Inizio anni 90. Mio primo anno di insegnamento a Sociologia (Roma, La Sapienza). Tento di conoscere gli studenti con un modo ‘partecipante’ di fare lezione. Comprendo dopo un certo periodo di tempo che l’aula unisce – ma non unifica – costellazioni studentesche tra loro distanti se non indifferenti, che devono avere tutte la mia medesima attenzione cercando di controllare valori o simpatie.
La componente principale focalizza solo lo studio, passivamente o creativamente, con studenti catturati dalla volontà di conoscere le scienze sociali e antropologiche. Una sua minoranza partecipa alle mie escursioni extra moenia o ai miei seminari. Insomma un grande centro spostato a sinistra con moderazione, e piccole componenti silenziose di destra o senza idee precise.
Poi vi è – solida e strutturata – una parte ‘marxista’ con riferimenti vaghi verso i resti dell’Autonomia Operaia e con il fascino di Toni Negri per le sue tesi sull’operaio sociale.
Infine, e questa è per me la novità, una percentuale studentesca minima ma significativa, vivace nelle parole e ancor più nello stile (gesti, vestiti, tatuaggi, piercing), presente nelle discussioni a lezione e nella gestione autonoma della ‘Auletta’1. ‘Anarchica’, non nel senso di seguire le onde dei teorici dei decenni passati, ma perché – nella vita universitaria e, come capirò dopo, quotidiana – rifiuta le regole dell’autorità, ascolta musiche o letture diverse dagli altri, ha un gergo o una fluidità comportamentale che mi stupiscono e mi incuriosiscono.
In questo contesto particolarmente vivace e plurale si affacciano le interzone.
Il Rimbaud Pierrot lunaire di Wojnarowicz si muove per Manhattan come una grande Zona, prolungamento metropolitano dei piers. Un Pierrot lunaire malinconico e trasgressivo, un flâneur della solitudine, del cruising e del degrado.
106 anni prima, Rimbaud vive a Londra la sua Zona. Con Verlaine qua e là, tra intermittenze e distanze. Arrangiandosi in vari modi, vivendo in quartieri spesso derelitti, ospite e ospiti di fuggitivi dalla Comune, tra sesso, assenzio, liti violente, abbandoni precipitosi, richieste di soldi. Inseguiti dalle famiglie.Verlaine da una moglie che lo rivuole indietro e alla fine si rassegna a chiedere un divorzio per sodomia. Rimbaud da una madre e una sorella che sanno? non sanno? sono complici? lo ricattano con i soldi che gli servono per sopravvivere?
Madre e sorella che lo raggiungono a Londra. Ecco allora l’altro Rimbaud, il figlio rispettoso, il fratello che introduce alla metropoli bella e grandiosa, e la fa scoprire alle due donne. Amorevolmente, così sembra dal diario e dalle lettere che la sorella Vitalie scrive all’altra sorella Isabelle. Non più il flâneur ma il turista di provincia. Accompagnatore e guida ragionevole e banale: il Parlamento, Saint Paul, i palazzi, il British Museum, i parchi, i militari con le loro belle uniformi, le folle, parole e emozioni dolciastre. Solo ogni tanto traspare la sofferenza della madre. Perché la Zona è sempre lì. Non perdona e non lascia andare. La Saison en enfer, la Vierge folle, il drôle de ménage. Fughe, miseria. Verlaine che fugge via. Bruxelles. Il colpo di pistola. Verlaine condannato a due anni di reclusione, non per la ferita a Rimbaud, che non lo denuncia, ma per sodomia.
Spetta ai periti medici del Tribunale di Bruxelles di trovare e misura-re nel corpo di Verlaine la presenza della Zona nella modalità del queer, la traccia della ‘pederastia’.
Ecco la loro Relazione, che cerca di decifrare e ridurre a ragione e misura la Zona. Qui, l’ano.
Con il Giudice Istruttore t’Serstevens agente ultimo della Città cartesiana che abbatte la sua luce sulle pieghe ombrose della Zona. […]
RESOCONTO DELL’ESAME CORPORALE DI VERLAINE
Noi sottoscritti, V. Vlemickx e Ch. Semal, dottori in medicina, ecc, a Bruxelles, abbiamo ricevuto dal giudice d’istruzione sig. t’Serstevens la richiesta di procedere all’esame corporale di Paul Verlaine, uomo di lettere nato a Metz, detenuto nella prigione di questa città, per constatare se presenta le tracce di abitudini pederastiche.
Il 20 ottobre 1854, 171 anni fa, nasceva a Charleville Arthur Rimbaud.
Su di lui parole tutte consumate. Il Voyant, il « poète maudit », l’addio definitivo alla poesia a 20 anni, i molti mestieri in giro per il mondo, il mercante d’armi e d’altro in Africa, le lettere alla famiglia, la morte a 35 anni ecc ecc: tutto il falpalà eroico-negativo che rassicura i filistei e regala i sogni di altre identità agli impiegati della mente, quelli con « la carnagione moralmente rosa » (Kracauer). Allora meglio il diciottenne in fuga a Londra con Paul Verlaine (che per lui lascia la moglie). Sopravvivono rifugiati in stamberghe, e quando va bene nelle case degli esuli della Comune di Parigi. Si amano, si odiano, si feriscono a rivoltellate: una « Saison en enfer ». Ironicamente, dimentichiamo i battelli ebbri, le vocali e le illuminazioni. Dedichiamoci all’Album Zutique, agli Stupra, al Sonnet du Trou du Cul: roba seria, parola antiestetica che viene dal profondo del corpo, e dunque iperestetica.
Il più intenso monumento a Rimbaud che io conosca lo ha costruito David Wojnarowicz.
Nasce a Red Banks, New Jersey, 1954. Infanzia disastrata. Adolescente, fugge e ritrova la madre a New York. Vive dove capita a Manhattan. Giovanissimo, prostituto attivo per qualche anno a Times Square. Poi via via artista multimediale, poeta, musicante, performer, fotografo, graffitaro nelle aree del cruising sui piers e nei capannoni abbandonati della East River. Protagonista artistico emergente del Lower East Side fine anni 70-anni 80, di quando New York per fortuna puzzava e le zone che puzzavano erano ben vive. […]
Tra il 1978 e il 1979, a 24 anni, il suo progetto Rimbaud. Wojnarowicz prende la celebre foto di Carjat a Rimbaud diciassettenne, ne fa una maschera di carta, la indossa, la fa indossare ad amici, e fotografa. Rimbaud, «l’homme aux semelles de vent» come lo aveva definito Verlaine, percorreva senza sosta, spesso a piedi, l’Europa, poi l’Africa. Il Rimbaud di Wojnarowicz è un flâneur newyorchese. Percorre la Metropoli per eccellenza, l’unica vera Metropoli
La zona
Il fantasma cognitivo ed emozionale della ‘zona’ percorre in modo carsico le rappresentazioni della Metropoli e degli spazi ibridi di una comunità. « Eterotopia » di M. Foucault lo sintetizza bene in Le parole e le cose (Milano, 1966, pp. 7-8); confusa e banale invece la sua conferenza Des espaces autres (Tunisi 1967), ora in Dits et écrits, Paris 1994, v. IV, pp. 752-762). La ‘zona’ pervade la grande opera ‘metropolitana’ di Walter Benjamin: non la parola ma il suo senso e la sua aura. Ogni ‘passage’ in qualche modo si definisce come ‘zona’, anche se alcuni ‘capitoli’ dei suoi finti paralipomeni parigini si avvicinano con particolare forza a questa categoria: « Il flâneur », « La noia », « Baudelaire », « Prostituzione »… Cfr. I « Passages » di Parigi, « Opere complete », Torino 2000, v. IX.
Della ‘zona’ come entità e qualità postmoderna si è occupato spesso J. F. Lyotard. […]
I piers
Tra la fine degli anni 80 e l’inizio dei 90. l’AIDS ha obliterato i piers. Morti quasi tutti i loro personaggi emblematici. Modificate le comunità marginali gay che si riconoscevano e conoscevano concretamente nei loro spazi. Stigmatizzate e represse molte delle modalità sessuali che i piers rivendicavano. Finite con fin troppo entusiasmo nella logica delle gallerie le espressioni artistiche dei sopravvissuti.
La riscoperta inizia verso il 2010 […]