Il fascicolo di Frontiere della Psicoanalisi sulla paranoia è una occasione perduta. Purtroppo.
La ‘cosa’ |paranoia| deborda impietosamente i confini in cui si cerca di contenerla. Modalità del pensiero. Forma dell’argomentazione. Trama di illimitate narrazioni. Modello di organizzazione sociale. Principio di cosmogonie, di religioni e di sacro che si crede ateo. Frame ideologico. Agente storico. Strumento politico. Ineguagliabile procedura di mobilitazione collettiva. Vettore operativo della fame di infliggere e subire sofferenza e morte. Assioma costitutivo di microrelazioni e di rapporti intimi. Matrice dinamica di emozioni, affetti, comportamenti, processi inconsci di individui e transindividuali. Struttura di percezioni che allucinano realtà. E quant’altro.
Affrontare questa ‘cosa’ dovrebbe chiamare simultaneamente a raccolta almeno alcune di queste prospettive, ciascuna con pari dignità. Non accade quasi mai. La |paranoia| rimane solo paranoia e perde la la sua domanda di senso complesso.
Questo accade anche alla paranoia di FRONTIERE. In apertura e qua e là, con cautela, si afferma l’attualità storica della paranoia, la sua pervasività. Addirittura le prime tre parole del fascicolo sono “La vita collettiva….”. Poteva essere il punto di partenza per chiedersi perché collettiva, perché ora, perché qui, perché nella “modernità”. O meglio: solo ora? solo qui? solo nella “modernità”? Si sarebbe forse anche potuto intuire che no, la paranoia non è un male della “modernità”, ma accompagna in modo tenace tutti i sistemi sociali piccoli e grandi, tutte le culture, da sempre. Magari chiedendosi a quel punto se la cosiddetta paranoia non è costitutiva del sociale in quanto tale, presiede ogni aggregato possibile ed è insediata al cuore di ogni identità (individuale, collettiva) per consentirla e tentare di renderla marmorea. Questo i sociologi lo sanno da sempre – anche se non usano la parola paranoia. Come lo sanno i teorici e filosofi della polis, quando in un modo o nell’altro costruiscono ogni polis contro un Nemico e dentro le Mura. E questo dovrebbe saperlo anche chi prudentemente si occupa di individui, cioè di entità sociali contenute dentro un’unica pelle, ma non per questo meno costruite dalle dinamiche interne tipiche di una polis.
La polis come via regia agli spessori contorti dei processi psichici individuali, consci o inconsci che siano. «L’anatomia dell’uomo è una chiave per l’anatomia della scimmia» (Marx, nei Grundrisse), ovvero l’apparentemente più complesso spiega l’apparentemente più semplice. Oppure sempre il Marx della VIa Glossa su Feuerbach: «Aber das Menschenwesen […] in seiner Wirklichkeit ist es das Ensemble der gesellschaftlichen Verhältnisse.» Oppure, per essere più fedeli al talmud di una delle mie corporazioni, i primi paragrafi della Massenpsychologie di Freud, con tra l’altro la dirompente affermazione: «la psicologia individuale è anche, fin dall’inizio, psicologia sociale». Una frase di cui la grande maggioranza degli psicoanalisti seri che conosco e leggo sembra proprio non saper che farsene.
FRONTIERE sarebbe potuta partire da qui, incrociando per strada la sociologia, la psicologia sociale, la logica e l’epistemologia, le scienze della politica, la semiotica e l’analisi del discorso. Avrebbe incontrato i labirinti epistemologici delle “folies raisonnantes” di P. Sérieux e J. Capgras, sarebbe sprofondata nelle spire della folie à deux e dell’eventualità che il sociale sia sempre una più o meno dolce/allucinata folie à plusieurs, una organizzazione delirante, come ha scritto a modo suo un antipsicologico padre fondatore della sociologia, Durkheim. Ancora: avrebbe dovuto fare i conti con il discorso paranoide di Hofstadter (qui citato un paio di volte senza risonanze), con l’in-group/out-group di Sumner e tanti altri, con il Nemico di Schmitt, con la comunità pseudo-paranoica di Cameron, oppure con psicoanalisti ‘disordinati’ come Money-Kyrle o come il kleiniano-per-sbaglio Elliott Jaques di Social Systems as Defence Against Persecutory and Depressive Anxiety (dove nella traduzione italiana in Nuove vie della psicoanalisi anxiety/angoscia diventa un ben più pacioso ansia). E neanche un attacco&fuga di marca Bion…
No. Un semplice fascicolo di una rivista non poteva percorrere tutto questo. Forse. Poteva però far ‘sentire’ questa eccedenza e irriducibilità trasformandola magari in una domanda di fondo sulla natura del suo oggetto.
Spontaneamente i curatori hanno preferito le strade più sicure. La prospettiva grosso modo ‘clinica’, l’individuo, le dinamiche psichiche individuali, il grande paranoico come punto di vista forte e garantito , l’attivatore e non l’epifenomeno di grandi narrazioni, di eventi e di catastrofi storiche. Rousseau. Hitler. Stalin. Oppure l’ancora più tranquillo album di famiglia lacanian/freudiano: l’immancabile Aimée, Schreber, le benemerite sorelle Papin.
Con risultati spesso poco fertili, e a volte francamente banali.
Lo scritto di Maurizio Balsamo su Rousseau si pone il problema del passaggio dalla biografia e dal contesto all’opera (il testo), ma non sembra avere gli strumenti teorici per gestirlo, per es. l’universale-singolare sartriano, il va-et-vient e il suo corpo-a-corpo con l’impossibilità della biografia. E tuttavia il suo saggio è il più bello del fascicolo: denso, immerso tra la trasparenza e l’ostacolo, e capace di far vivere in anamorfosi anche la comunità pseudo-paranoica vera e allucinata che circondava Jean-Jacques.
Seguono alcune esercitazioni di scuola, tutte nella sezione Il campo psicoanalitico, il che dovrebbe farci riflettere sul suddetto campo. Izcovich muove da Aimée a Schreber, e prevedibilmente incontra e verifica Lacan. Me l’aspettavo. Lucia Bonifati preferisce il modello della narrazione densa, dove il ‘racconto’ delle Papin è anche teoria: un approccio che mi piace molto, se però produce domande sulla ‘teoria’ e non disperde nell’evento una teoria evanescente e senza tensione euristica. Come caso clinico di folie à deux/plusieurs è interessante, tuttavia Lasègue&Falret, Dumas, de Clérambault, in parte P. Sérieux e J. Capgras, e altri ancora ci hanno trasmesso situazioni meno mediatiche ma ben più fertili e fertilmente raccontate. La dialettica diade/triade può portare ben oltre, e qui lo Simmel della Soziologie (1908) avrebbe dato molto. Aggiungo: più Genet per favore, e meno Lacan. Ironicamente…
Ci aspettano al varco i grandi massacratori, i paranoici garantiti per ovvietà storica. Angelo Villa si dedica a Stalin/Koba. Una compilazione onesta. Cita quelli che bisogna citare, da Souvarine a Conquest, da N. Werth a Medvedev, recupera un Martin Amis troppo dimenticato, cerca di rovinare tutto infilandoci dentro anche il vuoto mattone di Zoja. Gradevole da leggere, ma della paranoia come trama strutturante e consensuale di un intero periodo storico della società sovietica non dice e fa capire nulla. A dire il vero, sembra proprio che non si sia neanche posto il problema.
A Recalcati spetta Hitler (ubi maior…). Scritto bene, denso. Propone una ipotesi teorica sull’intreccio malinconia/paranoia già accennata in un suo lontano saggio nel volume Paranoia e politica ( a cura di S. Forti e M. Revelli, 2007). Non condivido l’ipotesi. Nei miei teorico-pratici percorsi psicoanalitici, non vedo il presunto contrasto tra depressione e elaborazione paranoidea. Trovo il loro amalgama e coinerenza, dove l’una e l’altra si rilanciano senza tregua in una danse macabre che nelle psicosi non trova limiti. Ma qui il problema è un altro. In che modo Hitler è diventato la Germania e la Germania è diventata Hitler? Quali forme e processi sociali della paranoia hanno richiesto – inventato – Hitler come loro indispensabile catalizzatore e presunto demiurgo? In altri termini, quale sociale intensamente paranoico ha preteso un capo grande-paranoico dandogli la vita del proprio consenso? Non c’è traccia di questa domanda in Recalcati. Non c’è neanche traccia di un qualche modello del capo carismatico – Bion? magari anche Weber? – che avrebbe potuto costringerlo a porsela. Di fronte all’ampiezza di una tragedia storico-sociale, rimaniamo serrati nei confini poveri di un individuo e della sua ‘clinica’. C’è ben più verità sulla paranoia e sul sociale come folie à plusieurs paranoica in Money Kyrle che assiste in Germania ai rituali nazisti, ascolta Goebbels e Hitler, e descrive l’uso istintivo, dunque potentissimo, dell’alternarsi incrociato della depressione e della paranoia. Oppure nel già citato Elliott Jaques. O persino nel W. Reich della Massenpsychologie des Faschismus 1a ed. O ancora nel Thewelheit delle Männerphantasien (1977). Ecc.
A questo primo gruppo di articoli segue un movimento errabondo. FRONTIERE non adotta una qualche definizione operativa di |paranoia| come frame. Comprensibile: da ben oltre 100 anni la storia della paranoia come categoria ‘clinica’ è un labirinto ingovernabile di differenze, ricollocamenti, incertezze nosografiche, descrizioni mutevoli, sintomatologie fluide, eziologie disperate o oracolari ma sempre contraddittorie. Valga per tutti Carlo Maci, «Lineamenti storici del concetto di paranoia». in B. Callieri&C.Maci, Paranoia.Passione e ragione, Roma 2008. Così da uno scritto all’altro nella rivista coesistono |paranoia| molto diverse. Senso comune variamente declinato, diverse corporazioni d’appartenenza, o aree culturali, o ‘scuole’, o modelli ‘scientifici’, o teorie della storia, o assonanze semantiche, o ideologie, o visioni del mondo e definizioni implicite del Male. Sembra che si parli della stessa ‘cosa’, ma non è vero e a volte ci si chiede di ‘cosa’ si sta parlando.
Questa vaghezza a volte è feconda, quasi un contrappunto alla funzione marmorea della paranoia. Per es. Gazzolo sulla Legge, soprattutto per il paragrafo Voce. Qualche pagina di Baldi all’interno di Letteratura e paranoia. Alcuni paragrafi di Alenka Zupančič, l’intervento più ‘politico’, quando descrive la dinamica folla/capo. In altri momenti ci si annoia. Il “crimine adolescenziale!” di Grimoldi classifica e compila, ma senza idee, tutto sulla verticale di quello che descrive. Adorno sprofonda inutilmente in Foucault e Lacan alle spalle del povero Rivière senza aggiungere nulla. Anna Montebugnoli si fa rapire dall’avvoltoio/nibbio e dintorni del Leonardo di Freud, e vi si perde. E noi, appena sopravvissuti alle Révélations de l’inachèvement di Green, la lasciamo volentieri perdersi. Benincasa compila la presenza della paranoia (come la intende lui: il senso comune) in qualche segmento della storia del cinema, dice cose ovvie percorrendo le ovvietà ‘paranoiche’ delle trame, e non pone l’unica domanda interessante qui: cosa nel dispositivo e nello specifico filmico è congruo con la paranoia, come e perché la paranoia abita volentieri il suo linguaggio, forse per una corrispondenza epistemica fin troppo intima, quali sono le sue sintassi, i suoi molti sintagmi. De Chirico non sopravvive alla esercitazione di Canova, anche se per un attimo la menzione iniziale del metodo paranoico-critico di Dalì mi aveva fatto sperare. La carne di Samorì mi ha fatto solo desiderare gli Azionisti viennesi, anche se le prime due righe di Rossana Lista in apertura avevano aperto speranze a largo raggio: «Questo numero di Frontiere della psicoanalisi è dedicato alla paranoia, che in senso lacaniano non si riduce a una patologia ma si configura come una struttura epistemica». Cioè proprio ciò che in questo numero non avviene… Ma sull’altro intervento di Lista, L’après coup, tornerò nei prossimi giorni.
Ho lasciato per ultimo il bel saggio di Monica Centanni sull’ethos di Eteocle nei Sette contro Tebe. Avevo letto anni addietro Configurazioni mitiche della paranoia dell’etnologa Laura Faranda (in Callieri&Maci, cit., 2008). Centanni non si distrae. Aiutata da un uso astuto di ethos, colloca d’emblée la ‘paranoia’ nel campo della razionalità. La cosiddetta paranoia è un processo che ha a che fare con la ragione, con il suo funzionamento e i suoi percorsi. Ben sapendo che – il giovane Marx dixit – «La ragione è presso di sé nella non-ragione in quanto non-ragione» (Manoscritti del ’44). La ‘paranoia’, cioè la modalità paranoica del pensiero, sta al centro del pensiero razionale come suo punto cieco e momento di verità. Non è una distorsione della ragione ma un suo nucleo puro e un suo punto di fuga. Non è estranea alla ragione, ma la abita come sua ombra. Un compagno silenzioso e segreto, finché non esplode nella storia, nella società e nella mente. Ancora Marx: «La ragione è sempre esistita, ma non sempre nella forma razionale» (Lettera a Ruge, Kreutznach, settembre 1843).
L’indifferenza ‘clinica’ di Monica Centanni chiarisce cosa manca in questo fascicolo, il suo limite profondo al di là delle singole varianti di contenuto. Manca la paranoia come modalità non razione&razionale della mente. Non c’è, e neanche viene accennata come mancanza, una epistemologia, una logica, una sintassi, una filosofia della paranoia come supremo ancorché distorto eppure efficacissimo atto di conoscenza. E neanche c’è l’ethos di Eteocle, che avrebbe riportato la dimensione sociale/storica/politica della ragione paranoica al centro della ragione, e della paranoia. E allora ci si rattrappisce dove si può, nei luoghi confortevoli della mente (psicoanalitica). A volte sono anche carini e scintillanti, ma sono pur sempre corazze così strette. Quasi soffocanti.
Peccato.
PS Una piccola aggiunta. E la paranoia nella storia della psicoanalisi e delle società psicoanalitiche di varia matrice e nazionalità? E la paranoia come dimensione emotiva e procedura euristica nelle relazioni analitiche? Ci sarebbe stato bene. Frontiere, per l’appunto.
