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29 Settembre 2026

Non ci si libera facilmente della metafora, almeno per quanto riguarda lo star male. A questo è dedicata la bella indagine dell’antropologa Cristina Cenci sulle metafore in oncologia. Uno strumento potente per capire cosa dice veramente chi sta male e cosa gli/si dice chi se ne prende cura. Uno strumento rigoroso  per orientare in modo adeguato la comunicazione curante-paziente e per umanizzare la relazione clinica.

Da molto tempo, una visione razional-burocratica dell’attività medica ha modellato le istituzioni, le organizzazioni, la formazione e il discorso sociale sulla malattia. Il ‘raffreddamento’ della sua gestione ha portato con sé una neutralizzazione della sua esperienza, un linguaggio, una comunicazione e dei ‘modi’ che hanno operativizzato sia il ‘curante’ che il ‘paziente’. Un reticolo di procedure sociali e di ‘protocolli’ universalizzanti ha costruito gli atteggiamenti e comportamenti ritenuti ‘leciti’ per gli uni come per gli altri. La narrazione scientifica dello star male e della sua gestione è stata interiorizzata per gran parte da tutti i protagonisti. Il malato cerca di mimare il medico. Il corpo totale accetta di diventare corpo-macchina parcellizzato. La diagnosi e la cura esprimono un corpo quantificato. Una (pseudo)etica della trasparenza e del diritto/dovere della verità riduce con brutalità la complessità della relazione. La metonimia, con le sue catene di implicazioni pronte a ‘spiegare’ e razionalizzare, sembra il tropo dominante.

Come per tutti i modelli ‘avalutativi’ e razionali l’ostacolo è la realtà. I luoghi, i sistemi e le organizzazioni della cura spesso disfunzionano. Le strutture deputate alla ‘malattia’ esprimono percepibili gerarchie sociali e iniquità di censo, genere, età, geografia e spesa pubblica. Corporazioni professionali introducono le loro logiche parziali. Ma soprattutto: si continua a soffrire e a morire. La rappresentazione magica e onnipotente della medicina pervade i racconti mediatici, ma ancora e sempre la speranza, la paura, la minaccia, sempre più spesso la solitudine, il dolore e l’orizzonte della fine rimangono parte integrante dell’esperienza del malato, e per altri versi del curante. Lo sforzo per una igienizzazione della malattia riesce bene solo a pochi, e per poco tempo. Per quanto si faccia, si sfugge poco, male e per breve tempo al destino del corpo/mente.

Rientra la metafora. Vittima di nobili anatemi (la Sontag è solo una dei molti), rimane uno strumento spontaneo e insostituibile per esprimere e governare mentalmente in qualche modo lo star male, la cura, la sofferenza, la speranza, la delusione e tutta la gamma di vissuti che presidiano il malato, chi lo assiste, e in misura variabile chi si occupa di curarlo in senso stretto. Efficacia simbolica, che Cristina Cenci indaga a partire dalla celebre interpretazione del parto/canto Kuna da parte di Lévi Strauss. Ma anche repertorio di litanie linguistico-sociali già pronte per l’uso. Spazio per cortocircuiti semantici in cui forme di creatività personale si intrecciano con simboli sociali e consentono espressioni individuali delle fasi e vicende dell’esperienza di malattia. Vettore di possibile comunicazione atipica, al tempo stesso emotiva e informativa, con i curanti. Strumento di catarsi per le emozioni e stati d’animo che non si riesce a dire direttamente perché non consapevoli, poco accettabili o considerate improprie, eccessive, fuori posto, accusatorie, lamentose, non da bravo malato.

L’Introduzione di Cenci colloca tutto questo sullo sfondo della polemica tra l’illuminismo antimetaforico di Susan Sontag e l’atteggiamento comprendente di Byron J. Good, quando critica «il desiderio della Sontag di sbarazzarsi delle metafore, di “distruggerle”, [e] riproduce l’ideale illuminista di una cultura libera da rappresentazioni; della malattia come realtà oggettiva; delle bioscienze come fonte di rappresentazioni neutrali e realistiche (Good, 1994, p. 45, citato dall’autrice). In questa prospettiva, per Cristina Cenci «la metafora è un cortocircuito cognitivo ed emotivo che condensa in modo polisemico dimensioni cognitive ed esistenziali articolate, [e perciò] capace di rendere conto di esperienze che non rispondono a dati di realtà noti, accessibili e accettabili». In questo si esprime «la funzione di framing della metafora, cioè la capacità di creare una cornice interpretativa cognitiva ed emotiva all’esperienza, rendendola accessibile.» (p. 9) Il campo metaforico «permette di esprimere la complessità dell’esperienza (danno e rinascita), di articolare vivere simultaneamente, vulnerabilità e forza e di descrivere una trasformazione identitaria che mantiene una continuità del sé.” (p. 10)

Da questo assunto parte l’indagine presentata nel libro: empirica multidisciplinare e multilivello. Focus: la malattia oncologica e onco-ematologica. Corpus di partenza: 2500 narrazioni personali condivise on line su siti, forum, blog e pagine Facebook. Da questo sono state estratte 206 storie nelle quali è stata identificata una presenza rilevante di linguaggio metaforico. Il corpus ristretto è stato indagato con le metodologie dell’analisi qualitative e narrativa (in particolare la template analysis), accompagnate dall’applicazione di tool computazionali per l’analisi delle frequenze, e con il supporto dell’AI (Claude e ChatGBT, revisione e validazione manuale dei risultati).

Un’indagine complessa, resa possibile dal lungimirante supporto di Takeda, promotrice di questa ricerca nell’ambito del suo progetto “Il senso delle parole”.  Impossibile riassumere qui la complessità e finezza dei risultati. Solo qualche elemento. Prevedibilmente, prevale il campo semantico guerra, presente nel 52% delle storie, con il corollario di entità malefiche (30%)e e violenza (14%, il totale delle % è ovviamente superiore a 100). I richiami a non far sprofondare la narrazione oncologica nelle metafore belliche sono giusti, e intellettualistici. Poco più della guerra e del nemico riesce a mobilitare energie profonde, rabbia e violenza contro un aggressore proiettato utilmente quasi fuori di noi, impossibile da espellere eppure in parte concreto fantasma espulso: la guerra tenta di bonificare il mio corpo dall’impuro minaccioso del male restituendolo ad una sua intrinseca possibile sanità del prima e per il dopo, soprattutto nelle fasi più difficili della malattia.  L’altro polo metaforico forte è il viaggio (28% delle storie): comunque venga declinato, sottrae l’esperienza della malattia da un presente irredimibile e dilatato che invade tutto. La malattia acquista una storia e si rappresenta come possibile percorso, con passaggi, cambiamenti, movimenti e andirivieni, ma con valenze di progetto e di meta anche futura.

D’altra parte le reti metaforiche si intrecciano. Metafore diverse sono più adatte a fasi diverse dello star male. La sua duttilità e variegatezza consente alla cassetta degli attrezzi metaforica di mettere a disposizione delle rappresentazioni della persona malata strumenti semantici flessibili per bisogni espressivi e rappresentazioni di se stessi capaci di fluidità. Il pericolo qui non sta nel singolo sistema metaforico dominante in quel momento, ma nella sua fissità: una gabbia semantica che spesso trova un complice inconsapevole nel curante, anch’esso prigioniero e incapace o poco disponibile al mirroring empatico. Come Cristina Cenci sottolinea spesso, al curante tocca di riconoscere, accogliere e rispecchiare le metafore del paziente; e a volte di respingerle quando sono negative per la vita e per la cura dell’altro. Ma quanto il curante è sensibilizzato, formato e pronto a questo? E quanto invece il suo contesto operativo e professionale lo vincola a narrazioni e rappresentazioni rigide?

Già, il contesto. Non possiamo riassumere qui la ricchezza delle analisi sulle diverse trame metaforiche e sulle loro configurazioni secondo i temi prevalenti, le fasi della malattia, l’oggetto (la persona, il curante, la cura), e rimandiamo al libro, così fertile. Ma ci preme il contesto. Le metafore che usano i malati e gli altri soggetti implicati non nascono da elaborazioni individuali, ma attingono al serbatoio delle rappresentazioni sociali e alle frasi fatte che il sociale propone a ognuno di noi. Il mix può anche parzialmente essere soggettivo, ma le parole, le locuzioni e le espressioni prevalenti che usa vengono dal bagno linguistico in cui ciascuno di noi non puo’ non essere immerso. Ciascuno di noi parla di sé tramite il noi.

Le metafore della malattia – Nuvole di parole [p. 45]

La seconda parte dell’indagine di Cristina Cenci si occupa di questa matrice che costruisce noi, il malato, il curante, le rappresentazioni della malattia e le istituzioni della cura. Sono state scelte le testate on line, che al tempo stesso rispecchiano e costruiscono le strutture linguistiche dell’immaginario collettivo. Per un anno sono state raccolti snippet di testo utilizzando questa stringa booleana oncologica e onco-ematologica: “cancro” OR “tumor*” OR “carcinom*” OR “leucemi*” OR “neoplasi*” . Dai 443mila articoli raccolti è stato estratto e analizzato un corpus di circa 100mila, corrispondenti alle patologie oncologiche e onco-ematologiche delle narrazioni personali della Prima Parte del saggio.

Dominano i termini tecnici e neutri. La malattia e la sua esperienza sono trasferite in una dimensione ‘fredda’ coerente con la rappresentazione dominante della medicina e della cura come procedure razionali-scientifiche di gestione dello star male. Lontano il dolore e i suoi sinonimi, salvo attraverso la mediazione rassicurante delle cure palliative. In sordina la sconfitta, rispetto all’energia e efficacia dell’azione medica, che a volte quasi inesplicabilmente fallisce. Tra le metafore, emerge solo lotta, variante dolce e meno carnale/sanguinolenta di guerra. Il compito delle narrazioni dense abbandona la gente comune e ricorre allo star system. Alle metafore si sostituisce l’exemplum. Le storie personali vengono riassorbite nelle narrazioni mediatiche di personaggi che sono insieme individui e corpi collettivi. La morte per tumore al seno di Olivia Newton-John. La leucemia mieloide acuta, agonia e morte di Siniša Mihajlović. Il tumore al pancreas e morte di Vialli. La fase terminale di Michela Murgia. La leucemia mielomonocitica cronica e morte del grande corpo naturale/politico di Silvio Berlusconi, solo un “le Roi est mort, vive le Roi” alla Kantorowicz depurato di ogni carnalità, malattia e sofferenza, politicamente e socialmente angelicato. Nel rispecchiamento di queste malattie e morti si dissolvono le storie individuali dei commoner. A loro il discorso sociale offre solo la possibilità della identificazione metonimica e non l’accesso alla metafora.

Utile e chiarificatrice la Prefazione di Giuseppe Antonelli, autore nel 2021 di un pionieristico Dizionario emozionale. Atlante delle parole chiave in oncologia. Ricco, pregno e utile questo saggio di Cristina Cenci, a volerlo usare per il miglior governo dell’esperienza della malattia nella relazione di cura. Ci auguriamo che Takeda prosegua il suo coraggioso progetto “Il senso delle parole”, centrato sull’intuizione che anche le parole contribuiscono a curare: per una umanizzazione cruciale della clinica.

 

 

 

 

 

 

 

 

di Enrico Pozzi –
3 Luglio 2025

PMSR significa Post Mortem Sperm Retrieval, ovvero recuperare lo sperma dal cadavere del maschio morto.

La procedura è tecnicamente possibile da tempo. Dopo il 7 ottobre  è stata perfezionata in Israele con i corpi dei giovani e mediamente giovani soldati dell’esercito israeliano morti in quest’ultima guerra. Il corpo viene portato con la massima rapidità possibile verso uno dei quattro ospedali in grado di gestire la procedura. Qui viene verificata l’integrità dei genitali. Un primo prelievo cerca lo sperma presente nei testicoli per valutare qualità, numerosità e motilità degli spermatozoi. Se i parametri e altri controlli più generali sul cadavere sono positivi, si estrae in vario modo il maggior numero possibile di spermatozoi dai testicoli: apertura chirurgica, spremitura, tritatura con leggera centrifuga, drenaggio e lavaggio, ecc. Il liquido ottenuto viene surgelato a -193°C, e conservato nella più grande banca spermatica di Israele, il Sourasky Medical Center di Tel Aviv.

Tutto avviene adesso sotto la gestione e responsabilità diretta del Ministero della Sanità, sostituitosi via via alle strutture private nate nel tempo. Prima solo sperimentale, questa prassi ha avuto un incremento impressionante dal 7 ottobre, con oltre 172 ‘recuperi’ effettuati. Attualmente viene offerta di routine per tutti i soldati maschi morti con cadaveri compatibili con il prelievo: circa il 30%. Da eccezione a policy.

L’obiettivo funzionale dichiarato è l’uso di questo sperma per la fecondazione,

6 Luglio 2023

Francesco Dimitri, Never the wind, Londra 2022, Titan Books, 319 pp., £ 8.99

Non è vero che i ciechi vedono di più.

A quasi 13 anni Luca Saracino diventa progressivamente cieco. Questo evento catastrofico catalizza nei suoi genitori una svolta radicale. Decidono di andare alla ricerca di un nuovo inizio. Lo vedono là dove inizia ogni possibilità di vedere. Con l’ingenuità cieca di chi vede, si dirigono verso l’origine, il punctum dal quale ogni realtà si dirama e la realtà sembra poter essere riscritta. Tornano in Puglia, nella masseria di famiglia, vicino al mare. Sono portatori superficiali della razionalità metropolitana

di Enrico Pozzi –
19 Ottobre 2017

Un bell’evento di Medical Humanities a Londra. Non è la solita storia di “letteratura e malattia”: alcuni temi nuovi, alcuni paper molto interdisciplinari, il ruolo della fotografia, l’importanza della guerra.
Per chi si interessa di rappresentazioni sociali della malattia fisica e mentale, è un appuntamento interessante.
Un solo interrogativo, che è rimpianto e auspicio: a quando anche per l’Italia qualcosa di simile, con la stessa complessità di approccio e lo stesso superamento della ‘letteratura’ da stantii letterati d’accademia?

Ovvio il riferimento a poderosi e scontati incontri tra professori di letteratura di chiara fama, purtroppo, e psicoanalisti SPI. La ricerca dinamica di una presenza nuova della SPI e della psicoanalisi nella società italiana farebbe bene a evitare l’ipse dixit e i nomi ‘garantiti’ dal ruolo accademico. C’è così tanto altro in giro, ben più vivo e capace di avventura intellettuale. E ad altre audacie la psicoanalisi ci aveva educati.

https://modernlanguages.sas.ac.uk/events/event/13794 

 

 

di IL CORPO –
6 Ottobre 2017

La Grande Guerra come spaventoso e grandioso laboratorio medico, politico e sociale intorno al corpo ferito.

Bisogna vedere la bella mostra in corso allo Science Museum di Londra: immagini, strumenti, materiali e pezzi surrogati di corpi in esposizione fino a metà gennaio. 

Per non dimenticare che l’ultimo metro, o centimetro, di ogni guerra è un corpo, la sua pelle e carne.

https://www.sciencemuseum.org.uk/see-and-do/wounded-conflict-casualties-and-care

La mostra si concluderà con un Workshop su

di Enrico Pozzi –
8 Dicembre 2015

Soldati, uomini spettri e artisti sciamani, chiamati a commemorarli. Opere macerie estratte dalla collezione del MOMA e rivitalizzate da un setting interpretativo che trasforma le sale bianche del museo in un campo di battaglia. Le pareti diventano fantasmi animati di lame, volti ragni, carne ridotta a geometria di morte. 

Soldier, Spectre, Shaman: The Figure and the Second World War è la mostra. Le immagini che seguono raccontano la sua impronta, le ombre dei fantasmi che mette in scena.  

Shadow of Lee Mullican, Presence, 1955
Shadow of Lynn Chadwick, Inner Eye, 1952
Shadow of Lynn Chadwick, Inner Eye, 1952
Shadow of Maria Martins, The Impossible III, 1946
Shadow of David Hare, Figure waiting in cold, 1951
Unknown Shadow

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

di Enrico Pozzi –
19 Ottobre 2015

La psicoanalisi ha qualcosa da dire intorno al Male e alle forme estreme di distruttività? Una domanda che dovrebbe essere ineludibile. La ha affrontata  il Centro Psicoanalitico di Roma (Società Psicoanalitica Italiana) il 17 ottobre scorso con una giornata intensa di relazioni e discussioni organizzata da Andrea Baldassarro e Manuela Fraire. Dopo l’introduzione di Baldassarro (Perché il Male. La psicoanalisi e i processi distruttivi), gli interventi di Marco Francesconi e Daniela Scotto di Fasano (Pulsione e repulsione di morte. Una riflessione sull’incomprensione maligna), di Roberta Guarnieri (Il male imprescrittibile), di Riccardo Galiani (Tracce del disumano), di Francesco Castellett y Ballarà (La psicoanalisi si interroga sulla guerra e sulle sue conseguenze), di Marina Malgherini (L’opera del sacrificio. Uno studio psicoanalitico), di Enrico Pozzi (La purezza e il massacro. Alcune metacategorie della distruttività estrema). Ha concluso i lavori Manuela Fraire con L’eterno ritorno dell’oggetto rimosso. 

Presto il volume con tutte le relazioni. Sarà un’occasione per tornare a parlare del molto che è stato detto, e del moltissimo che rimane da percorrere.

16 Marzo 2015

Salsicce fatte di carne umana

Pezzi di corpo in cerca di una nazione

Ovviamente, i comunisti mangiano i bambini

Da Treblinka all’Isola dei cannibali. Sterminio e dialettica dell’Illuminismo

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Eda KALMRE, The Human Sausage Factory. A Study of Post-War Rumour in Tartu, Amsterdam, Rodopi B.V., 2013, 180 p.

Il racconto ha l’evidenza archetipica del mito cannibalico e la struttura narrativa della leggenda metropolitana. Io non c’ero e dunque non ho visto direttamente. Ma una persona di cui mi fido totalmente mi ha riferito che…

In questo caso il narratore è un anziano signore che vive a Tartu, capitale dell’Estonia. Legge sul giornale locale, il Tartu Postimees,  l’intervista ad una giovane ricercatrice. Riordinando gli archivi del Museo del Folklore Estone, Eda Kalmre ha trovato svariate tracce di una voce su una fabbrica di Tartu che produceva salsicce con carne umana. Interrogata da un giornalista, ha classificato questa voce come una tipica horror story, un racconto dell’orrore. Il lettore insorge: la storia è vera, gliela ha raccontata il padre, di cui ovviamente si fida e che ne è stato testimone diretto.

Ecco il canovaccio. Poco dopo la fine della guerra, 1947. Il padre sta al mercato di Tartu. Arriva una donna urlante e ferita. Grida che stanno ammazzando delle persone in un edificio in rovina a qualche centinaio di metri. Una dozzina di passanti, tra cui il padre del narratore, corrono verso il luogo, penetrano tra il filo spinato e le brecce nelle mura, trovano pezzi di corpi, capelli, quaderni di scuola, mucchi di vestiti. La donna – una lattaia – racconta di essere stata avvicinata al mercato da un Russo [….]

 

Barbara BRACCO, La Patria ferita. I corpi dei soldati italiani e la Grande Guerra, Firenze, Giunti, 2012, pp. 237, €16

Nel 1914, a 22 anni il giovane aspirante pittore Otto Dix si arruola volontario nell’esercito del Kaiser. Ferito ripetutamente, sopravvive. Negli anni successivi elaborerà la più potente rappresentazione visiva della Grande Guerra e del suo lascito corporeo: Skat, Via Praga, il Venditore di fiammiferi, le straordinarie incisioni di Der Krieg, la passeggiata sinistra dei Mutilati di guerra, il pannello destro e sinistro di Metropoli (1927-28), il volto maciullato del Veterano ferito: pezzi incompleti di corpi vagano nella trincea, nella metropoli, nel tempo e negli spazi della vita quotidiana. […]

 

Stefano PIVATO, I comunisti mangiano i bambini. Storia di una leggenda, Bologna, Il Mulino, 2013,  pp. 184

In un articolo del 1898, tradotto da Durkheim per la propria rivista, Georg Simmel si è chiesto  Comment les formes sociales se maintiennent («L’Année sociologique»,  Première année, 1896-97, ma 1898, pp. 71-109).  Prima ancora che le possibili risposte, conta la domanda. Il sociale non è ovvio. Lo si può anche vedere come una ‘cosa’ indipendente dagli individui che la costituiscono. Resta il fatto che il sociale è aggrappato ai corpi che lo compongono. Senza questi corpi nessuna società concreta esiste. I corpi hanno però la pessima abitudine di morire. Ogni individuo che muore minaccia di morte la società di cui è componente irriducibile. Di qui il problema: come fanno le società a garantirsi una qualche  immortalità a partire dalla mortalità dei loro membri? Come sopravvivono al loro ricambio biologico, al passaggio delle generazioni? Come continuano?

Simmetricamente, ecco il problema della discontinuità. Come fa una società a non morire quando vive una catastrofe, ovvero un cambiamento radicale del proprio stato? Come si impadronisce della continuità sociale chi mette in atto soluzioni di continuità tra il passato, il presente e il futuro di una società? Il rivoluzionario che fa crollare un sistema politico e sociale sa bene che quel sistema aveva già costruito e sedimentato la propria sopravvivenza nella generazione successiva. Per durare, il rivoluzionario deve scardinare le modalità e i contenuti di quella sopravvivenza, e sostituirvi i propri. Deve afferrare a sé la generazione che segue la sua, la prima generazione dopo la sua e dopo il cambiamento catastrofico. Lì si gioca la partita autentica della rivoluzione.

Nella continuità come nella discontinuità, il problema è il processo di socializzazione. La costruzione sociale dell’infante come membro di una determinata società  le permette di mantenere  in qualche modo le proprie forme sociali con procedure e strumenti relativamente consolidati. Chi vuole spezzare quelle forme sociali deve invece disintegrare queste procedure, strumenti e contenuti per sostituirvene altri spesso estranei, privi di legittimità, inadatti a usufruire dei percorsi già consolidati. Per di più ha poco tempo: le generazioni durano poco, i cambiamenti radicali si vanificano in fretta se non riescono  a organizzare la propria riproduzione sociale rapida. Quale che sia la natura della sua ‘rivoluzione’, il rivoluzionario è in corsa contro la morte della propria generazione. Se perde la corsa  – così almeno lui lo vive – la rivoluzione è fallita, cioè finita.

Politiche, sociali, economiche, tecnologiche, religiose, scientifiche, erotiche: tutte le catastrofi-rivoluzioni producono in fretta – con disperazione – le strategie della loro discontinua continuità. Alla fin fine fanno tutte più o meno le stesse cose: trasformare la rivoluzione in conflitto generazionale  (giovinezza giovinezza, i giovani contro i vecchi in tutte le innumerevoli varianti del gioco), occupare le strutture della socializzazione primaria e secondaria (scuole, ruoli sessuali, famiglie, i media, la comunicazione sociale, i simboli, i riti), plasmare consapevolmente l’immaginario collettivo.

Questo il livello dell’azione razionale. I fantasmi giocano una partita più radicale. La modalità più primitiva per impadronirsi totalmente di qualcosa è il divoramento. Quando inghiotto l’oggetto, esso viene introiettato, diventa me, mi compone e lo compongo in una simbiosi senza confini. La soluzione di continuità introdotta dalla ‘catastrofe’ si traduce nella più assoluta delle continuità, l’essere tutt’uno. I rivoluzionari e i loro avversari chiamano in gioco la matrice fantasmatica più primitiva, mangiare ciò che va ‘assimilato’ nel nuovo. Per questo nelle narrazioni del cambiamento catastrofico è così ossessivamente presente il “mangiare i bambini” come traduzione delirante della lotta intorno alla socializzazione e risocializzazione.

Per questo i comunisti mangiano i bambini, ovviamente.

Stefano Pivato non ha nessuna consapevolezza della posta in gioco […..]

 

Vasilij GROSSMAN, L’inferno di Treblinka, Milano, Adelphi, 2010 (1944), 79 pp., €6

Nicolas WERTH, L’île aux cannibales. 1933. Une déportation-abandon en Sibérie, Paris, Perrin, 2006, 245 pp.

Due diversi massacri di massa. Due diverse procedure di morte. Due diverse torsioni di una stessa dialettica dell’illuminismo.

Grossman racconta con potenza visionaria Treblinka II, il campo di sterminio attivo in Polonia tra il luglio 1942 e l’agosto 1943. Qui vennero gassate e ridotte in cenere quasi 1 milione di persone, prevalentemente ebrei polacchi, nell’ambito della cosiddetta Operazione Reinhard. Ogni giorno i treni scaricavano dai vagoni piombati circa 30mila deportati – solo 8-10mila nei ‘giorni di magra’ . Nel giro di poche ore, in genere 4, il ‘carico’ di un singolo convoglio (in media 6mila esseri umani) passava dalla vita alla cenere. All’avvicinarsi dell’Armata Rossa, Treblinka venne raso al suolo, e i nazisti cercarono di camuffare in ogni modo quanto vi era avvenuto.

Werth racconta un episodio minore: la deportazione-abbandono di migliaia di «declassati» su un’isola sabbiosa del fiume Ob, nella Siberia occidentale, con le morti di massa e le ondate di cannibalismo che caratterizzarono la vicenda. Nazino – questo il nome dell’isola – è però solo una microstoria esemplare consentita dalla sopravvivenza casuale di una dettagliata documentazione proveniente da varie fonti ufficiali e da archivi locali. Il focus vero dell’indagine di Werth è il grande progetto di «purificazione sociale» […]

10 Ottobre 2014
  1. Il problema e la prospettiva

 

«Brigantaggio» fu nozione utilizzata per designare forme di insorgenza, di ribellismo e di banditismo sociale che, tra la fine del XVIII e la fine del XIX secolo, ebbero come teatro di grande risonanza vari luoghi d’Italia, in particolare nel Centro Sud e nelle aree del confine settentrionale e meridionale dello Stato della Chiesa. Queste forme di devianza armata rivelavano radici e collusioni all’interno delle comunità e configuravano un contropotere locale, un dissenso di fondo, rispetto all’affermarsi progressivo dell’idea di nazione, e alla nascita e al lento stabilizzarsi di un potere centralizzato.

Ragioni storiche e culturali invitano ad assumere una lente d’ingrandimento che consenta una lettura del brigantaggio all’interno di ristrette aree territoriali. Ciò non significa lasciare sullo sfondo inoperanti i processi storici, le dinamiche culturali di più ampio respiro, che proprio allora divennero sempre più cogenti1.

Questa prospettiva di antropologia storica è ancor più necessaria se si considera che il brigantaggio non appartiene solo alla sfera politica ma anche con pieno diritto alla scena artistica.

Il brigante fa la sua comparsa nell’arte dell’Ottocento a partire dagli inizi del secolo e con una diffusione così capillare da divenire un vero e proprio “fenomeno di massa”: sembra piacere davvero a tutti, dal nobile al borghese, dal mercante al cittadino qualunque, si direbbe che tutti possedessero almeno una raffigurazione di questo personaggio. Ciò è ampiamente dimostrato dalle nu-merose e multiformi attestazioni di tale soggetto rimasteci: dipinti di grande e piccolo formato, stampe e statuette in terracotta, acquarelli e disegni, delineano una produzione per tutte le tasche e i gusti .

Se non avesse provocato per entrambi i fronti tante morti efferate, nelle rapine come nelle rappresaglie, negli scontri a fuoco come nelle esecuzioni in pubbliche piazze, il brigantaggio della prima metà del XIX secolo potrebbe sembrare un prodotto dell’immaginario del viaggio, una fantasticheria gotica di un ceto sociale irrequieto e in cerca di emozioni, che popolava di fantasmi e di selvaggi il suo percorso a ritroso verso l’antico. L’incontro temuto con i briganti

di Enrico Pozzi –
6 Settembre 2014

Cosa avviene all’identità quando il proprio volto viene viene mutilato gravemente e perde forma? E cosa avviene all’identità quando sembianze di forma gli vengono più o meno restituite? La 1a Guerra è stata un crudele laboratorio di massa intorno al rapporto tra il volto, lo schema corporeo, l’identità personale e l’identità sociale. Un seminario a cura dell’Università di Durham e del Wellcome Trust affronta il nodo delle “gueules de bois” dalla prospettiva dei dilemmi riparativi e risarcitori della chirurgia di guerra. Il CORPO tornerà su tutto questo nel Diario paranoico-critico a proposito di un libro italiano recentissimo. Per il momento, vale la pena di prestare attenzione a questo incontro. L’organizzatrice e relatrice è Suzannah Biernoff, Senior Lecturer al Dept of History of Art at Birbeck (University of London). Si occupa da qualche anno di storia del corpo, in particolare nella Grande Guerra.  Ulteriori dettagli qui: https://www.dur.ac.uk/resources/cmh/PotraitsViolence_Sept18.pdf

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