Non ci si libera facilmente della metafora, almeno per quanto riguarda lo star male. A questo è dedicata la bella indagine dell’antropologa Cristina Cenci sulle metafore in oncologia. Uno strumento potente per capire cosa dice veramente chi sta male e cosa gli/si dice chi se ne prende cura. Uno strumento rigoroso per orientare in modo adeguato la comunicazione curante-paziente e per umanizzare la relazione clinica.

Da molto tempo, una visione razional-burocratica dell’attività medica ha modellato le istituzioni, le organizzazioni, la formazione e il discorso sociale sulla malattia. Il ‘raffreddamento’ della sua gestione ha portato con sé una neutralizzazione della sua esperienza, un linguaggio, una comunicazione e dei ‘modi’ che hanno operativizzato sia il ‘curante’ che il ‘paziente’. Un reticolo di procedure sociali e di ‘protocolli’ universalizzanti ha costruito gli atteggiamenti e comportamenti ritenuti ‘leciti’ per gli uni come per gli altri. La narrazione scientifica dello star male e della sua gestione è stata interiorizzata per gran parte da tutti i protagonisti. Il malato cerca di mimare il medico. Il corpo totale accetta di diventare corpo-macchina parcellizzato. La diagnosi e la cura esprimono un corpo quantificato. Una (pseudo)etica della trasparenza e del diritto/dovere della verità riduce con brutalità la complessità della relazione. La metonimia, con le sue catene di implicazioni pronte a ‘spiegare’ e razionalizzare, sembra il tropo dominante.
Come per tutti i modelli ‘avalutativi’ e razionali l’ostacolo è la realtà. I luoghi, i sistemi e le organizzazioni della cura spesso disfunzionano. Le strutture deputate alla ‘malattia’ esprimono percepibili gerarchie sociali e iniquità di censo, genere, età, geografia e spesa pubblica. Corporazioni professionali introducono le loro logiche parziali. Ma soprattutto: si continua a soffrire e a morire. La rappresentazione magica e onnipotente della medicina pervade i racconti mediatici, ma ancora e sempre la speranza, la paura, la minaccia, sempre più spesso la solitudine, il dolore e l’orizzonte della fine rimangono parte integrante dell’esperienza del malato, e per altri versi del curante. Lo sforzo per una igienizzazione della malattia riesce bene solo a pochi, e per poco tempo. Per quanto si faccia, si sfugge poco, male e per breve tempo al destino del corpo/mente.
Rientra la metafora. Vittima di nobili anatemi (la Sontag è solo una dei molti), rimane uno strumento spontaneo e insostituibile per esprimere e governare mentalmente in qualche modo lo star male, la cura, la sofferenza, la speranza, la delusione e tutta la gamma di vissuti che presidiano il malato, chi lo assiste, e in misura variabile chi si occupa di curarlo in senso stretto. Efficacia simbolica, che Cristina Cenci indaga a partire dalla celebre interpretazione del parto/canto Kuna da parte di Lévi Strauss. Ma anche repertorio di litanie linguistico-sociali già pronte per l’uso. Spazio per cortocircuiti semantici in cui forme di creatività personale si intrecciano con simboli sociali e consentono espressioni individuali delle fasi e vicende dell’esperienza di malattia. Vettore di possibile comunicazione atipica, al tempo stesso emotiva e informativa, con i curanti. Strumento di catarsi per le emozioni e stati d’animo che non si riesce a dire direttamente perché non consapevoli, poco accettabili o considerate improprie, eccessive, fuori posto, accusatorie, lamentose, non da bravo malato.
L’Introduzione di Cenci colloca tutto questo sullo sfondo della polemica tra l’illuminismo antimetaforico di Susan Sontag e l’atteggiamento comprendente di Byron J. Good, quando critica «il desiderio della Sontag di sbarazzarsi delle metafore, di “distruggerle”, [e] riproduce l’ideale illuminista di una cultura libera da rappresentazioni; della malattia come realtà oggettiva; delle bioscienze come fonte di rappresentazioni neutrali e realistiche (Good, 1994, p. 45, citato dall’autrice). In questa prospettiva, per Cristina Cenci «la metafora è un cortocircuito cognitivo ed emotivo che condensa in modo polisemico dimensioni cognitive ed esistenziali articolate, [e perciò] capace di rendere conto di esperienze che non rispondono a dati di realtà noti, accessibili e accettabili». In questo si esprime «la funzione di framing della metafora, cioè la capacità di creare una cornice interpretativa cognitiva ed emotiva all’esperienza, rendendola accessibile.» (p. 9) Il campo metaforico «permette di esprimere la complessità dell’esperienza (danno e rinascita), di articolare vivere simultaneamente, vulnerabilità e forza e di descrivere una trasformazione identitaria che mantiene una continuità del sé.” (p. 10)
Da questo assunto parte l’indagine presentata nel libro: empirica multidisciplinare e multilivello. Focus: la malattia oncologica e onco-ematologica. Corpus di partenza: 2500 narrazioni personali condivise on line su siti, forum, blog e pagine Facebook. Da questo sono state estratte 206 storie nelle quali è stata identificata una presenza rilevante di linguaggio metaforico. Il corpus ristretto è stato indagato con le metodologie dell’analisi qualitative e narrativa (in particolare la template analysis), accompagnate dall’applicazione di tool computazionali per l’analisi delle frequenze, e con il supporto dell’AI (Claude e ChatGBT, revisione e validazione manuale dei risultati).
Un’indagine complessa, resa possibile dal lungimirante supporto di Takeda, promotrice di questa ricerca nell’ambito del suo progetto “Il senso delle parole”. Impossibile riassumere qui la complessità e finezza dei risultati. Solo qualche elemento. Prevedibilmente, prevale il campo semantico guerra, presente nel 52% delle storie, con il corollario di entità malefiche (30%)e e violenza (14%, il totale delle % è ovviamente superiore a 100). I richiami a non far sprofondare la narrazione oncologica nelle metafore belliche sono giusti, e intellettualistici. Poco più della guerra e del nemico riesce a mobilitare energie profonde, rabbia e violenza contro un aggressore proiettato utilmente quasi fuori di noi, impossibile da espellere eppure in parte concreto fantasma espulso: la guerra tenta di bonificare il mio corpo dall’impuro minaccioso del male restituendolo ad una sua intrinseca possibile sanità del prima e per il dopo, soprattutto nelle fasi più difficili della malattia. L’altro polo metaforico forte è il viaggio (28% delle storie): comunque venga declinato, sottrae l’esperienza della malattia da un presente irredimibile e dilatato che invade tutto. La malattia acquista una storia e si rappresenta come possibile percorso, con passaggi, cambiamenti, movimenti e andirivieni, ma con valenze di progetto e di meta anche futura.
D’altra parte le reti metaforiche si intrecciano. Metafore diverse sono più adatte a fasi diverse dello star male. La sua duttilità e variegatezza consente alla cassetta degli attrezzi metaforica di mettere a disposizione delle rappresentazioni della persona malata strumenti semantici flessibili per bisogni espressivi e rappresentazioni di se stessi capaci di fluidità. Il pericolo qui non sta nel singolo sistema metaforico dominante in quel momento, ma nella sua fissità: una gabbia semantica che spesso trova un complice inconsapevole nel curante, anch’esso prigioniero e incapace o poco disponibile al mirroring empatico. Come Cristina Cenci sottolinea spesso, al curante tocca di riconoscere, accogliere e rispecchiare le metafore del paziente; e a volte di respingerle quando sono negative per la vita e per la cura dell’altro. Ma quanto il curante è sensibilizzato, formato e pronto a questo? E quanto invece il suo contesto operativo e professionale lo vincola a narrazioni e rappresentazioni rigide?
Già, il contesto. Non possiamo riassumere qui la ricchezza delle analisi sulle diverse trame metaforiche e sulle loro configurazioni secondo i temi prevalenti, le fasi della malattia, l’oggetto (la persona, il curante, la cura), e rimandiamo al libro, così fertile. Ma ci preme il contesto. Le metafore che usano i malati e gli altri soggetti implicati non nascono da elaborazioni individuali, ma attingono al serbatoio delle rappresentazioni sociali e alle frasi fatte che il sociale propone a ognuno di noi. Il mix può anche parzialmente essere soggettivo, ma le parole, le locuzioni e le espressioni prevalenti che usa vengono dal bagno linguistico in cui ciascuno di noi non puo’ non essere immerso. Ciascuno di noi parla di sé tramite il noi.

La seconda parte dell’indagine di Cristina Cenci si occupa di questa matrice che costruisce noi, il malato, il curante, le rappresentazioni della malattia e le istituzioni della cura. Sono state scelte le testate on line, che al tempo stesso rispecchiano e costruiscono le strutture linguistiche dell’immaginario collettivo. Per un anno sono state raccolti snippet di testo utilizzando questa stringa booleana oncologica e onco-ematologica: “cancro” OR “tumor*” OR “carcinom*” OR “leucemi*” OR “neoplasi*” . Dai 443mila articoli raccolti è stato estratto e analizzato un corpus di circa 100mila, corrispondenti alle patologie oncologiche e onco-ematologiche delle narrazioni personali della Prima Parte del saggio.
Dominano i termini tecnici e neutri. La malattia e la sua esperienza sono trasferite in una dimensione ‘fredda’ coerente con la rappresentazione dominante della medicina e della cura come procedure razionali-scientifiche di gestione dello star male. Lontano il dolore e i suoi sinonimi, salvo attraverso la mediazione rassicurante delle cure palliative. In sordina la sconfitta, rispetto all’energia e efficacia dell’azione medica, che a volte quasi inesplicabilmente fallisce. Tra le metafore, emerge solo lotta, variante dolce e meno carnale/sanguinolenta di guerra. Il compito delle narrazioni dense abbandona la gente comune e ricorre allo star system. Alle metafore si sostituisce l’exemplum. Le storie personali vengono riassorbite nelle narrazioni mediatiche di personaggi che sono insieme individui e corpi collettivi. La morte per tumore al seno di Olivia Newton-John. La leucemia mieloide acuta, agonia e morte di Siniša Mihajlović. Il tumore al pancreas e morte di Vialli. La fase terminale di Michela Murgia. La leucemia mielomonocitica cronica e morte del grande corpo naturale/politico di Silvio Berlusconi, solo un “le Roi est mort, vive le Roi” alla Kantorowicz depurato di ogni carnalità, malattia e sofferenza, politicamente e socialmente angelicato. Nel rispecchiamento di queste malattie e morti si dissolvono le storie individuali dei commoner. A loro il discorso sociale offre solo la possibilità della identificazione metonimica e non l’accesso alla metafora.
Utile e chiarificatrice la Prefazione di Giuseppe Antonelli, autore nel 2021 di un pionieristico Dizionario emozionale. Atlante delle parole chiave in oncologia. Ricco, pregno e utile questo saggio di Cristina Cenci, a volerlo usare per il miglior governo dell’esperienza della malattia nella relazione di cura. Ci auguriamo che Takeda prosegua il suo coraggioso progetto “Il senso delle parole”, centrato sull’intuizione che anche le parole contribuiscono a curare: per una umanizzazione cruciale della clinica.
Il 19 settembre, a Roma.
“Rotture, difese e sogni nelle identità migranti”. Con Virginia De Micco, medico psichiatra con una formazione antropologica, psicoanalista SPI-IPA, Ludovica Grassi, psicoanalista SPI-IPA e didatta della Società Italiana di Psicoanalisi della Coppia e della Famiglia. Veronika Garms, socia SIPsIA e direttore della rivista tedesca Kinderanalyse. Valentina Trombacco, Dirigente Psicologa presso il NPIA D8 Asl Roma 2 e socia SIPsIA.
Un tema denso e cruciale. Anche ECM. Anche a distanza.
Tutte le info nella locandina sotto.
Link di iscrizione:


Il discorso paranoico dilaga. Nelle società, nei poteri, nelle folle e nelle persone. Sembra diventato la modalità prevalente della comunicazione sociale, e forse anche della comunicazione con sé stessi. Spesso si intreccia con forme miserande di ideologia e vi si mimetizza dentro. Il risultato è un sociale intensamente attratto verso la folie à plusieurs.
Non è possibile rimuovere o negare. Per questo ci siamo incontrati per tre giorni nel Castello di Rocca Sinibalda. Un primo affioramento è questo fascicolo de IL CORPO.
La proposta
Quattro punti di partenza.
Epistemologico: il paragrafo di Kant sul vaneggiamento e la pazzia metodica, in L’Antropologia dal punto di vista pragmatico (1798-1800). «Il delirio (dementia) è quella perturbazione mentale in cui tutto ciò che l’ammalato racconta è (…) conforme alle leggi formali del pensiero. (…)Costoro nella propria disgrazia sono spesso così acuti nell’interpretazione […]
Primo atto. L’Uomo Col Magnetofono
Novembre 1967, Bruxelles. Jean-Jacques Abrahams, 28 anni, teatran-te, in terapia da 14, va dal suo psichiatra-psicoanalista Jean-Louis van Nypelseer per la consueta seduta settimanale. Questa volta ha un regi-stratore. Lo attiva. Accusa con forza, a voce gridata. Vuole che l’altro parli, risponda, renda conto di quello che non è avvenuto in tutti questi anni, giustifichi il setting, i silenzi, la distanza, il non guardarsi in faccia, l’inutilità ‘terapeutica’, i (mis)fatti del loro rapporto, e l’infinito resto. Van Nypelseer vuole che il registratore venga tolto di mezzo, si impau-risce, chiede aiuto, invoca la polizia in un crescendo di violenza verbale del paziente che diventa quasi aggressione fisica.
Abrahams viene internato, evade, manda la registrazione a Jean-Paul Sartre.
Fin qui un episodio marginale, importante al più per le biografie pri-vate del paziente e del suo analista, con per protagonisti un paziente in odore di psicosi e un analista alquanto ingessato. Un episodio di quelli che succedono a volte in relazioni analitiche che si ‘inacidiscono’1.
Inizia invece una seconda performance, […]
Primo scenario. Il mondo appare decifrabile per prossimità. I nessi tra azioni e conseguenze sono relativamente leggibili. Le istituzioni conservano qualche trasparenza. La fiducia – pur fragile – opera come presupposto pratico del vivere insieme.
Secondo scenario. Il reale si presenta come superficie opaca. Gli eventi si accumulano senza saldarsi in una trama condivisa. La causalità si indebolisce. L’intenzionalità si fa ambigua e l’esperienza quotidiana è permeata dalla sensazione di eterodirezione. In questo scenario la pa-ranoia smette di essere un accidente psicologico e diventa una forma sociale, un regime di intelligibilità (Hofstadter, 1964). Essa scaturisce non tanto dalla scarsità di senso, quanto dal suo eccesso: una sovrapproduzione consumistica – materiale, simbolica, affettiva – che sottopone il soggetto a una performatività continua. Quando l’esperienza è costantemente chiamata a mostrarsi, a valere, a significare, la coerenza non è più presupposta, ma deve essere costruita. La paranoia interviene allora come tentativo di organizzare questa pressione diffusa in una trama intenzionale..
Questa paranoia esprime una risposta simbolica a una ferita del legame relazionale […]
IL CORPO Paranoia, ideology and folie à plusieurs, A Workshop. Castle of Rocca Sinibalda (Rieti)
The position paper for a 3 days workshop (venue: Castello di Rocca Sinibalda) on paranoia as a social, political and psychological frame of mind. Its core hypothesis: the paranoid mode of thought is not a distortion of reason but its blind spot and moment of truth — a shadow that inhabits reason from within. Drawing on Kant, the Folies raisonnantes of Sérieux and Capgras, Hofstadter’s “paranoid style”, Elliott Jaques’s kleinian perspective on social systems, and in dialogue with Horkheimer and Adorno’s Dialectic of Enlightenment, […]
Key words: ideology, folie à plusieurs, Enlightenment, collective anxiety, social systems, delusion, paranoia, rationality
VIRGINIA DE MICCO The Lady with the Tape Recorder. About paranoia, recorders, and the what else…
Drawing on two clinical and theoretical scenes arranged as a diptych, this article ex-amines the paranoid dimension inherent to the psychoanalytic setting. The first act re-visits the historical episode of Jean-Jacques Abrahams and his tape recorder (Brussels, 1967). Its staging by Sartre in Les Temps Modernes started an anti-psychoanalytic reading rooted in a fundamental misreading. The second act presents a clinical vignette — the Woman with the Recorder. A patient’s evocation of a recording device worn during a session triggers the analyst into an intense experience of intrusion and paranoid contagion.
Key words: paranoia, psychoanalytic setting, clinical vignette, paranoid contagion, Verleugnung, identity, mechanical third party
ENRICO POZZI Paranoia, ideology, folie à plusieurs. Notes to get started.
The discursive functioning of Unabomber/Ted Kaczynski’s Manifesto — Industrial Society and Its Future (1995) — is deconstructed both as a text with a paranoid struc-ture, and as an ideology aimed at political mobilisation. A narratological and linguistic analysis of the Manifesto — its analytical tone, the near-absence of the first person, its abstract and macro-social lexicon, its causal hypotaxis ecc — reveals a writing that mimics scientific discourse while concealing an intense emotional charge. On the psychodynamic level, the author shows how the text follows the narrative pattern identi-fied by Roger Money-Kyrle in Nazi propaganda […]
Key words: Unabomber, paranoid discourse, ideology, political violence, narrative analysis, propaganda, post-industrial society
Giorgiomaria Cornelio On the Skin: Paranoia, Politics, and the Surface
Donald Trump’s political tan is the starting point for an analysis of the paranoid di-mension at work in contemporary right-wing populist politics. Drawing on referenc-es ranging from Deleuze and Guattari to Mario Rossi Monti, from Didier Anzieu to Grafton Tanner, the author articulates three levels of analysis. The first deals with the metaphysics of surfaces: in a world where images proliferate independently of any depth, the “skin” becomes the operative surface of meaning and political contagion. […]
Key words: populism, paranoia, surface politics, foreverism, conspiracy, Trump, hypnocracy
Edmondo Grassi The Wound and the Loophole. Paranoia as a Contemporary Social Formation
Paranoia is framed as a social form of the present, and emptied from a whatsoever clinical or diagnostic meaning in order to read it as a socio-analytical category. Para-noia emerges and intensifies when the order of the world becomes opaque and discon-tinuous. It produces a two-sided figure — both wound and loophole — that registers the vulnerability of social bonds while rendering visible what the everyday order tends to conceal. […]
Key words: paranoia, social forms, abjection, social trust, institutional suspicion, topology, purity
Andrea Pagnes Obsession, Paranoia, and the Creative Mind Between Pathology and Poetry
Philosopher and performer Andrea Pagnes probes the liminal zone where obses-sive-compulsive thought and artistic creation meet and respond to one another. The author draws on references from Freud and Janet to Deleuze and Guattari, and en-gages role models such as Artaud, Plath, Abramovic, Bausch and Kane. He argues that pathological doubt, compulsion and paranoia are not merely clinical disorders, but formal structures shared by the creative mind. […]
Kew words: obsession, paranoia, artistic creation, compulsion, poetics of uncertainty, pathology and art, repetition
siamo andati per anni in giro per aree allora marginali di New York. Soho e dintorni, Lower Manhattan, lo East Village, i bordi di Chinatown, Bushwick, Green Point, Williamsburgh, 5Pointz ai confini
di Queens.
cercavamo la street art, non i murales da visita guidata. La street art stratificata dalla serendipity delle aggiunte di ciascuno, informe e creativamente caotica.
la gentrification la respingeva sempre più lontano. Cercando con pazienza si riusciva a trovare qualche angolo o muro o edificio ancora abbastanza abbandonato, degradato e inutile da meritarla. Parti che
ancora puzzavano.
i soldi e la legge&ordine di Randolph Giuliani stavano ripulendo New York, e la nostra memoria. La Village Voice ormai imitazione di sé stessa. Shepard Fairey che faceva le vetrine di Saks sulla Fifth
non ci accorgevamo che stavamo dimenticando.
nel 2012 la bella biografia di Cynthia Carr (ex-Village) su David Wojnarowicz e sulla marcia trionfante dell’AIDS. L’abbiamo letta quasi per caso – così si giustifica il lavoro dell’inconscio, credo –, ed è tornato tutto.

La paranoia come modalità euristica, il discorso paranoico come struttura delle ideologie e la folie à plusieurs come dimensione costitutiva del sociale.
Di questo si parlerà in un incontro organizzato dalla rivista IL CORPO al Castello di Rocca Sinibalda il 26-28 settembre.
Incontro ristretto e ‘ibrido’ costruito sulla contaminazione tra approcci diversi praticata da partecipanti portatori ciascuno di approcci e modelli euristici a loro volta ‘ibridi’.
Su invito.
Qualche info sui contenuti dell’incontro: https://www.ilcorpo.com/diario-paranoico/un-appunto-di-lavoro-per-alcuni-workshop-residenziali-sul-discorso-paranoico/

Breve premessa indicativa
ll mio transitare su immagini-corpi attraversa esposizioni di diverse tipologie, anche perché penso che il concetto classificatorio di tipologia sia entrato in crisi da tempo, per cui mi sembra opportuno mescolare frammenti iconici sulla base di un incerto o fragile indicatore: l’attrattore. Con questo concetto scivoloso e appiccicaticcio individuo la capacità attrattiva dell’occhio verso codici a forte o latente contenuto feticista che, nella mia previsione, possono anticipare tendenze liberatorie del pensiero dicotomico fondato sulle repliche di soggetto-oggetto in direzione di un meta-feticismo oltrepassante le stanche repliche binarie o dualiste. Il colpo d’occhio, così caro all’estetica, diventa in antropologia corpo d’occhio . A tal fine seleziono una decina di immagini, tratte da un campionario variegato composto di arte, pubblicità, cinema, merci, inserendole nelle mie fantasie antropologico-visuali.
1. OCCHIO LECCATO
All’inizio, Janine Antoni sull’occhio.
Il motivo è vedente e evidente:
la mia è un’ antropologia ottica che si plasma instancabilmente sulla potenza erotica e cognitiva dell’occhio. La pupilla deve esser umettata, o meglio, leccata da una lingua che non resiste alla forza dell’attrattore-occhio. Una lingua che, di conseguenza o necessità, si fa a sua volta attrattore che si insinua tra palpebre e ciglia per arrivare all’iride, centro mobile identificativo del soggetto e della sua estesa corporalità concentrata nella tenerezza molle della pupilla gustativa. La fissità dello sguardo che ne deriva è affine a quella dell’uscire-da-sé nel corso della relazione sessuale, con questa variazione: il sesso è genitale e l’eros è polimorfo. In questo senso, baciare l’interno dell’occhio si offre come una estensione illimitata dell’erotica possibile. Non solo. Si afferma nella visione dell’artista che il centro, o meglio, uno dei centri più sensibili e accesi, fissati , dell’umano si colloca nel flusso dell’ottica emanato dalla pupilla e baciato/leccato nell’iride.
L’opera di Janine Antoni si affaccia su alcuni autori che intorno al 1930 stavano – separati eppur connessi – affrontando con ‘ottiche’ diverse le storie dell’occhio . Qui ovviamente George Bataille è citato o evocato nel suo romanzo in cui il vero e ultimativo sacrificio sacrale dirige e affonda la pupilla nelle estreme cavità del corpo femminile, un tunnel non riproduttivo e proprio per questo generativo dell’estremo piacere; ed è noto come l’artista dadaista Hans Bellmer sia stato influenzato da questi eccessi e abbia a sua volta rappresentato nelle variazioni più corporalmente polimorfe di un’o ttica scatenata tra le pieghe di corpi dismembrati e riassemblati.
L’altro autore vicinissimo a Bataille eppure lontanissimo da lui è Walter Benjamin, che delinea un concetto esplosivo e contiguo alla storia dell’occhio: l’ incosciente ottico . Nel suo celebre saggio sull’aura, il berlinese scava nelle storie immaginate dal parigino, pur senza conoscerle, credo. Influenzato da Freud, egli “vede” che la riproducibilità tecnica di cinema e fotografia (e ora potremmo dire del digitale) espande lo spazio nel primo piano e il tempo col rallenti. In tal modo mostra tratti del corpo umano concentrati nel viso o nel movimento che prima erano inimmaginabili nell’arte auratica.
Si svela qualcosa di segreto per la prima volta nella storia sia dell’occhio che dell’umanità: le relazioni anzidette tra cervello e sguardo non sono e non saranno mai più del tutto simmetriche. Le capacità sessuali,