Tag: ellen west

di Enrico Pozzi –
– 30 Settembre 2022

Antonella MOSCATI, Ellen West. Una vita indegna di essere vissuta, Quodlibet, Macerata 2021

Dopo oltre  100 anni Ellen West non riesce ancora a morire. Come tanti altri prima di lei, ora tocca ad Antonella Moscati costringerla a vivere.

Ha scritto per la certezza di una ingiustizia, e per il desiderio di ripararla. L’esistenza di questa giovane anoressica, almeno per la parte finale fino al suicidio, è stata «profondamente segnata da un torto». Per 150 pagine l’autrice insegue con metodo questo torto, e noi con lei, con una differenza: lo abbiamo atteso pagina dopo pagina, e non siamo riusciti a trovarlo.

Ad un primo livello la vicenda di Ellen West «è la storia di un fallimento psichiatrico, psicoterapeutico, affettivo e umano che termina con la liceità di un suicidio» (p. 10). Aggiungiamo, anche se l’autrice non lo dice esplicitamente: un fallimento di maschi di fronte alla incomprensibilità di una giovane donna di insolita cultura, intelligenza, scrittura, domanda di indipendenza e di vita. Maschi gli ‘psicoanalisti’ dei suoi due brevi tentativi di psicoterapia con von Gebsattel e con Hattingberg: più incisivo il secondo, il primo più consolatorio, e di un terapeuta finito presto a disperdersi nell’Io oceanico di una quasi-setta. Maschi gli psico-qualcosa di prestigio coinvolti nei consulti. Maschio Ludwig Binswanger, che gestì/non gestì gli ultimi mesi della vita di Ellen West a Kreuzlingen. Maschio il marito/cugino Karl, accompagnatore e facilitatore sia psicologico che concreto (il veleno) della morte della giovane. E «fosca» diade maschile la coppia Binswanger/Karl West, unita dal violoncello e da una complicità durata ben oltre la fine di Ellen. Dunque in qualche modo uomini a decidere di un destino di donna.

di Enrico Pozzi –
– 24 Settembre 2022

M. BETTONI POJAGHI, L. CAPOCACCIA, A. CIOCCA, F. M. FERRO, M. RIZZO

“Un’altra volta, ancora”. Nuove riflessioni su Ellen West, Roma, 2013

Pochi ma potenti fantasmi carsici di donna scandiscono la storia della psicoanalisi e dintorni. Anna O., Emmy von M., Lucy R., Elizabeth von R., Dora, l’Aimée. Acronimi zavorrati progressivamente con nomi anagrafici e biografie: Bertha Pappenheim, Fanny Louise von Sulzer-Wart, Ilona Weiss, Ida Bauer, giù fino a Marguerite Anzieu.

Ellen West sembra avere un nome e un cognome, ma sono falsi. Li ha inventati L. Binswanger nel 1944 per produrre la sua narrazione di questa giovane tedesca, sua paziente per meno di 3 mesi a Kreuzlingen, suicida nel 1921 a 34 anni. Più di altre, Ellen West è rimasta fantasma, senza un nome vero. Solo un tessuto di narrazioni incrociate: le sue, quelle del marito, di Binswanger, degli altri che l’hanno avuta in cura, degli esegeti e ricercatori successivi – mi veniva da dire: inquirenti… Una vita palinsesto scritta da molti co-autori, ognuno dei quali ha riscritto pro domo sua le narrazioni degli altri e per gli altri, a partire dalla stessa presunta coautrice principale, Ellen West, il suo diario, le sue lettere.

Tre mesi, un suicidio, 23 anni per poter scrivere Der Fall Ellen West1, l’ur-palinsesto polifonico al quale numerose altre voci si sono poi aggiunte: scrivendo, riscrivendo, cancellando, interpolando, aggiungendo, interpolando, grattando via, falsificando, fino a produrre quel testo composito e incompiuto che è per noi allo stato attuale la narrazione di |Ellen West|.

Un’altra volta, ancora promette nel sottotitolo Nuove riflessioni su Ellen West. È vero: un’altra volta, ancora, per questa narrazione interminabile. Ed è vero anche quel «nuove», ma prodotto dalla struttura del libro più che dai singoli diseguali contributi.

Il volume affronta Ellen West nell’unico modo euristicamente fecondo. Ellen West non è un esempio di una qualche casella nosografica da identificare, ma un «fatto sociale totale»2 (Marcel Mauss), un «universale singolare » (Sartre, Pozzi)

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