Ian KERSHAW, The End: Hitler’s Germany 1944-45, London, Allen Lane, 2011, 596 pp.
Il 1 maggio 1945, le truppe russe raggiungono Demmin, una cittadina di 15mila abitanti nell’ovest della Pomerania. Seguono i consueti saccheggi, gli incendi delle case, il “Frau komm” degli stupri di massa. Niente di più e niente di meno di quanto stava accadendo su tutto il fronte Est della guerra.
Ma a Demmin nei tre giorni successivi oltre 900 abitanti si suicidano, talvolta dopo aver ucciso i familiari. Un uomo uccide la moglie e i tre figli, lancia un panzerfaust contro i sovietici e si impicca. Una famiglia di 13 persone si uccide. Seguita da un ragazzino in bicicletta, una madre spinge una carrozzina con due bambini verso una quercia al confine del borgo, avvelena i tre figli e tenta di impiccarsi a un ramo dell’albero. Altri si annegano nei due fiumi locali, oppure si sparano, si buttano dai tetti.
50 anni prima, in quello straordinario classico della sociologia nascente che è Le suicide (1897), Durkheim aveva affrontato brevemente i suicidi collettivi, citando tra gli altri il caso di Masada raccontato da Giuseppe Flavio nelle Guerre giudaiche. Li aveva classificati come una variante estrema del suicidio altruistico, la terza e la meno approfondita modalità sociologica del suicidio dopo quello anomico e quello egoista. Nel suicidio altruistico non agisce l’ipertrofia dell’io rispetto al vincolo sociale indebolito, ma piuttosto la sua irrilevanza: l’eroe in guerra va a morte certa perché il suo io ridotto alla quasi inesistenza è trasparente al volere del gruppo, e si sottomette ai suoi imperativi anche a costo di morire. Il suicidio collettivo – che Durkheim chiama anche suicidio obsidionale – porta all’estremo questa logica di dissolvimento dell’individuo nel legame sociale, attraverso quello che Freud avrebbe chiamato “sentimento oceanico” in Psicologia delle masse e analisi dell’Io (1921): sentirsi goccia dispersa nell’oceano sociale.
Siamo di fronte a situazioni microsociali: 900 morti di Demming, i 3-4mila giapponesi di Saipan quando sbarcano i Marines, i quasi mille morti del People’s Temple di Jim Jones nel novembre 1978. Ma che dire quando un’intera nazione sembra pronta all’autodistruzione?
Questo è il problema di fondo posto da Ian Kershaw nel suo ultimo, bellissimo,
Uno studio presentato il 13 novembre al Society for Neuroscience meeting di Washington ipotizza una spiegazione genetica del suicidio.
Alla fine del secolo scorso Durkheim aveva spostato l’asse interpretativo del fenomeno dalla psicologia dell’individuo ai fattori sociali. Ora le neuroscienze cercano di respingerlo di nuovo all’interno del corpo, nei filamenti invisibili che compongono il DNA.