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Roma, 1834-35. Microstoria-romanzo della possessione di Veronica Hamerani, anni 19

19 settembre 2021 - di enrico pozzi

Fernanda ALFIERI, Veronica e il diavolo. Storia di un esorcismo a Roma, Torino, Einaudi, 2021

Nel 1834 una giovane ragazza romana, Veronica Hamerani, di famiglia legata alla Chiesa, manifesta i sintomi di una possessione diabolica.

Per accidente, cercando altro, nell’Archivum Romanum Societatis Iesu, Fernanda Alfieri capita sul fascicolo Esorcisazione di Maria Antonina [in realtà Veronica] Hamerani, ritenuta ossessa (1834-1835). Il fascicolo raccoglie alcuni mesi di protocolli dell’osservazione partecipante degli esorcisti seduta dopo seduta, descrive il comportamento di Veronica, corpo, gesti, parole. Racconta le azioni di chi deve liberarla dal diavolo. (continua…)

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Il BOBI di Roberto Calasso, maschera di cera

6 settembre 2021 - di enrico pozzi

BOBI. Ovvero Roberto Calasso morente si conferisce il proprio mito delle origini e ne fa la propria maschera di cera.

Il suo Bobi Bazlen è un sistema di frammenti e aforismi, ovvero ciò che rende senza tempo una logica di rovine e di lapidi.

Molto del Bobi Bazlen reale non c’è. Il dramma di una lingua sempre più impossibile – il tedesco – che sempre più poteva solo leggere o tradurre o contaminare in altre lingue, mai scrivere. Il dandysmo. L’attrazione negata ma quanto sistematica verso le famiglie aristocratiche, a Trieste come a Roma. Le donne di cui NON ha parlato, ma che gli sono state di fronte come specchio insopportabile, una tra tutte, Ingeborg Bachmann.

Non so se, sedotto dalla mitografia di Calasso, qualcuno andrà a leggere Il Capitano di lungo corso, o La lotta con la macchina da scrivere. Se lo farà, incontrerà non il mito ma la limitata realtà della parola stampata sulla pagina.

Bobi Bazlen non era fatto per scrivere, ma per narrare. Questo era, uno straordinario narratore capace di trascinare via con sé di frase in frase tramite il suono della sua voce, con gli altri trasformati in fanciulli arresi ad una favola e ad una fantasmagoria.

Questo è rimasto nel ricordo intenso di chi lo ha ascoltato a lungo quando Bobi Bazlen era liberato dalla scrittura/lettura, la sua gabbia.

Di questo nel BOBI di Calasso non c’è traccia, perché Calasso – per farsi editore – aveva bisogno propria di una mitologia della scrittura/lettura, e non della potenza della voce. Così BOBI tradisce Bobi (Bazlen) traducendolo in testo.

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In Memoriam. Per Daniele Del Giudice.

3 settembre 2021 - di enrico pozzi

Morto l’altro ieri Daniele Del Giudice, a 72 anni, di Alzheimer.

L’avevo conosciuto una vita fa, letteralmente. Stava come me in un collettivo del Manifesto, il Collettivo Tor de’ Cenci. Occhialetti metallici, sguardo diafano. Esprimeva in qualche modo una altrimenti inesprimibile tensione che lo mangiava dentro.

Scriveva recensioni per Paese Sera. Brevemente amici. Vivevo una svolta della mia vita, e ancora non avevo capito quanto era una svolta senza ritorno. Con lui se ne parlava senza dirne mezza parola.

Poi ognuno se ne andò per la sua strada.

Lessi anni dopo Lo Stadio di Wimbledon. Riguardava Bobi Bazlen. Bello. Pensai per un momento di ricontattarlo ma ero ‘altrove’.

Non era il grande scrittore che adesso un classe intellettuale in cerca di eroi morti gli sta cucendo addosso. Era un bravo scrittore, appassionato e seriamente intenso.

Non parlo mai qui di cose personali, ma a quel Daniele e a quel momento della mia vita ho sentito di doverlo.

Adesso sicuramente Einaudi ripubblicherà un po’ di cose sue, e forse ne leggerò qualcuna. Un atto dovuto da molto tempo e da lontano.

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Cronache d’arte. La Quadriennale di Roma al Palazzo delle Esposizioni

30 maggio 2021 - di enrico pozzi

Cito, anzi fotografo, affinché nulla vada perduto di questa prosa da curatori:

A memoria. Il dionisiaco omosex di Sylvano Bussotti (ancora vive), prevedibile quanto basta. Meglio i suoi costumi di scena, anche se de Sade è un patocco senza vita. Cinzia Ruggeri invece è morta 2 anni fa. Ha completato la sua Ultima Cena teoricamente blasfema nel 2019, (continua…)

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L’informe, nuvole, sputi e altre macchie sul muro

27 ottobre 2020 - di enrico pozzi

A proposito di Adolfo TURA, Breve storia delle macchie sui muri. Veggenza e anti-veggenza in Jean Dubuffet e altro Novecento, Monza, Johann & Levi, 2020

Le macchie sul muro sono figlie del caso. Non si fanno ‘apposta’ macchie sul muro. Non sono opere,  non hanno autore. O meglio, hanno autori involontari, qualche volta umani, spesso molteplici, altre volte processi naturali, fenomeni senza padrone, incidenti di varia natura. Sono residui di cose avvenute chissà quando, imperfezioni, sovrapposizioni casuali, reperti caotici di progetti incompiuti, rovine. Il vento, il sole, la pioggia, chi pulisce, chi passa, ognuno lascia la sua traccia e costruisce e modifica la macchia. Per finire, le macchie sul muro sono macchie, l’imperfetto, lo sporco, l’impuro, l’ibrido.

Nella sua breve Vita di Piero di Cosimo, Vasari lo descrive un essere di confine, “uomo più tosto bestiale che umano”, cultore del caos come prodotto informe della “natura”:  “Non voleva che le stanze si spazzassino, voleva mangiare all’ora che la fame veniva, (continua…)

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Morire di trasparenza

11 settembre 2019 - di enrico pozzi

L’11 settembre è stato concausa, alibi e punto di partenza di una schedatura universale degli abitanti del pianeta, con gli aeroporti come laboratorio tecnologico, politico e sociale di un assalto illimitato ai confini degli individui.

Dopo è venuto tutto il resto, il tracciamento integrale delle nostre vite, la trasparenza totale al potere e ai poteri, le gigantesche macchine private e statali.

Il controllo sociale totale come ‘modernità’ trionfante e gloriosa.

E noi complici attivi, entusiasti: servi volontari.

Quando ricordo a lezione l’assioma del liberalismo politico – lo stato e i poteri trasparenti al cittadino, il cittadino opaco allo stato e ai poteri – mi guardano strano. Ma che sta dicendo? che vuol dire? di che parla? 

Spero che qualcuno stia scrivendo un elogio del segreto, della menzogna, del sotterfugio, della duplicità, del portare una o tante maschere, della comunicazione cifrata, del non lasciare tracce, del falsificare, del confondere gli sguardi del potere.

Intanto qui metto la bella installazione che Yoko Ono ha fatto al Louisiana Museum, a nord di Copenhagen: entrare in un labirinto di vetrata trasparenza dove tutto è visibile a tutto, e perdersi nel panico psichico. Titolo: AMAZE. 

A-MAZE….. THE MAZE…. il carcere ad altissima sicurezza dell’Irlanda del Nord dove vennero rinchiusi i prigionieri politici dell’IRA, e 10 vi morirono nello sciopero della fame. Fame nel Panopticon, come strategia disperata per essere individui. Il bel film di Steve MacQueen, HUNGER. (enrico pozzi)

YOKO ONO, Amaze, Louisiana Museum (Danimarca)

 

STEVE McQUEEN, Hunger, 2008. La morte per fame di Bobby Sands nel MAZE

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Jonestown e il Peoples Temple. Il suicidio di massa 40 anni dopo

21 novembre 2018 - di enrico pozzi

Esattamente 40 anni fa, il 18 novembre, oltre 900 cittadini USA morirono nella giungla della Guyana. Un suicidio-omicidio con una bevanda al cianuro. Oltre 200 erano bambini o adolescenti, spesso avvelenati direttamente dai loro stessi genitori spruzzando il liquido in gola  con siringhe.

Il Peoples Temple (scritto così) era una setta religioso-politica californiana, fondata circa 15 anni prima dal pastore Jim Jones. Erano andati in Guyana alla spicciolata dal 1975 per fondare una comunità utopica, Jonestown.

Si sono registrati durante il rito di morte. Ero negli Usa in quel periodo. (continua…)

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Bonificare il Re Taumaturgo reso impuro dalla catastrofe: la preghiera per Trump

6 settembre 2017

Un documento affascinante e inquietante. Il Sacro del potere cui la Religione serve da supporto marginale.
La catastrofe naturale dell’uragano Harvey toglie potenza alla Potenza carismatica e salvifica di Donald Trump. Occorre ripristinarla in un rito mediatico pubblico gestito dal Pastore Jeffress e da alcuni altri Pastori sapientemente multirazziali. Arcaiche le parole. Arcaico il cerchio dei corpi e il toccamento delle mani protese, gesto esemplare della taumaturgia e circuito corporeo della Potenza restituita. Arcaici i richiami alla Coppia Regale Divina. Arcaiche le posture dei volti, entusiaste di dio. Arcaico il tono.
Tutto arcaico, nel cuore della modernità. Il disincantamento del mondo così fragile rispetto alla domanda di incantamento che sale dalla paura.
Il corpo di Donald Trump, nella sua pochezza e nella sua maschera ridicola, è irrilevante. E’ un altro corpo, il doppio Corpo del Re Taumaturgo. Kantorowicz e Marc Bloch, con sullo sfondo il Potere carismatico weberiano che cerca di restaurare la prova del suo rapporto privilegiato con la Potenza, la capacità di tenere a bada la Natura catastrofica.
Da vedere e rivedere. (enrico pozzi)

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50 anni di Arman a Roma. Manca la puzza delle cose.

18 maggio 2017

Mostra di Arman a Palazzo Cipolla, in via del Corso, a Roma.

Avevo visto cose sue al MoMA, a una mostra su Pierre Restany e il Nouveau Réalisme a Milano, poi un paio di opere alla Benesse Foundation di Naoshima, nello stupendo spazio ascetico progettato da Tadao Ando. Vado pieno di aspettative.

Prima dura prova: sulla parete il testo introduttivo di Emanuele Francesco Maria Emanuele, banchiere in discesa, che si definisce “discendente da una delle più illustri ed antiche casate storiche della Spagna e dell’Italia Meridionale”. Non mi risulta, ma sopravvivo.

Scopro poi che il curatore è Germano Celant. Altro momento difficile. Ma più avanti ci sono le opere, 50 anni di opere.

I violini, scomposti e fatti a pezzi “à la mode cubiste” di Braque e Picasso. Le serie: di macchine da scrivere, di sveglie e orologi, di scarpe, ecc. (continua…)

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Da non leggere. Massimo Recalcati su 9 artisti (incolpevoli)

14 maggio 2017

Compro un libro di Massimo Recalcati, Il mistero delle cose. Nove ritratti di artisti  (Feltrinelli, 2016). Diffido, ma c’è un capitolo su Burri, e non resisto.Tono subito enfatico, credendosi intenso, ma tant’è: me l’aspettavo.

Capito su queste righe: “la pratica dell’arte costeggia l’abisso del reale, è una rotazione intorno all’impossibile, al mistero assoluto della vita e della morte. E’ un modo per circoscrivere e per custodire l’assoluto innominabile“.

Ohibò. Da una vita cerco di educare me stesso e i miei studenti a non scrivere e soprattutto a non ‘pensare’ così. Da una vita evito i colleghi psicoanalisti afflitti dal “mal franzese”, il roboante decadentismo.

Ho chiuso il libro. 29 euro buttati. (enrico pozzi)

 

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