L’unica cosa interessante di Gibellina Nuova è il suo fallimento. Perché di fallimento si tratta.
C’eravamo andati nel 2014. Ci siamo tornati all’inizio di quest’anno. Speravamo di essere sorpresi. Scelta contro Carrara, Todi, Pescara e Gallarate. Qualche potente trasformazione doveva esserci stata. Non solo l’enfatico titolo del progetto: “Portami il futuro”.
Niente. Come 12 anni prima. Il vuoto. I grandi viali, i grandi spazi, i grandi parcheggi, le facciate delle case, la sede del Comune, la Stazione dei Carabinieri. Nessuno. Bar chiusi o deserti. Solo nel primo, il Bar MoMa (ebbene sì, MoMa anche nella grafica dei tovaglioli) tre o quattro anziani seduti, e due donne, un’anziana e una giovane, che discutono di cose (forse) da fare. Saracinesche (poche) molto abbassate. Appare un uomo, vuole lasciare l’auto, non sa dove (è tutto libero…), si mette in coda a noi. Un signore di mezza età parla nel cellulare a voce altissima – “sono l’avvocato ….. – sembrerebbe con la cancelleria di un Tribunale, e si allontana. Un nulla da De Chirico metafisico applicato a “un centro urbano che pareva la brutta copia di un’anonima periferia del Nord” (lo scrive Francesca Corrao, la figlia di Ludovico, nel 2025: https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/gibellina-capitale-dellarte-contemporanea-2026-tra-memorie-e-progetti/)
Qua e là, opere e nomi. Altisonanti (alcuni), ormai demodés e anni 80 molti altri. Disseminati senza una trama, dovrebbero parlare da soli a chi passa, forti della loro individuale autoattribuita evidenza estetica e potenza di nome d’autore. A volte accostati senza capacità di metafora, altre volte persi nell’autosufficienza narcisistica, oggetti che si pretendono sferi, sarebbe maleducato chiedergli un senso. Spesso con segni di incuria e abbandono, erbacce, scrostature, cartelli scomparsi o illegibili, accessi che non consentono l’accesso. Sempre con niente intorno a costruire la loro artificiale presunta numinosità.
Le palazzine nello stile razionalista-povero anni 70-80 quando si voleva evitare Corviale rimanendo moderni. Prive di guizzi e di segnali di identità, eguali anche quando cercavano di mettere qualche differenza, le solite geometrie, i soliti angoli e tagli a squadra, l’egemenonia stilistica del cemento anche quando di cemento le ditte in appalto ce ne dovevano aver messo ben poco, e dunque sgretolato, con l’armatura arrugginita in affioro. Il senso di noia per una penetrante uniformità visiva.
Senza dircelo, cerchiamo istintivamente un centro, un luogo di contrazione aoristica della comunità dove riconoscersi e sentirsi ‘noi’. Niente da fare. Nulla che ‘racchiuda’ in qualche modo Gibellina Nuova. Il paese si disperde nel suo contesto e non converge verso un fulcro di sé stesso. Manca il nomos, il ‘recinto’, una qualche forma di confine o di limite. L’extra moenia e l’intra moenia diventano sforzi mentali e non ‘spontanee’ esperienze spaziali. Difficile essere stranieri dunque autoctoni, con il risultato che il noi è sempre soprattutto prima e lassù, a Gibellina vecchia.
Una ‘piazza’ c’è, ma razionale e ideologica. Laica, la sede del Comune, con a fianco i Carabinieri, come doveroso. Cerebrale, un rettagolo privo di due lati, va ‘pensata’ chiusa per sentirsi inclusi, In realtà gli altri due lati aprono sullo spazio aperto, con solo alcune opere d’arte che vorrebbero farsi segni di confine ma proprio non possono. La Torre Civica brutalista di Mendini è alta venti metri, si vuole campanile, ha anche un impianto sonoro per surrogare campane senza campana, ma sta lì distante e incomprensibile, non scandisce il tempo e i vivi e i morti. La Tebe di Consagra, la ruota monumento al Sole non hanno potenza almeno pagana. Le chiese non fanno ‘centro’, sono ai margini. La chiesa-sfero di Quaroni, senza campanile, in alto alla collinetta fuori dal paese, si raggiunge soprattutto in auto. La Chiesa di Gesù e Maria su un altro confine, alla Statale.
Inevitabilmente, lo sguardo torna al sinistro gigantesco Teatro di Consagra. Nel 2014 era abbandonato a sé stesso, pensavo fose un parcheggio non completato. Quel giorno due operai si muovevano con una carriola al primo piano. Un ritmo placido, quasi immobile, con noi sotto nell’immensa Piazza Beuys, totalmente deserta, a guardare.
Ancora in giro, alla ricerca di un segnale. Andiamo in cerca del Sistema delle Piazze (l’avevamo perso nel 2014). Franco Purini, Laura Thermes, 1980. Grandioso sistema di cinque piazze installate a seguire su una griglia cartesiana. Nomi-programma: piazza Rivolta, piazza Fasci dei Lavoratori, piazza Monti di Gibellina, piazza Autonomia Siciliana e piazza Portella della Ginestra. Spazio gelido, nessuna traccia di vita presente e passata. Mi chiedo: a chi potrebbe mai venir voglia di stare in questa rete senza desiderio.
Il MAC- Museo di Arte Contemporanea – è chiuso (lunedì). Andiamo verso la Fondazione Orestiadi. Ne avevamo un ricordo intenso, opere, costumi, scenografie, una sintesi immaginaria e mitologica di un territorio. Chiuso. Da un cancelletto semi-accostato, la Montagna di Sale di Paladino, vista lì allora per la prima volta. Cavalli morti e morenti sul bianco che ammazza ogni vita. Ora come allora,l’unica opera d’arte di Gibellina Nuova capace di esprimerne l’origine – e forse il presente? – in una potente condensazione estetica. Intra-vista, ha dato senso di bellezza a Gibellina Nuova, assolvendola dalla ‘bellezza’-progetto, testa mai pancia, di questa presunta Capitale dell’Arte Contemporanea 2026.
Dopo, 20km, il Cretto di Burri, su in alto. restaurato, completato dopo la sua morte. Una famiglia francese con i bambini che gioca sul cemento. Nessun altro, ma qui non c’è vuoto o deserto. Il bianco colore perfetto della morte, come ben sapevano Leon Battista Alberti e Leonardo. Una pienezza densa, il numinoso tra terra e cielo, che neanche le incaute pale eoliche sulla collina riescono a corrompere. L’altra ‘cosa’ bella di Gibellina mai Nuova.
Subito dopo, le domande. Perché questo fallimento irredimibile di Gibellina Nuova. Il dandysmo estetizzante del grande animatore di Gibellina Nuova, Ludovico Corrao, la superficie che si vorrebbe struttura ma è solo pelle. La propria vita come tentativo di opera d’arte fino alla morte a 81 anni per sgozzamento da parte del suo accudente bengalese. La realtà da trasformare in specchio del proprio estetismo. Dall’altro lato, la tranquilla complicità di artisti, architetti, intellettuali parte attiva in questa estetizzazione individualista della realtà. Pronti a proiettare ciascuno sé stesso nella unicità di una opera propria da incidere in modo memorabile nel mondo che finalmente la chiedeva. Una scultura, una parete, un prospetto, una chiesa, un campanile, uno spazio, un portale, la pianta di una polis nuova, le abitazioni nazionalpopolari razionali post-Bauhaus/New Town in chiave mediterranea, un’agora ‘diversa’, una Pienza laica e senza Rossellino ecc ecc ecc. Una variegata intellighentzia di sinistra, a volte marxista mai marxiana sempre crociana, compiaciuta élite e imprigionata in questo, propensa a logiche di cooptazione, pronta alla falsa coscienza dell’utopia contro i poteri, riconosciuta finalmente come protagonista politico attraverso l’Arte. Tutto questo in nome di un progetto di bellezza contro…. Contro?
A questo reciproco abbraccio estetizzante non si poteva chiedere l’umiltà dell’ascolto. I molti protagonisti della Gibellina Nuova sapevano già cosa i sopravvissuti di Gibellina Vecchia desideravano, di cosa avevano in realtà bisogno senza neanche saperlo bene, da cosa volevano liberarsi e quale fardello di tradizioni credenze modi di vita volevano gettare via, verso quale elevazione psicologica e sociale tramite l’Arte e la forma della nuova polis volevano andare. E in ogni caso l’élite dei narcisi estetizzanti già lo sapeva per loro. Una popolazione disfatta, impoverita, e minacciata dalla emigrazione quasi forzata verso le Americhe e il Nord, non aveva la capacità di opporre una propria volontà e identità a questa élite, né trovò in altri gli atteggiamenti e gli strumenti per costruirsi una propria consapevole volontà di futuro. Danilo Dolci e Lorenzo Barbera mobilitavano quanto e chi potevano, raccoglievano bisogni primari, ma avevano bandiere da sventolare – la pace, la non violenza – e non sapevano tradurli in progetti. Ragionavano da organizzatori sociali non da sociologi o antropologi o economisti. E di sociologi metodici o antropologi o economisti e simili non abbiamo trovato traccia a Gibellina, per portarvi le logiche imprescindibili del sociale e quelle negoziabili dell’economia . Avevano di sicuro altro da fare, ed di sicuro nessuno glielo ha chiesto.
Così è stata possibile una Gibellina Nuova estetica aggregato senza società. Senza le dimensioni simboliche e materiali che costituiscono una comunità: storia, memoria, sacro, tradizione, rito, forme, spazi, oggetti, fare, produrre, lavoro. Funzionale e dissipata insieme – quei grandi spazi e edifici per chi? per fare che? per quale vocazione simil-metropolitana? Con l’economia e l’attività produttiva umana trasformate in sovrastruttura sullo sfondo dell’Arte diventata infrastruttura. Nel disegno originario e negli esiti di Gibellina Nuova non c’è traccia di progetti o tentativi di sviluppo in un territorio peraltro ingrato e difficile. Rimane la ‘cosa bella’ come feticcio e l’Arte come taumaturgia da fondi pubblici. Con qualche modestissimo arrivo di borghesia di città a guardare rapidi, e a correre su al Grande Cretto per i piaceri sublimi del negativo. Come abbiamo fatto noi per due volte.








Dicembre 2020. Sguardo sulle travi del Cinquecento e poi ricerche a caso su google. Travi, Google. Google, travi. Ad un certo punto la serendipity della tastiera fa apparire sullo schermo Clelia Farnese. Chi è Clelia Farnese? È uscita fuori da Google o dalle travi? Dalle travi. Quelle travi erano presenti al suo matrimonio con Giovan Giorgio Cesarini, il 13 febbraio del 1571, nel Castello di Rocca Sinibalda, Rieti. Figlia illegittima del Cardinale Alessandro Farnese, non poteva sposarsi a Roma. «Senza paragone, la più amabile donna che fosse allora a Roma e anche altrove», la descrive così Michel de Montaigne. Nel 1595, vedova, risposata, si sottrae per qualche mese alla brutalità del secondo marito imposto dal padre, rifugiandosi nuovamente sotto le travi di Rocca Sinibalda. Gli affreschi ci sono già, Tra gli altri, anche le metamorfosi affrescate da Girolamo Muziano. Il ratto di Europa, Proserpina e il drago, Narciso. Cosa vede Clelia in quegli affreschi? Cosa pensa?
Gli affreschi nel luglio del 2022 ci sono ancora. Lo sguardo di Clelia non c’è più da 427 anni. Possiamo restaurare le opere del passato, non possiamo catturare lo sguardo. Boltanski in Giappone ha creato l’archivio dei cuori. Quei battiti ci saranno anche tra 500 anni. Lo sguardo si perde. Non basta accumularlo sotto forma di immagine nello smartphone, perché sarebbe uno sguardo cieco per chi lo trovasse. Al massimo possiamo catturare un cuoricino su Instagram. Non è possibile un archivio dello sguardo di Clelia e di tutti quelli che sono passati dopo di lei nella sala di Girolamo Muziano nel Castello di Rocca Sinibalda. Gli affreschi diventano frammenti per uno sguardo, il nostro, che non può che essere alieno. Uno sguardo che viene da un altrove impensabile per Clelia, così come è impensabile per noi oggi immaginare lo sguardo di chi guarderà le metamorfosi di Muziano tra 500 anni. C’è una vertigine temporale, un senso di smarrimento, di perdita. La storia dell’arte cerca di attutirlo e, al contrario, lo rinforza.
Nel 1948, in Messico, Leonora Carrington crea una parete caverna nella sua casa
Nel clima modaiolo intorno alla Medicina narrativa, difficile distinguere le cose serie. Cioè le esperienze reali di pratica clinica condotte con approcci teorici solidi e metodologie scientifiche rigorose. Una bella occasione il 7 maggio a Montevarchi (Arezzo), nell’Ospedale di Santa Maria della Gruccia, per tutta la mattinata. L’hanno organizzata la USL Toscana Sud Est e l’A.TRA.C.TO, una Onlus che si occupa di traumi cranici. Ci saranno alcuni dei nomi più interessanti e ‘storici’ della Medicina Narrativa italiana: Paolo Trenta, Stefania Polvani, Pierluigi Brustenghi, Mauro Zampolini.
Soldati, uomini spettri e artisti sciamani, chiamati a commemorarli. Opere macerie estratte dalla collezione del MOMA e rivitalizzate da un setting interpretativo che trasforma le sale bianche del museo in un campo di battaglia. Le pareti diventano fantasmi animati di lame, volti ragni, carne ridotta a geometria di morte.
Soldier, Spectre, Shaman: The Figure and the Second World War è la mostra. Le immagini che seguono raccontano la sua impronta, le ombre dei fantasmi che mette in scena.






Da alcuni anni, le immagini spesso intrecciate di Che Guevara e Mussolini hanno invaso gli spazi classici della street art a Manhattan e a Brooklyn: Wooster Street, la Bowery, Williamsburg, Green Point …
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Géza Roheim
Tra gli eschimesi i tabù e l’aggressione all’interno del gruppo sono intimamente connessi. Tra le montagne dell’Alaska, sull’alto corso dei fiumi Kuouk e Noatak e sul corso principale del Colville, notiamo che esiste spesso il divieto di mangiare la carne delle greggi delle montagne. Una donna, dopo aver avuto il suo primo figlio, può mangiare solo alcune costole di quella carne. Dopo il secondo figlio può mangiarne un pò di più, e così via. Solo dopo aver partorito il quinto figlio le può mangiare tutte. Nel caso in cui un figlio fosse malato, ne potrebbe mangiare di meno, se i figli malati fossero due ne potrebbe mangiare ancora meno. Se il figlio di suo fratello fosse ammalato, le sarebbe proibito mangiarne alcune parti, e se morisse la moglie del fratello ci sarebbero altri divieti ancora. I tabù che si riferiscono alle costole della pecora hanno comunque sempre a che fare con la salute del figlio o dei parenti’.
Come si può identificare il semplice gesto di mangiare una costola di pecora con la salute o la malattia di un figlio? Ciò è possibile solo se prendiamo in considerazione l’aggressione orale, il che significa che il bambino e la costola della pecora […]
(C(C:B))
Ultima mestruazione. Inizia un periodo di stitichezza feroce: (c(c:b)) deve sforzarsi molto e ogni volta teme per il bambino, ha paura di ‘evacuarlo’. Le sembra di sentire il dentro per la prima volta. Vorrebbe dire a tutti che è una donna, che è diventata donna. Donna è avere un dentro.
19 febbraio
Prima visita ginecologica. (c(c:b)) ha dolori al colon, teme una gravidanza extra-uterina, teme che il dentro non abbia un suo spazio. Il dentro è al suo posto: è un puntino che pulsa. (c(c:b)) non può mangiare salumi, insaccati […]
Nella sua forma pura, il kamikaze è colui che, in nome del proprio gruppo, distrugge un nemico distruggendosi.
Il k. non è il pazzo: non agisce in base ad una logica individuale, ma in quanto membro di un gruppo. Il pazzo talvolta si distrugge per distruggere, ma lo fa secondo una sua dinamica psicologica, e non come consapevole strumento del proprio gruppo. Il k. può anche essere clini-camente ‘pazzo’, ma questa sua ‘pazzia’ privata è solo un eventuale facilitatore del suo atto. La sua pazzia di k. sta nel modo in cui appartiene al suo gruppo: è una pazzia sociale, da folie à plusieurs, che lo rende diafano al gruppo cui appartiene da morirne.
Il k. non è l’eroe. Il comportamento eroico implica la probabilità della morte, ma non la sua necessità. La probabilità può essere molto elevata e quasi certa, ma questo scarto anche infinitesimo protegge la natura eroica del gesto. L’eroe non assume la propria morte come costi-tutiva del proprio eroismo, ma come un rischio. Non va a morire per distruggere il nemico, va a distruggere il nemico e forse per questo dovrà morire. Non si suicida per uccidere, ma viene ucciso mentre uccide. La sua morte eroica