siamo andati per anni in giro per aree allora marginali di New York. Soho e dintorni, Lower Manhattan, lo East Village, i bordi di Chinatown, Bushwick, Green Point, Williamsburgh, 5Pointz ai confini
di Queens.
cercavamo la street art, non i murales da visita guidata. La street art stratificata dalla serendipity delle aggiunte di ciascuno, informe e creativamente caotica.
la gentrification la respingeva sempre più lontano. Cercando con pazienza si riusciva a trovare qualche angolo o muro o edificio ancora abbastanza abbandonato, degradato e inutile da meritarla. Parti che
ancora puzzavano.
i soldi e la legge&ordine di Randolph Giuliani stavano ripulendo New York, e la nostra memoria. La Village Voice ormai imitazione di sé stessa. Shepard Fairey che faceva le vetrine di Saks sulla Fifth
non ci accorgevamo che stavamo dimenticando.
nel 2012 la bella biografia di Cynthia Carr (ex-Village) su David Wojnarowicz e sulla marcia trionfante dell’AIDS. L’abbiamo letta quasi per caso – così si giustifica il lavoro dell’inconscio, credo –, ed è tornato tutto.

La paranoia come modalità euristica, il discorso paranoico come struttura delle ideologie e la folie à plusieurs come dimensione costitutiva del sociale.
Di questo si parlerà in un incontro organizzato dalla rivista IL CORPO al Castello di Rocca Sinibalda il 26-28 settembre.
Incontro ristretto e ‘ibrido’ costruito sulla contaminazione tra approcci diversi praticata da partecipanti portatori ciascuno di approcci e modelli euristici a loro volta ‘ibridi’.
Su invito.
Qualche info sui contenuti dell’incontro: https://www.ilcorpo.com/diario-paranoico/un-appunto-di-lavoro-per-alcuni-workshop-residenziali-sul-discorso-paranoico/

Breve premessa indicativa
ll mio transitare su immagini-corpi attraversa esposizioni di diverse tipologie, anche perché penso che il concetto classificatorio di tipologia sia entrato in crisi da tempo, per cui mi sembra opportuno mescolare frammenti iconici sulla base di un incerto o fragile indicatore: l’attrattore. Con questo concetto scivoloso e appiccicaticcio individuo la capacità attrattiva dell’occhio verso codici a forte o latente contenuto feticista che, nella mia previsione, possono anticipare tendenze liberatorie del pensiero dicotomico fondato sulle repliche di soggetto-oggetto in direzione di un meta-feticismo oltrepassante le stanche repliche binarie o dualiste. Il colpo d’occhio, così caro all’estetica, diventa in antropologia corpo d’occhio . A tal fine seleziono una decina di immagini, tratte da un campionario variegato composto di arte, pubblicità, cinema, merci, inserendole nelle mie fantasie antropologico-visuali.
1. OCCHIO LECCATO
All’inizio, Janine Antoni sull’occhio.
Il motivo è vedente e evidente:
la mia è un’ antropologia ottica che si plasma instancabilmente sulla potenza erotica e cognitiva dell’occhio. La pupilla deve esser umettata, o meglio, leccata da una lingua che non resiste alla forza dell’attrattore-occhio. Una lingua che, di conseguenza o necessità, si fa a sua volta attrattore che si insinua tra palpebre e ciglia per arrivare all’iride, centro mobile identificativo del soggetto e della sua estesa corporalità concentrata nella tenerezza molle della pupilla gustativa. La fissità dello sguardo che ne deriva è affine a quella dell’uscire-da-sé nel corso della relazione sessuale, con questa variazione: il sesso è genitale e l’eros è polimorfo. In questo senso, baciare l’interno dell’occhio si offre come una estensione illimitata dell’erotica possibile. Non solo. Si afferma nella visione dell’artista che il centro, o meglio, uno dei centri più sensibili e accesi, fissati , dell’umano si colloca nel flusso dell’ottica emanato dalla pupilla e baciato/leccato nell’iride.
L’opera di Janine Antoni si affaccia su alcuni autori che intorno al 1930 stavano – separati eppur connessi – affrontando con ‘ottiche’ diverse le storie dell’occhio . Qui ovviamente George Bataille è citato o evocato nel suo romanzo in cui il vero e ultimativo sacrificio sacrale dirige e affonda la pupilla nelle estreme cavità del corpo femminile, un tunnel non riproduttivo e proprio per questo generativo dell’estremo piacere; ed è noto come l’artista dadaista Hans Bellmer sia stato influenzato da questi eccessi e abbia a sua volta rappresentato nelle variazioni più corporalmente polimorfe di un’o ttica scatenata tra le pieghe di corpi dismembrati e riassemblati.
L’altro autore vicinissimo a Bataille eppure lontanissimo da lui è Walter Benjamin, che delinea un concetto esplosivo e contiguo alla storia dell’occhio: l’ incosciente ottico . Nel suo celebre saggio sull’aura, il berlinese scava nelle storie immaginate dal parigino, pur senza conoscerle, credo. Influenzato da Freud, egli “vede” che la riproducibilità tecnica di cinema e fotografia (e ora potremmo dire del digitale) espande lo spazio nel primo piano e il tempo col rallenti. In tal modo mostra tratti del corpo umano concentrati nel viso o nel movimento che prima erano inimmaginabili nell’arte auratica.
Si svela qualcosa di segreto per la prima volta nella storia sia dell’occhio che dell’umanità: le relazioni anzidette tra cervello e sguardo non sono e non saranno mai più del tutto simmetriche. Le capacità sessuali,
rené magritte, LE VIOL (1934-1945)
la vecchia giovane Baubo dagli occhi-seno
seni di maschio
occhio capezzolo in erezione
Medusa scudo occhio pietrificante
DALL-E e l’occhio capezzolo spermatozoo
Un bell’evento di Medical Humanities a Londra. Non è la solita storia di “letteratura e malattia”: alcuni temi nuovi, alcuni paper molto interdisciplinari, il ruolo della fotografia, l’importanza della guerra.
Per chi si interessa di rappresentazioni sociali della malattia fisica e mentale, è un appuntamento interessante.
Un solo interrogativo, che è rimpianto e auspicio: a quando anche per l’Italia qualcosa di simile, con la stessa complessità di approccio e lo stesso superamento della ‘letteratura’ da stantii letterati d’accademia?
Ovvio il riferimento a poderosi e scontati incontri tra professori di letteratura di chiara fama, purtroppo, e psicoanalisti SPI. La ricerca dinamica di una presenza nuova della SPI e della psicoanalisi nella società italiana farebbe bene a evitare l’ipse dixit e i nomi ‘garantiti’ dal ruolo accademico. C’è così tanto altro in giro, ben più vivo e capace di avventura intellettuale. E ad altre audacie la psicoanalisi ci aveva educati.
La Grande Guerra come spaventoso e grandioso laboratorio medico, politico e sociale intorno al corpo ferito.
Bisogna vedere la bella mostra in corso allo Science Museum di Londra: immagini, strumenti, materiali e pezzi surrogati di corpi in esposizione fino a metà gennaio.
Per non dimenticare che l’ultimo metro, o centimetro, di ogni guerra è un corpo, la sua pelle e carne.
https://www.sciencemuseum.org.uk/see-and-do/wounded-conflict-casualties-and-care
La mostra si concluderà con un Workshop su
Il 29 giugno a Parigi, Université Paris Descartes, un workshop che potrebbe essere interessante. La sociologia francese del corpo da tempo segna il passo. Speriamo che qui riesca a farsi almeno in parte innovativa e a restituirsi una qualche duttilità concettuale ed empirica, fuori dal blob del costruzionismo esasperato! Non è che ci speri molto – gli scienziati sociali francesi sono spesso giacobini anche scientificamente -, ma non si sa mai….
Presentazione generale e abstract delle relazioni qui: http://calenda.org/404722
Il programma e le indicazioni pratiche:
Narrazione di un cadavere annunciato: la morte del lider maximo su Twitter
Onnipresente eppure sempre più invisibile, deus absconditus, il corpo di Castro era da tempo la sintesi esemplare del doppio corpo del Re (Kantorowicz) e della dialettica tra Body Politic e Body Natural. Malato, degradato, ma politicamente non autorizzato a morire. Fino al 26 novembre scorso.
Dopo Gheddafi, Steve Jobs, Michael Jackson, Chavez ecc, abbiamo raccolto un altro corpus sul cadavere del potere. 1,2 milioni di tweet in inglese, italiano, spagnolo, portoghese, tedesco e francese che citano Castro nel testo, pubblicati tra la mattina del 26 novembre e il 4 dicembre: dalla notizia della morte fino ai funerali di stato.
Per chi vuole studiare con gli strumenti adatti questo caso-limite di rappresentazioni sociali del corpo del potere, ecco il link: https://www.ilcorpo.com/it/materiali/archivi_22/corpi-del-potere_21/materiali/narrazione-di-un-cadavere-annunciato_88.htm. A questo link tutte le indicazioni necessarie. (ep)
La rappresentazione di un corpo chiuso e internamente cavo è frequente nelle espressioni idiomatiche e formulazioni poetiche degli ultimi secoli. Tuttavia la pelle non è sempre stata concepita come un confine lineare. Lo è diventata solo nel corso di un lungo processo avviatosi nel Rinascimento. In questa trasformazione hanno svolto un ruolo di primo piano la storia dell’anatomia umana a partire dal XVI secolo – in quanto storia del ‘superamento’ della pelle – e quella della dermatologia, la cui nascita si colloca intorno al 1800; ma anche il cambiamento che ha avuto luogo nella mentalità collettiva, quando dalla rappresentazione di un corpo poroso, aperto e al tempo stesso grottescamente intrecciato con il mondo, si è passati a un corpo individualizzato, monadico e borghese, del quale il soggetto si considera un ‘abitante’.
Questo capitolo definisce gli snodi epistemologici e le pratiche culturali che hanno condotto alla ricodifica simbolica della pelle come confine definitivo del corpo. Tratteremo anzitutto le svolte nella ristrutturazione collettiva del concetto di individualità, quindi le acquisizioni medico-igieniche, infine il rapporto fra produzione di sapere e rappresentazione artistica in anatomia e dermatologia. Poiché questo processo di trasformazione appartiene alla longue durée, risulta impossibile affrontarlo nella sua interezza. In questa sede ci limiteremo a prendere in esame alcuni aspetti della storia della nascita del pensiero ‘moderno’ sulla pelle come conclusione e confine superficiale del corpo.
Michail Bachtin (1995) ha mostrato che nella cultura popolare europea scompare poco a poco la rappresentazione del corpo dominante dal Medioevo al Barocco. Si afferma un nuovo canone corporeo, «il corpo espressivo, finito, rigorosamente delimitato, chiuso all’esterno, mostrato dall’esterno, non mescolato con l’ambiente circostante ed individuale. Tutto ciò che sporge e che fuoriesce dal corpo, tutte le protuberanze, le escrescenze e le ramificazioni, vale a dire tutto ciò con cui il corpo supera i propri confini e dove un altro corpo inizia, viene separato, accantonato, nascosto e attenuato. Tutte le aperture che conducono all’interno vengono chiuse» (tr. it., p. 361). Questa nuova concezione contrasta con quella del corpo grottesco, nel quale si condensa una rappresentazione a noi estranea del complesso corporeo e dei suoi limiti. Nel corpo grottesco i confini fra corpo e mondo e quelli fra singoli corpi corrono in modo sostanzialmente più indifferenziato e aperto che nel canone corporeo moderno: proprio ai confini del singolo corpo si presenta la condizione di mescolanza e intreccio con il mondo, le parti sporgenti (ad esempio il naso o il ventre) vengono concepite comese si ‘proiettassero’ nel mondo, cosicché l’interno del corpo fuoriesce e si ‘mescola’ con l’esterno. Nell’esistenza di questo corpo grottesco, gli eventi principali si verificano dunque mediante altri corpi o ‘sostanze’. Bachtin adduce come esempi di tali
«atti del dramma del corpo», che hanno luogo al confine fra corpo e mondo, il mangiare, il bere, la digestione e l’escrezione, il contatto sessuale, il parto, la malattia, la morte e la decomposizione1.
La logica artistica del grottesco ignora le zone chiuse, uniformi e lisce della superficie corporea e tiene conto solamente di escrescenze e orifizi,