Il Rimbaud Pierrot lunaire di Wojnarowicz si muove per Manhattan come una grande Zona, prolungamento metropolitano dei piers. Un Pierrot lunaire malinconico e trasgressivo, un flâneur della solitudine, del cruising e del degrado.
106 anni prima, Rimbaud vive a Londra la sua Zona. Con Verlaine qua e là, tra intermittenze e distanze. Arrangiandosi in vari modi, vivendo in quartieri spesso derelitti, ospite e ospiti di fuggitivi dalla Comune, tra sesso, assenzio, liti violente, abbandoni precipitosi, richieste di soldi. Inseguiti dalle famiglie.Verlaine da una moglie che lo rivuole indietro e alla fine si rassegna a chiedere un divorzio per sodomia. Rimbaud da una madre e una sorella che sanno? non sanno? sono complici? lo ricattano con i soldi che gli servono per sopravvivere?
Madre e sorella che lo raggiungono a Londra. Ecco allora l’altro Rimbaud, il figlio rispettoso, il fratello che introduce alla metropoli bella e grandiosa, e la fa scoprire alle due donne. Amorevolmente, così sembra dal diario e dalle lettere che la sorella Vitalie scrive all’altra sorella Isabelle. Non più il flâneur ma il turista di provincia. Accompagnatore e guida ragionevole e banale: il Parlamento, Saint Paul, i palazzi, il British Museum, i parchi, i militari con le loro belle uniformi, le folle, parole e emozioni dolciastre. Solo ogni tanto traspare la sofferenza della madre. Perché la Zona è sempre lì. Non perdona e non lascia andare. La Saison en enfer, la Vierge folle, il drôle de ménage. Fughe, miseria. Verlaine che fugge via. Bruxelles. Il colpo di pistola. Verlaine condannato a due anni di reclusione, non per la ferita a Rimbaud, che non lo denuncia, ma per sodomia.
Spetta ai periti medici del Tribunale di Bruxelles di trovare e misura-re nel corpo di Verlaine la presenza della Zona nella modalità del queer, la traccia della ‘pederastia’.
Ecco la loro Relazione, che cerca di decifrare e ridurre a ragione e misura la Zona. Qui, l’ano.
Con il Giudice Istruttore t’Serstevens agente ultimo della Città cartesiana che abbatte la sua luce sulle pieghe ombrose della Zona. […]
RESOCONTO DELL’ESAME CORPORALE DI VERLAINE
Noi sottoscritti, V. Vlemickx e Ch. Semal, dottori in medicina, ecc, a Bruxelles, abbiamo ricevuto dal giudice d’istruzione sig. t’Serstevens la richiesta di procedere all’esame corporale di Paul Verlaine, uomo di lettere nato a Metz, detenuto nella prigione di questa città, per constatare se presenta le tracce di abitudini pederastiche.
Il 20 ottobre 1854, 171 anni fa, nasceva a Charleville Arthur Rimbaud.
Su di lui parole tutte consumate. Il Voyant, il « poète maudit », l’addio definitivo alla poesia a 20 anni, i molti mestieri in giro per il mondo, il mercante d’armi e d’altro in Africa, le lettere alla famiglia, la morte a 35 anni ecc ecc: tutto il falpalà eroico-negativo che rassicura i filistei e regala i sogni di altre identità agli impiegati della mente, quelli con « la carnagione moralmente rosa » (Kracauer). Allora meglio il diciottenne in fuga a Londra con Paul Verlaine (che per lui lascia la moglie). Sopravvivono rifugiati in stamberghe, e quando va bene nelle case degli esuli della Comune di Parigi. Si amano, si odiano, si feriscono a rivoltellate: una « Saison en enfer ». Ironicamente, dimentichiamo i battelli ebbri, le vocali e le illuminazioni. Dedichiamoci all’Album Zutique, agli Stupra, al Sonnet du Trou du Cul: roba seria, parola antiestetica che viene dal profondo del corpo, e dunque iperestetica.
Il più intenso monumento a Rimbaud che io conosca lo ha costruito David Wojnarowicz.
Nasce a Red Banks, New Jersey, 1954. Infanzia disastrata. Adolescente, fugge e ritrova la madre a New York. Vive dove capita a Manhattan. Giovanissimo, prostituto attivo per qualche anno a Times Square. Poi via via artista multimediale, poeta, musicante, performer, fotografo, graffitaro nelle aree del cruising sui piers e nei capannoni abbandonati della East River. Protagonista artistico emergente del Lower East Side fine anni 70-anni 80, di quando New York per fortuna puzzava e le zone che puzzavano erano ben vive. […]
Tra il 1978 e il 1979, a 24 anni, il suo progetto Rimbaud. Wojnarowicz prende la celebre foto di Carjat a Rimbaud diciassettenne, ne fa una maschera di carta, la indossa, la fa indossare ad amici, e fotografa. Rimbaud, «l’homme aux semelles de vent» come lo aveva definito Verlaine, percorreva senza sosta, spesso a piedi, l’Europa, poi l’Africa. Il Rimbaud di Wojnarowicz è un flâneur newyorchese. Percorre la Metropoli per eccellenza, l’unica vera Metropoli
La zona
Il fantasma cognitivo ed emozionale della ‘zona’ percorre in modo carsico le rappresentazioni della Metropoli e degli spazi ibridi di una comunità. « Eterotopia » di M. Foucault lo sintetizza bene in Le parole e le cose (Milano, 1966, pp. 7-8); confusa e banale invece la sua conferenza Des espaces autres (Tunisi 1967), ora in Dits et écrits, Paris 1994, v. IV, pp. 752-762). La ‘zona’ pervade la grande opera ‘metropolitana’ di Walter Benjamin: non la parola ma il suo senso e la sua aura. Ogni ‘passage’ in qualche modo si definisce come ‘zona’, anche se alcuni ‘capitoli’ dei suoi finti paralipomeni parigini si avvicinano con particolare forza a questa categoria: « Il flâneur », « La noia », « Baudelaire », « Prostituzione »… Cfr. I « Passages » di Parigi, « Opere complete », Torino 2000, v. IX.
Della ‘zona’ come entità e qualità postmoderna si è occupato spesso J. F. Lyotard. […]
I piers
Tra la fine degli anni 80 e l’inizio dei 90. l’AIDS ha obliterato i piers. Morti quasi tutti i loro personaggi emblematici. Modificate le comunità marginali gay che si riconoscevano e conoscevano concretamente nei loro spazi. Stigmatizzate e represse molte delle modalità sessuali che i piers rivendicavano. Finite con fin troppo entusiasmo nella logica delle gallerie le espressioni artistiche dei sopravvissuti.
La riscoperta inizia verso il 2010 […]
….thirty-five, fifty, a hundred all-but-strangers hugely ordered, highly social, attentive, silent, and grounded in a certain care, if not community. At those times, within those van-walled alleys, now between the trucks, now in the back of open loaders, cock passed from mouth to mouth to hand to ass to mouth without ever breaking contact with other flesh for more than seconds….It was engrossing; it was exhausting;
Dunque New York puzzava. Non dappertutto e non con la stessa forza. Puzzava a macchie, stabile, densa e calda qua e là. Altrove solo alito intermittente, un richiamo improvviso del ventre al ventre che irrompeva a tradimento nella purezza igienica del cemento e del vetro. Questo negli anni 60 e 70, prima che il corpo della puttana sfatta venisse ridotto a ragione, all’inodore dei “frozen desires” disincarnati nel denaro, nella disciplina dei corpi e nell’imprigionamento “tolleranza zero” del crimen-merda, come da etimologia.
Il vertice della puzza stava nella Zona. Vari spazi di New York erano delegati ad attrarre con la puzza e a gestire la puzza. Alcuni erano piccoli luoghi simbolici disseminati per comunità ristrette, come la Factory di Warhol e le sue molte varianti. Altri erano schegge di quartieri, come il rettangolo 40a-44a Strada a Times Square. Solo uno era in modo pieno e esemplare la Zona: la striscia dei Piers, i moli abbandonati lungo la punta di Manhattan, sullo Hudson e sulla East River. […]
Nella sua rappresentazione estrema, la Zona è il luogo geometrico dell’Eros illimitato e il luogo sociale dell’orgia. Qui trova spazio tutto ciò che là fuori, nel nomos, non è consentito. Qui il corpo può vivere una sua libertà oniroide, l’adulto può mettere in scena il suo bambino «polimorfo perverso», il desiderio può seguire percorsi proibiti, negati, insoliti, e talvolta fino all’ingresso nella Zona neanche sognati.
Per due decenni, tra il 1960 e il 1980, i Pier sono la Zona di Manhattan, e di molta New York. Situati verso la punta dell’isola
siamo andati per anni in giro per aree allora marginali di New York. Soho e dintorni, Lower Manhattan, lo East Village, i bordi di Chinatown, Bushwick, Green Point, Williamsburgh, 5Pointz ai confini
di Queens.
cercavamo la street art, non i murales da visita guidata. La street art stratificata dalla serendipity delle aggiunte di ciascuno, informe e creativamente caotica.
la gentrification la respingeva sempre più lontano. Cercando con pazienza si riusciva a trovare qualche angolo o muro o edificio ancora abbastanza abbandonato, degradato e inutile da meritarla. Parti che
ancora puzzavano.
i soldi e la legge&ordine di Randolph Giuliani stavano ripulendo New York, e la nostra memoria. La Village Voice ormai imitazione di sé stessa. Shepard Fairey che faceva le vetrine di Saks sulla Fifth
non ci accorgevamo che stavamo dimenticando.
nel 2012 la bella biografia di Cynthia Carr (ex-Village) su David Wojnarowicz e sulla marcia trionfante dell’AIDS. L’abbiamo letta quasi per caso – così si giustifica il lavoro dell’inconscio, credo –, ed è tornato tutto.