Iniziamo da un brano che esprime, con notevole potenza espressiva e con ricchezza di dettagli, lo statuto ambiguo della pelle: confine labile e perturbante fra interno ed esterno del corpo. È un brano tratto dalla sontuosa epopea biblica di Thomas Mann, Giuseppe e i suoi fratelli, e si riferisce al protagonista nella sua fase di adolescente, altra posizione liminale:
Creature come te sono un inganno fugacemente splendente sull’orrore che si nasconde sotto la superficie di ogni carne. Ma nemmeno la pelle, questo involucro (Haut und Hülle), con le esalazioni dei suoi pori, con il sudore dei suoi peli, è cosa davvero molto appetitosa: basta che tu la scalfisca un poco, e subito ne schizza fuori la broda salata, di un rosso provocante, e più si penetra nell’interno e più cresce il disgusto e non c’è altro che budellame e puzza (Gekröse und Gestank). Ciò che è bello e leggiadro dovrebbe essere bello e leggiadro anche all’interno, e solido e di nobile materia, non ripieno di viscidume e sozzura (…). Allora ti devi contentare di immagini…O la vita è un inganno, o lo è la bellezza. Tutt’e due unite non le puoi trovare nella realtà.
Risuona in questo brano la visione apollinea che vuole mantenere il più possibile integro e incontaminato il confine della pelle; è l’estetica neoclassica di Winckelmann che prediligeva infatti i corpi di efebi e an- drogini, e che impronta un celebre capolavoro di Mann, La morte a Venezia. Questa visione ha numerose rifrazioni nel costume e nella moda contemporanei, se si pensa alla pratica sempre più diffusa della depi- lazione maschile, o, nell’ambito dell’immaginario gay, alla figura molto amata del twink, dal corpo glabro e adolescenziale, anche se non manca una corrente opposta, che valorizza all’estremo il pelo, quella degli orsi. Thomas Mann era profondamente attratto dal mondo di Dioniso, che prevede nei suoi riti lo smembramento dell’unità del corpo (lo sparag- mos), e quindi anche la violazione del confine della pelle. Questo è mol- to chiaro nel sogno di Gustav von Aschenbach ne La morte a Venezia, in cui l’orgia e il rito dionisiaco annullano tutti i confini fra io e gruppo, gioventù e vecchiaia, individuale e sociale; la pelle viene forata e leccata prima che la violenza della lacerazione si sposti sul mondo animale:
Erano fuori di sé, avevano la schiuma alle labbra, si eccitavano a vicenda toccandosi con gesti erotici, fra risa e gemiti; si conficcavano a vicenda i pungoli nella carne, e leccavano il sangue dalle membra (stießen die Sta- chelstäbe einanander ins Fleisch und leckten das Blut von den Gliedern). Ma ormai il sognatore era con loro, in loro, e apparteneva al dio straniero. Sì, erano lui stesso quando si scagliarono sugli animali per dilaniarli e ucciderli, e ne divorarono pezzi fumanti; e quando sul suolo muschioso e scompigliato iniziò, come offerta al dio, un’unione sessuale priva di limiti. E la sua anima assaporò il piacere e il furore del decadimento.
Anche in Giuseppe e i suoi fratelli compare il momento distruttivo: Giu-seppe viene violentemente aggredito dai suoi fratelli, e la sua pelle splen- dida e sgargiante viene violata, tagliata, ricoperta di sangue:
Giaceva sulle braccia legate, la nuca affondata nell’erba, le ginocchia sol- levate, le costole che si alzavano e abbassavano rapidamente, tutto pesto e contuso. Sul corpo, che la rabbia dei fratelli aveva coperto di bava e su cui si appiccicavano musco e polvere, scorreva in rivoli serpeggianti il rosso succo che sgorga dalla bellezza quando se ne ferisce la superficie (der rote Saft, der der Schönheit entquillt, wenn man ihre Oberfläche verletztz). L’occhio non ammaccato cercava pieno di terrore i suoi assassini, e ogni tanto si chiudeva convulsamente.
Thomas Mann ci permette dunque di individuare due modelli opposti con cui viene tematizzata la pelle, che hanno come paradigma mitico l’ambivalenza di Dioniso fra creazione e distruzione:
8 settembre a Messina. Un convegno che sembra molto interessante, un tema denso. Mi dispiace di non poterci andare. Sorpreso dalla mancanza di riferimenti a Ingeborg Bachmann. Poche donne, e pochi, hanno più intensamente lavorato sul confine e sul confino (il suo omologo) nella poesia del Novecento.
La rivista IL CORPO ha raccolto due anni fa alcuni suoi frammenti in Ingeborg Bachmann, Variazioni sul confine, 4/2015.
La rappresentazione di un corpo chiuso e internamente cavo è frequente nelle espressioni idiomatiche e formulazioni poetiche degli ultimi secoli. Tuttavia la pelle non è sempre stata concepita come un confine lineare. Lo è diventata solo nel corso di un lungo processo avviatosi nel Rinascimento. In questa trasformazione hanno svolto un ruolo di primo piano la storia dell’anatomia umana a partire dal XVI secolo – in quanto storia del ‘superamento’ della pelle – e quella della dermatologia, la cui nascita si colloca intorno al 1800; ma anche il cambiamento che ha avuto luogo nella mentalità collettiva, quando dalla rappresentazione di un corpo poroso, aperto e al tempo stesso grottescamente intrecciato con il mondo, si è passati a un corpo individualizzato, monadico e borghese, del quale il soggetto si considera un ‘abitante’.
Questo capitolo definisce gli snodi epistemologici e le pratiche culturali che hanno condotto alla ricodifica simbolica della pelle come confine definitivo del corpo. Tratteremo anzitutto le svolte nella ristrutturazione collettiva del concetto di individualità, quindi le acquisizioni medico-igieniche, infine il rapporto fra produzione di sapere e rappresentazione artistica in anatomia e dermatologia. Poiché questo processo di trasformazione appartiene alla longue durée, risulta impossibile affrontarlo nella sua interezza. In questa sede ci limiteremo a prendere in esame alcuni aspetti della storia della nascita del pensiero ‘moderno’ sulla pelle come conclusione e confine superficiale del corpo.
Michail Bachtin (1995) ha mostrato che nella cultura popolare europea scompare poco a poco la rappresentazione del corpo dominante dal Medioevo al Barocco. Si afferma un nuovo canone corporeo, «il corpo espressivo, finito, rigorosamente delimitato, chiuso all’esterno, mostrato dall’esterno, non mescolato con l’ambiente circostante ed individuale. Tutto ciò che sporge e che fuoriesce dal corpo, tutte le protuberanze, le escrescenze e le ramificazioni, vale a dire tutto ciò con cui il corpo supera i propri confini e dove un altro corpo inizia, viene separato, accantonato, nascosto e attenuato. Tutte le aperture che conducono all’interno vengono chiuse» (tr. it., p. 361). Questa nuova concezione contrasta con quella del corpo grottesco, nel quale si condensa una rappresentazione a noi estranea del complesso corporeo e dei suoi limiti. Nel corpo grottesco i confini fra corpo e mondo e quelli fra singoli corpi corrono in modo sostanzialmente più indifferenziato e aperto che nel canone corporeo moderno: proprio ai confini del singolo corpo si presenta la condizione di mescolanza e intreccio con il mondo, le parti sporgenti (ad esempio il naso o il ventre) vengono concepite comese si ‘proiettassero’ nel mondo, cosicché l’interno del corpo fuoriesce e si ‘mescola’ con l’esterno. Nell’esistenza di questo corpo grottesco, gli eventi principali si verificano dunque mediante altri corpi o ‘sostanze’. Bachtin adduce come esempi di tali
«atti del dramma del corpo», che hanno luogo al confine fra corpo e mondo, il mangiare, il bere, la digestione e l’escrezione, il contatto sessuale, il parto, la malattia, la morte e la decomposizione1.
La logica artistica del grottesco ignora le zone chiuse, uniformi e lisce della superficie corporea e tiene conto solamente di escrescenze e orifizi,