Il 20 ottobre 1854, 171 anni fa, nasceva a Charleville Arthur Rimbaud.
Su di lui parole tutte consumate. Il Voyant, il « poète maudit », l’addio definitivo alla poesia a 20 anni, i molti mestieri in giro per il mondo, il mercante d’armi e d’altro in Africa, le lettere alla famiglia, la morte a 35 anni ecc ecc: tutto il falpalà eroico-negativo che rassicura i filistei e regala i sogni di altre identità agli impiegati della mente, quelli con « la carnagione moralmente rosa » (Kracauer). Allora meglio il diciottenne in fuga a Londra con Paul Verlaine (che per lui lascia la moglie). Sopravvivono rifugiati in stamberghe, e quando va bene nelle case degli esuli della Comune di Parigi. Si amano, si odiano, si feriscono a rivoltellate: una « Saison en enfer ». Ironicamente, dimentichiamo i battelli ebbri, le vocali e le illuminazioni. Dedichiamoci all’Album Zutique, agli Stupra, al Sonnet du Trou du Cul: roba seria, parola antiestetica che viene dal profondo del corpo, e dunque iperestetica.
Il più intenso monumento a Rimbaud che io conosca lo ha costruito David Wojnarowicz.
Nasce a Red Banks, New Jersey, 1954. Infanzia disastrata. Adolescente, fugge e ritrova la madre a New York. Vive dove capita a Manhattan. Giovanissimo, prostituto attivo per qualche anno a Times Square. Poi via via artista multimediale, poeta, musicante, performer, fotografo, graffitaro nelle aree del cruising sui piers e nei capannoni abbandonati della East River. Protagonista artistico emergente del Lower East Side fine anni 70-anni 80, di quando New York per fortuna puzzava e le zone che puzzavano erano ben vive. […]
Tra il 1978 e il 1979, a 24 anni, il suo progetto Rimbaud. Wojnarowicz prende la celebre foto di Carjat a Rimbaud diciassettenne, ne fa una maschera di carta, la indossa, la fa indossare ad amici, e fotografa. Rimbaud, «l’homme aux semelles de vent» come lo aveva definito Verlaine, percorreva senza sosta, spesso a piedi, l’Europa, poi l’Africa. Il Rimbaud di Wojnarowicz è un flâneur newyorchese. Percorre la Metropoli per eccellenza, l’unica vera Metropoli
….thirty-five, fifty, a hundred all-but-strangers hugely ordered, highly social, attentive, silent, and grounded in a certain care, if not community. At those times, within those van-walled alleys, now between the trucks, now in the back of open loaders, cock passed from mouth to mouth to hand to ass to mouth without ever breaking contact with other flesh for more than seconds….It was engrossing; it was exhausting;
siamo andati per anni in giro per aree allora marginali di New York. Soho e dintorni, Lower Manhattan, lo East Village, i bordi di Chinatown, Bushwick, Green Point, Williamsburgh, 5Pointz ai confini
di Queens.
cercavamo la street art, non i murales da visita guidata. La street art stratificata dalla serendipity delle aggiunte di ciascuno, informe e creativamente caotica.
la gentrification la respingeva sempre più lontano. Cercando con pazienza si riusciva a trovare qualche angolo o muro o edificio ancora abbastanza abbandonato, degradato e inutile da meritarla. Parti che
ancora puzzavano.
i soldi e la legge&ordine di Randolph Giuliani stavano ripulendo New York, e la nostra memoria. La Village Voice ormai imitazione di sé stessa. Shepard Fairey che faceva le vetrine di Saks sulla Fifth
non ci accorgevamo che stavamo dimenticando.
nel 2012 la bella biografia di Cynthia Carr (ex-Village) su David Wojnarowicz e sulla marcia trionfante dell’AIDS. L’abbiamo letta quasi per caso – così si giustifica il lavoro dell’inconscio, credo –, ed è tornato tutto.
Da alcuni anni, le immagini spesso intrecciate di Che Guevara e Mussolini hanno invaso gli spazi classici della street art a Manhattan e a Brooklyn: Wooster Street, la Bowery, Williamsburg, Green Point …