espande lo spazio nel primo piano e il tempo col rallenti. In tal modo mostra tratti del corpo umano concentrati nel viso o nel movimento che prima erano inimmaginabili nell’arte auratica.
Si svela qualcosa di segreto per la prima volta nella storia sia dell’occhio che dell’umanità: le relazioni anzidette tra cervello e sguardo non sono e non saranno mai più del tutto simmetriche. Le capacità sessuali,

di andrea-pagnes –
– 9 Settembre 2023

Nei territori della tecnologia come in quelli della performance, si tentano letture di senso su futuri che non possediamo ancora perché devono ancora arrivare, o che forse sono già qui, ma non sono distribuiti in modo uniforme. Quando il discorso tecnologico confluisce nel pensiero pratico, le distinzioni tra realtà e performance si dissolvono. I concetti costitutivi per comprendere come l’innovazione tecnologica influenzi i soggetti e gli approcci alla performance vengono rinegoziati.

Performer come ORLAN, avvalendosi dell’implantologia e della chirurgia plastica, e Stelarc, con applicazioni prostetiche, nanotecnologie, incursioni nella robotica e scienza computazionale, danno un nuovo impulso alla performance art negli ultimi due decenni del XX secolo. Il medium non è più solo il messaggio (McLuhan). Diventa l’opera stessa nel momento in cui la tecnologia s’impossessa della carne per ritrasmetterla dal mondo esperienziale dell’artista a quello della realtà condivisa.

ORLAN, ovvero la reincarnazione

All’inizio degli anni 90, l’artista francese ORLAN compie un potente atto radicale sul proprio corpo per cambiare il suo aspetto fisico in modo permanente. Si sottopone a una serie di nove interventi di chirurgia estetica, trasmessi via satellite come una live-streaming performance, La Réincarnation de Sainte ORLAN (1990-1993).

Le reincarnazioni vanno lette come performance metamorfiche per ricreare il sé attraverso atti deliberati di alienazione e riposizionamento politico. L’artista usa il viso e il corpo come strumenti duttili per attivare un processo trasformativo di identità diasporica. Questo processo scuote le certezze comuni e contrasta una società repressiva che etichetta il comportamento dell’artista come controverso e trasgressivo nei confronti della normatività.

Trasmettendo telematicamente in tempo reale le sue operazioni chirurgiche, il viso di ORLAN risulta perturbante. Suscita ansia e disagio, ma anche sentimenti di empatia e alleanza. L’artista mette in atto un’operazione che confonde apparenza, presenza e manifestazione con l’abisso dell’esistenza umana. Lo esorcizza per consentire riflessioni più confortanti: l’atto artistico radicale è voltarsi e tornare con insistenza al bivio di partenza, per non ossificarsi in luoghi dove l’unica soluzione possibile è la progressiva auto-disintegrazione.

Ogni intervento chirurgico dell’artista francese sul suo viso 

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